I recenti cali registrati dal mercato azionario hanno alimentato tra gli esperti il timore che il 2024 possa rivelarsi un anno meno profittevole del previsto, accrescendo la speculazione mediatica intorno al tanto discusso ’lost decade’, italianizzato in ’decennio perso’.
Mentre molti si interrogano se il 2024 sarà un altro anno caratterizzato da un trend rialzista oppure no, alcuni analisti hanno spostato l’attenzione sul prossimo decennio. Basandosi su alcuni modelli di analisi dei mercati, ipotizzano che potremmo essere entrati in un periodo di ’larga lateralità’ dei mercati, dove si alternano anni di forte euforia a momenti di panico, che tendono a neutralizzarsi a vicenda, portando in definitiva a un decennio di rendimenti laterali sul mercato azionario.
Azioni: cos’è il «lost decade»?
In ambito finanziario, l’espressione ’decennio perso’ si riferisce a un periodo di dieci anni durante il quale gli investitori o l’economia in generale non sperimentano guadagni significativi. Questo termine è frequentemente utilizzato per descrivere un periodo prolungato di stagnazione o declino nei mercati azionari, in cui il valore delle azioni o degli indici rimane stabile o diminuisce, portando a un rendimento complessivo molto basso o nullo.
Il ’decennio perso’ può essere causato da vari fattori, quali crisi economiche, bolle finanziarie che scoppiano, elevata inflazione, politiche economiche inefficaci, o altri eventi geopolitici che impattano negativamente sulla crescita economica e sulla fiducia degli investitori. Ad esempio, il periodo successivo al crollo del mercato azionario del 1929 negli Stati Uniti e la crisi finanziaria giapponese degli anni ’90 sono spesso citati come esempi di ’decenni persi’.
Quali sono le tesi a favore dell’inizio di un «lost decade»?
Gennaio è spesso considerato un mese di ribilanciamento, durante il quale si assiste, frequentemente, a movimenti improvvisi e repentini dei mercati che, storicamente, hanno potenzialmente generato trend di inversione piuttosto significativi. Di fronte a questo timore, molti si chiedono se l’S&P 500 abbia raggiunto una valutazione eccessiva che possa alimentare le prese di profitto sul mercato.
È indiscutibile il fatto che le quotazioni dei titoli che sostengono il valore dell’S&P 500 e di altri indici americani, come il Nasdaq100, stiano scontando multipli molto elevati, nettamente superiori alla media storica, anche solo considerando gli ultimi 20 anni. Il P/E ratio dell’S&P 500 in questa specifica fase di mercato appare essere una grandezza poco sensata. Tale ipotesi è supportata da teorie ben accolte dagli analisti, come la ’Rule of 20’ di Peter Lynch, secondo la quale la somma del tasso di inflazione annuale più il rapporto prezzo/utili (P/E) del mercato azionario dovrebbe avvicinarsi a 20, mentre attualmente supera il 30.
In passato, il raggiungimento di livelli di ’estremismo’ come quelli attuali è stato spesso seguito da un periodo di ’lost decade’. Sebbene alcuni mettano in discussione queste considerazioni, a causa del cambiamento strutturale avvenuto negli ultimi anni nel mercato finanziario statunitense, queste rappresentano un esempio di eccesso abbastanza evidente. Il mercato azionario statunitense mostra quindi chiari segni di estrema sopravvalutazione, anche in confronto all’andamento dei mercati globali, i quali presentano un rapporto Prezzo/Utile decisamente più contenuto. Questo è dovuto all’andamento fortemente rialzista registrato negli ultimi anni dalle società a maggiore capitalizzazione, le cosiddette FAANG, recentemente ribattezzate ’i Magnifici 7’. In sintesi, secondo alcuni, potrebbe essere necessario più tempo per consolidare le prospettive di crescita scontate dai trader sui prezzi delle aziende, cresciute esponenzialmente negli anni, prima di proseguire nel ciclo tipico dei mercati azionari.
Ha senso aspettarsi invece dei nuovi rialzi?
Sulla base di queste considerazioni, la disfatta dell’indice americano sembra quasi imminente. Tuttavia, è importante non giungere troppo rapidamente a questa conclusione, poiché esistono visioni completamente opposte.
Secondo queste, disfarsi delle proprie azioni in questo momento potrebbe rivelarsi un errore difficile da rimediare. Infatti, sebbene il P/E dell’S&P 500, aggiustato per l’inflazione, abbia raggiunto livelli estremi, è necessario interrogarsi sulle ragioni di questo apprezzamento. Nonostante l’idea di un ’decennio perso’ preoccupi, osservando la realtà al di fuori dei mercati, il mondo sta vivendo un periodo di forte evoluzione tecnologica, che storicamente ha agito da catalizzatore per la crescita delle valutazioni azionarie, fornendo un valido motivo per anticipare aspettative di crescita ancora maggiori sugli utili delle società.
L’avvento dell’intelligenza artificiale potrebbe, infatti, impattare positivamente sulle quotazioni azionarie, creando nuove opportunità di profitto finora non anticipate o, quantomeno, non considerate dal mercato. Questa prospettiva si contrappone all’idea di un decennio perso, introducendo una variabile che, almeno teoricamente, potrebbe neutralizzare gli estremismi del momento. Certo, è necessario contestualizzare la situazione; per esempio, nel 2000, l’avvento delle dot.com era chiaramente destinato a rivoluzionare il mondo e a creare nuove opportunità di profitto, ma il mercato ha prima dovuto adeguare le valutazioni con lo scoppio della bolla delle dot.com, per poi ritornare a scontare nuovi rialzi con la crescita delle aspettative sugli utili.