Biden rimanda ancora la pubblicazione dei documenti segreti sull’assassinio di JFK

Enrica Perucchietti

4 Luglio 2023 - 10:00

Fa discutere l’ennesimo rinvio dei documenti da parte del presidente USA che ha accettato di ritardare la pubblicazione del materiale riservato sull’assassinio di John F. Kennedy.

Biden rimanda ancora la pubblicazione dei documenti segreti sull’assassinio di JFK

«Come ho ribadito durante la mia presidenza, sostengo pienamente l’obiettivo della legge di massimizzare la trasparenza divulgando tutte le informazioni nei documenti riguardanti l’assassinio, tranne quando sussistono le più forti ragione possibili in senso contrario».

È così che il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha accettato di posticipare ulteriormente la pubblicazione di una parte dei documenti riservati sull’assassinio di John F. Kennedy, avvenuto a Dallas nel 1963.

Questo ennesimo rinvio solleva importanti interrogativi sulla trasparenza e l’accesso alle informazioni storiche, mettendo in dubbio l’impegno del governo a fornire una chiara comprensione di uno degli eventi più significativi e dibattuti nella storia americana.

Secondo il memorandum diffuso da Biden, nel maggio di quest’anno gli archivi nazionali hanno chiesto di rinviare la pubblciazione dei documenti riservati:

«La legge consente il continuo rinvio della divulgazione pubblica di informazioni nei documenti riguardanti l’assassinio del presidente Kennedy solo quando il rinvio rimane necessario per proteggere da un danno identificabile alla difesa militare, alle operazioni di intelligence, alle forze dell’ordine o alla condotta delle relazioni estere che è di tale gravità che supera l’interesse pubblico alla divulgazione».

Manca di coerenza con l’obiettivo di massimizzare la trasparenza

Nonostante la promessa di Biden di sostenere la massima trasparenza nella divulgazione dei documenti, la decisione di posticipare la pubblicazione sembra contraddire tale impegno.

Il fatto che si continui a rimandare la divulgazione di queste informazioni alimenta il sospetto che ci siano ancora segreti che il governo preferisce nascondere.

La legge permette un continuo rinvio

Il memorandum di Biden fa infatti riferimento alla legge che consente il rinvio della divulgazione pubblica di informazioni nei documenti sull’assassinio di Kennedy solo quando è necessario per proteggere la difesa militare, le operazioni di intelligence, le forze dell’ordine o le relazioni estere.

Tuttavia, non viene specificato in che modo la divulgazione di questi documenti possa causare un danno identificabile in questi ambiti. Tale mancanza di chiarezza lascia spazio a interpretazioni soggettive e suscita preoccupazione sulla reale motivazione dietro il continuo rinvio.

La questione fondamentale è se la necessità di proteggere i segreti superi l’interesse pubblico a conoscere la verità sull’assassinio di JFK. Dopo oltre 50 anni, il pubblico ha il diritto di accedere a queste informazioni per cercare una comprensione più approfondita degli eventi che hanno sconvolto il Paese.

Le teorie alternative, che vengono criminalizzare e additate come banalmente “teorie del complotto” sono fiorite proprio a causa della mancanza di trasparenza e della persistente segretezza che circonda questo tragico episodio, oltre che per le mancanze e le assurdità della versione ufficiale della Commissione Warren.

La Commissione Warren

La Commissione Warren archiviò, infatti, il mistero della morte di Kennedy individuando in Lee Harvey Oswald l’unico responsabile del delitto, dipingendolo come il protagonista squilibrato di un gesto solitario di violenza.

Nel 1979 però, la United States House Select Committee on Assassinations dichiarò che l’atto di Oswald era stato probabilmente frutto di una cospirazione, come aveva tanto tenacemente sostenuto il procuratore distrettuale di New Orleans, Jim Garrison che era stato incaricato nel 1966 delle indagini sull’omicidio del Presidente.

L’inchiesta del magistrato era sfociata nel clamoroso processo del 1967 contro l’imprenditore Clay Shaw, nel quale Garrison aveva cercato inutilmente di dimostrare che il delitto era il frutto di una cospirazione che la Commissione Warren si ostinava invece ad insabbiare.

