Il recente arretramento del Bitcoin dai massimi, accompagnato da liquidazioni su larga scala e da una contrazione della capitalizzazione complessiva del mercato crypto, riporta al centro una domanda che ciclicamente emerge nelle fasi di volatilità: quanto questo asset sia davvero diventato “adulto” e integrato nei portafogli globali, e quanto invece resti ancora legato a dinamiche speculative e pro-cicliche.
Le considerazioni di Salvatore Gaziano, Responsabile Investimenti di SoldiExpert SCF, offrono uno spunto interessante per leggere questa fase non come un’anomalia, ma come parte di un processo di trasformazione più ampio.
Negli ultimi anni il Bitcoin è passato da strumento di nicchia a asset osservato con crescente interesse da parte della finanza tradizionale. L’approvazione e la diffusione di ETF negli Stati Uniti e di ETP in Europa hanno aperto le porte a una platea molto più ampia di investitori, inclusi istituzionali e reti di consulenza. Questo processo di “istituzionalizzazione” ha avuto però un effetto collaterale prevedibile: la riduzione della decorrelazione rispetto agli altri mercati finanziari. Gaziano sottolinea infatti che
“la crescente adozione sempre più di massa del Bitcoin con l’allargamento al mercato degli ETF negli Stati Uniti ed ETP in Europa come un maggiore interventismo fiscale da parte di molti Stati ha certo reso, come era lecito aspettarsi, meno decorrelato questo asset”.
Se in passato il Bitcoin veniva raccontato come un bene alternativo, capace di muoversi indipendentemente da azioni e obbligazioni, oggi appare sempre più inserito nel ciclo della liquidità globale e del sentiment di mercato. Quando la propensione al rischio è elevata e la liquidità abbonda, le criptovalute tendono a beneficiare di flussi in entrata, spesso alimentati anche dalla leva finanziaria. Ma quando il quadro macroeconomico si fa più incerto, la stessa leva accelera i movimenti al ribasso. Non a caso, osserva Gaziano, ”l’eccessiva compiacenza di molti trader e l’aumento della leva finanziaria si è ritorta contro alla prova dei fatti”.
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Le recenti ondate di liquidazioni forzate non rappresentano solo un aggiustamento dei prezzi, ma la manifestazione di un mercato in cui una parte rilevante dei partecipanti opera con orizzonti di breve termine e logiche speculative. In questo contesto, i possibili scenari macroeconomici globali tornano a pesare. Un rallentamento della crescita economica ridurrebbe verosimilmente l’appetito per gli asset più rischiosi. In una fase di rallentamento o di recessione, molti investitori tendono a rafforzare la liquidità o a rifugiarsi in strumenti percepiti come più stabili.
Il punto chiave è che il Bitcoin non ha ancora consolidato un ruolo difensivo.
Gaziano è esplicito quando afferma che
”un rallentamento della crescita economica, uno sconvolgimento dei modelli di business delle società mega tech certo potrebbero costringere trader e investitori dell’ultima ora a ridurre l’esposizione agli asset speculativi, e il Bitcoin non ha ancora dimostrato di poter agire da bene rifugio disconnesso da queste dinamiche di mercato”.
Finora, infatti, la criptovaluta ha mostrato spesso una correlazione significativa con il comparto tecnologico e con gli asset growth.
Un ulteriore fattore di incertezza riguarda proprio le grandi società tecnologiche, che hanno trainato i mercati azionari per anni. Se questo motore dovesse rallentare, per ragioni regolamentari, competitive o di saturazione, il clima di fiducia verso gli asset più dinamici potrebbe indebolirsi. In uno scenario simile, gli investitori più recenti sulle criptovalute, entrati sull’onda dei rialzi, rischierebbero di ridurre l’esposizione in modo repentino, amplificando la volatilità.
A tutto questo si aggiungono i rischi geopolitici e le tensioni commerciali, diventati ormai una variabile strutturale. Guerre, sanzioni e frammentazione delle catene del valore incidono sulla stabilità dei mercati e sulle scelte di allocazione del capitale. In teoria le criptovalute potrebbero trarre vantaggio da una sfiducia nei confronti delle valute tradizionali, ma nella pratica finora si sono comportate più come asset rischiosi che come valute rifugio.
Il crescente interesse delle grandi istituzioni finanziarie segnala comunque che l’asset class non è più considerata marginale. Il fatto che gruppi come UBS valutino investimenti in criptovalute per clienti selezionati del private banking indica un cambio di atteggiamento, ma anche molta cautela. Le crypto vengono proposte come componente satellite, non come pilastro centrale.
L’esperienza di SoldiExpert SCF va nella stessa direzione. Gaziano spiega che
”da alcuni anni come SoldiExpert SCF in alcuni nostri portafogli abbiamo inserito quote di ETP sui Bitcoin ma su clienti che ce lo richiedevano espressamente come asset da avere in portafoglio, ne comprendevano anche la volatilità molto più elevata dell’azionario e le caratteristiche sia positive che negative”.
L’inserimento avviene quindi in un contesto di piena consapevolezza del rischio.
La gestione, inoltre, è dinamica. ”Nel nostro approccio di consulenza questa quota deve essere controllata”, precisa Gaziano, spiegando che nei portafogli dedicati le posizioni vengono riviste periodicamente con strategie proprietarie e affiancate ad altri asset, come l’oro, che negli ultimi mesi hanno contribuito a contenere le fasi di discesa. Si tratta di un approccio che riserva le criptovalute a investitori con elevata tolleranza al rischio e un orizzonte temporale adeguato.
La parabola del Bitcoin appare quindi sempre più intrecciata con quella dei mercati finanziari globali. Questo ne riduce l’aura di asset completamente alternativo, ma ne certifica l’ingresso nel sistema finanziario. Per gli investitori, la vera sfida non è scegliere tra entusiasmo o scetticismo, ma capire come inserirlo in modo coerente in una strategia complessiva, ricordando che innovazione e rischio, in finanza, procedono quasi sempre insieme.