Bitcoin e il vuoto normativo che lascia scoperti milioni di investitori

Redazione Crypto

18/04/2025

Il furto da 1,5 miliardi su Bybit riaccende i riflettori sulla sicurezza delle criptovalute e sui dilemmi legali legati alla proprietà degli asset digitali detenuti da terzi.

Bitcoin e il vuoto normativo che lascia scoperti milioni di investitori

Negli ultimi dieci anni, anno dopo anno, il mondo delle criptovalute è stato teatro di furti informatici di proporzioni colossali.

La più recente e clamorosa violazione ha colpito la piattaforma Bybit, tra le maggiori al mondo e con sede a Dubai: durante un trasferimento ordinario di fondi da un cold wallet multi-firma a un hot wallet, hacker legati alla Corea del Nord, secondo l’FBI,sono riusciti a sottrarre 1,5 miliardi di dollari in Ethereum. Un colpo che è stato già definito il più grande furto di criptovalute nella storia.

Questi attacchi, sempre più sofisticati, generano un senso crescente di vulnerabilità tra gli investitori in crypto, che si ritrovano esposti senza le tradizionali tutele garantite da organismi come la Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) o la Securities Investor Protection Corporation (SIPC), che invece proteggono depositi bancari e titoli finanziari. La richiesta di normative più solide e tecnologie difensive più avanzate è dunque sempre più pressante.

Ma oltre alla sicurezza tecnica, un tema cruciale che emerge in casi come quello di Bybit è la questione della proprietà legale delle criptovalute quando sono custodite da terzi. Chi è il legittimo proprietario degli asset digitali in caso di furto, fallimento dell’exchange o recupero da parte delle autorità? La risposta, per ora, è tutt’altro che semplice.

Le criptovalute sono «custodite» in portafogli digitali, che si distinguono tra wallet caldi (collegati alla rete e pronti per transazioni) e wallet freddi (offline e ritenuti più sicuri per conservazioni a lungo termine). Alcuni utenti scelgono di conservare le chiavi private in proprio, ma la maggior parte si affida a portafogli custodial, gestiti da exchange centralizzati come Binance, Coinbase o Kraken, dove è la piattaforma a detenere le chiavi private. Questo modello, se da un lato garantisce facilità d’uso, dall’altro espone gli utenti a rischi legati proprio alla perdita di controllo diretto sui propri asset.

In caso di disputa legale, come accade frequentemente nei fallimenti degli exchange o nei tentativi di recupero di fondi rubati — i tribunali analizzano vari elementi per stabilire chi detiene effettivamente la proprietà delle criptovalute. Tra i fattori principali figurano le condizioni contrattuali stipulate con l’utente, la segregazione (o meno) degli asset, la possibilità da parte del custode di utilizzare liberamente gli asset e, soprattutto, il controllo delle chiavi private.

Esemplare è il caso di Celsius, esploso con la crisi del cosiddetto «crypto winter»: nel gennaio 2023, un tribunale fallimentare di New York ha stabilito che i 4 miliardi di dollari presenti negli «Earn Accounts» dei clienti appartenessero alla società e non agli utenti, basandosi sulle clausole contrattuali che assegnavano a Celsius «tutti i diritti e titoli» sugli asset digitali. In netto contrasto, il caso BlockFi, analizzato dal tribunale del New Jersey, ha visto il riconoscimento del diritto dei clienti a riottenere i propri fondi custoditi nei «Custodial Omnibus Wallets», poiché le condizioni specificavano che «la titolarità delle criptovalute resta sempre dell’utente».

Anche oltre oceano la questione è aperta. In Nuova Zelanda, il tribunale nel caso Cryptopia ha stabilito nel 2020 che, nonostante l’exchange detenesse le chiavi private, le criptovalute nei wallet caldi rappresentavano una «fiducia esplicita» in favore dei clienti, sancendo una forma di co-proprietà degli asset.

Nel frattempo, si afferma una nuova arena legale: quella delle confische penali. Quando le forze dell’ordine riescono a recuperare fondi rubati, più soggetti si presentano reclamando diritti su quegli asset, basandosi sul controllo delle chiavi private o sulla tracciabilità delle transazioni sulla blockchain. Un futuro recupero delle somme sottratte a Bybit potrebbe far nascere proprio una disputa di questo tipo, aggravata dal fatto che i termini contrattuali della piattaforma sono poco chiari sulla questione della titolarità degli asset.

L’assenza di un quadro normativo chiaro complica ulteriormente la situazione. Sebbene l’amministrazione americana sembri intenzionata a offrire maggiore sostegno all’industria crypto — come dimostrato dall’ordine esecutivo volto a creare una «Riserva strategica di Bitcoin» e uno «stockpile» di asset digitali — le regolamentazioni restano minime. Solo di recente, la SEC ha fatto un timido passo indietro annullando parte del discusso SAB 121, che imponeva ai custodi di includere gli asset dei clienti nei propri bilanci, aumentando il rischio che in caso di fallimento, quegli asset venissero considerati parte dell’attivo fallimentare.

In definitiva, i wallet custodial continuano a dominare il mercato per via della loro comodità. Si stima che su oltre 500 milioni di possessori di criptovalute nel mondo, la maggior parte si affidi a questo tipo di portafoglio, spesso inconsapevole delle implicazioni legali. Tuttavia, la fragilità strutturale di questi sistemi e l’incertezza normativa pongono interrogativi cruciali su come proteggere i propri fondi in scenari critici.

L’evoluzione giuridica del concetto di proprietà digitale sarà uno dei temi centrali del prossimo decennio, e il modo in cui i tribunali continueranno a interpretare contratti, controllo tecnico e custodia degli asset avrà un impatto diretto sulla fiducia degli investitori e sulla stabilità dell’intero ecosistema crypto.