Da ottobre 2024 non accadeva. Venerdì 5 giugno Bitcoin ha toccato 59.743 dollari, rompendo per la prima volta il muro dei 60 mila. Un supporto che il mercato credeva ormai inviolabile. Nell’ultimo mese la criptovaluta numero 1 al mondo ha perso oltre il 20%. E mentre scriviamo, il rimbalzo ha portato la quotazione intorno a 63.800 dollari, ma è un rimbalzo che ha liquidato mezzo miliardo di short, innescando il caos tra i trader ribassisti.
Il 2026 per Bitcoin sta diventando uno degli anni peggiori dal 2017 in poi. Peggio rispetto a azioni, ETF tech, intelligenza artificiale. Per capire se Bitcoin sta correggendo o se è una riallocazione, bisogna leggere i segnali dal mercato.
Strategy vende Bitcoin
Michael Saylor, il guru delle crypto che a febbraio diceva agli investitori di «vendersi un rene» piuttosto che cedere Bitcoin, nell’ultimo mese ha venduto 32 token. A 77.000 dollari ciascuno, 2,5 milioni totali. Una cifra irrilevante, su un patrimonio di 843 mila Bitcoin, ma un segnale da monitorare.
Strategy è il maggiore detentore istituzionale del pianeta. Possiede il 4% dell’intera offerta mondiale di Bitcoin. E se vende, cambia la narrazione.
Il motivo ufficiale è che Strategy ha bisogno di liquidità per pagare i dividendi delle azioni privilegiate emesse per raccogliere fondi. Vendite temporanee, dicono. Almeno finché il mercato non crolla di nuovo.
Il problema vero è che se Strategy continua a vendere, la fiducia in Bitcoin si spezza. Prima escono i più nervosi, poi gli opportunisti, poi tutti gli altri. Nel 2022 il panico arrivò da FTX. Stavolta potrebbe arrivare dal protagonista che più di chiunque altro ha scommesso sul Bitcoin.
Tutti escono da Bitcoin nello stesso momento
In genere le whale trasferiscono Bitcoin su Binance per venderli. Il 2 giugno ne hanno trasferiti 8.200 BTC, il 4 giugno altri 6.400. La media mensile è raddoppiata da 1.200 a 2.800 BTC in poche settimane. Questo segnala panico emotivo, non strategia . Lo stesso comportamento si era visto a febbraio, quando Bitcoin è sceso sotto i 70 mila.
Forti deflussi si sono visti anche sugli ETF spot. Dal 15 maggio al 3 giugno, ci sono stati 13 giorni consecutivi di deflussi. Quattro miliardi e 370 milioni di dollari fuori. BlackRock da solo ha ceduto 3,3 miliardi.
Questa è la domanda istituzionale che si ritira. Gli ETF sono diventati l’offerta marginale di Bitcoin. Quando entrano, amplificano i rialzi. Quando escono, come stanno facendo adesso, amplificano i ribassi. Muovono il mercato.
Le whale vanno in panico perché il sentiment è negativo, gli ETF escono per ragioni macro (Treasury yields, Fed, rotazione verso intelligenza artificiale). Ma quando escono insieme, il segnale è che è in atto una transizione strutturale.
Il 4 giugno la serie di deflussi ETF si è interrotta, grazie a un piccolo afflusso di 3 milioni. Non cancella 13 giorni di vendite. Ma suggerisce che la fase più intensa potrebbe essersi conclusa. Almeno per adesso.
Bear market o occasione?
Nel mese peggiore per Bitcoin da anni, i dati tecnici non confermano un quadro così negativo. L’RSI a 17 è ipervenduto, sì. Le medie mobili sono tutte in ribasso. Ma è il panico dei trader, non un panico strutturale. Polymarket dà al 51% la probabilità che Bitcoin scenda sotto i 50 mila dollari entro fine anno (una settimana fa era 38%).
Il segnale da seguire è un altro. Gli ETF spot determinano circa il 45% delle oscillazioni settimanali del prezzo di Bitcoin. Questo significa che Bitcoin non si muove più come un asset decentralizzato, ma dipende in parte dai flussi istituzionali.
Lo stesso meccanismo che lo ha portato a 126 mila dollari tra il 2024 e il 2025, quando gli ETF entravano incessantemente, è lo stesso meccanismo che ora lo sta trascinando al ribasso. Non è Bitcoin che crolla. Sono gli ETF che escono e Bitcoin che li segue.
Però c’è un elemento che rende la lettura più complessa. Quando gli ETF registrano forti deflussi, i Bitcoin non spariscono. Cambiano proprietario. Spesso passano dalle mani degli investitori più speculativi a quelle di chi accumula con un orizzonte di anni. È un fenomeno che si è visto più volte nella storia di Bitcoin e che tende ad apparire nelle fasi di debolezza, non nei momenti di euforia.
Se il prezzo dovesse scendere sotto i 50.000 dollari, il segnale sarebbe importante. Non perché certificherebbe la fine del ciclo rialzista. Confermerebbe solo che oggi il prezzo di Bitcoin dipende sempre più dai flussi che entrano ed escono dagli ETF. Quando entrano nuovi capitali, il mercato accelera. Quando quei capitali vengono ritirati, tutto si muove nella direzione opposta. È una dinamica molto diversa da quella che aveva accompagnato la nascita di Bitcoin.
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