L’ipotesi di Jim Garrison

Secondo l’ipotesi di Garrison e del giornalista Jim Marrs, il complotto sarebbe stato studiato e pianificato dai più alti vertici dei servizi segreti statunitensi in collaborazione con la mafia americana, l’estrema destra e con l’avallo dell’allora vicepresidente in carica Lyndon Johnson per poter proseguire la guerra del Vietnam a vantaggio delle gerarchie militari e dei fornitori di armi.

Nel 1963 Kennedy aveva, infatti, cominciato a pianificare la ritirata di alcune migliaia di soldati dal Vietnam: l’escalation militare sarebbe stata solo opera di Johnson.

L’ammissione di McNamara

L’allora segretario della difesa, poi Presidente della Banca Mondiale, Robert McNamara ammise successivamente, nel film The Fog of War che Kennedy non aveva nessuna intenzione di impegnarsi nella guerra in Vietnam: in un memorandum datato 11 ottobre 1963 Kennedy avrebbe infatti ordinato il ritiro di mille uomini dal Vietnam, decisione immediatamente annullata da Johnson appena divenuto presidente dopo la morte di JFK.

Secondo quanto emerge dalle ricerche di Garrison e Marss - così come dall’inchiesta ordinata dalla stessa famiglia Kennedy - vi sarebbero state diverse concause che avrebbero portato all’eliminazione di un Presidente divenuto ormai scomodo per le élite di Wall Street, il Pentagono, la CIA e la mafia. Oltre alla politica estera e alla posizione contro la ricerca sull’energia nucleare , per alcuni ricercatori il decreto presidenziale 11110, con il quale JFK intendeva nazionalizzare l’emissione di moneta, sarebbe stato una di queste cause.

La controinchiesta della famiglia Kennedy

Il 9 agosto 2011 i quotidiani di tutto il mondo pubblicarono con stupore la notizia che Jackie Kennedy era convinta che Lyndon Johnson avesse architettato l’omicidio di suo marito. Lo sfogo della first lady era stato raccolto nel 1964, a soli quattro mesi dall’attentato di Dallas, dall’amico e principale consigliere del presidente, Arthur Schlesinger.

La conversazione della durata di quattro ore, venne registrata e conservata nella cassaforte della John F. Kennedy Presidential Library di Boston. Furono rese note nell’estate del 2011 dalla figlia di Jackie e John, Caroline, decisa a pubblicare il contenuto dei nastri in cambio della soppressione della miniserie The Kennedys da parte della rete Abc.

Jackie condivideva i dubbi del cognato Robert che, all’indomani dell’omicidio del fratello John, nascose dei documenti in una cassaforte, in modo che neppure la Commissione Warren – di cui evidentemente non si fidava – poté accedervi. Bob era convinto, infatti, del coinvolgimento dei poteri forti, mafia (in particolare Jimmy Hoffa) e servizi segreti. Quando la Commissione informò il mondo che JFK era morto per mano di un pazzo solitario, Lee Harvey Oswald, Bob Kennedy decise di affrontare l’inchiesta con mezzi indipendenti dando così mandato a un amico fidato, Daniel Moynihan di indagare le trame che portarono alla morte del presidente.

Ne nacque così un dossier in forma di libro che, grazie anche all’aiuto dell’intelligence francese su mandato personale del presidente Charles De Gaulle, sconfessa i risultati della Commissione Warren che nel 1976 vennero infatti contraddetti dal Congresso statunitense che istituì l’Hsca, House of Representative Select Committee on Assasinations per investigare sulle reali circostanze delle morti di JFK e di Martin Luther King.

Il dossier della famiglia Kennedy, invece, va ben oltre i risultati ottenuti dalla Hsca, ipotizzando il ruolo di pedina inconsapevole di Oswald: costui sarebbe stato addirittura all’oscuro dell’attentato, credendo semmai di dover prendere parte a un’esercitazione.

Nel 2003 anche l’avvocato di Lyndon Johnson, Barr McLellan, si disse convinto che il suo cliente avesse preso parte alla cospirazione che portò all’omicidio di JFK, descrivendo il suo assistito come un uomo ricattabile, «senza pietà e violento», disposto a tutto pur di ottenere il potere.

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