Auto ferme e benzina alle stelle. Arriva il lockdown dell’automobile?

Raphael Raduzzi

31/03/2026

Se la crisi si prolunga, anche l’Italia potrebbe arrivare a limitare la circolazione: lo scenario di un nuovo lockdown è sempre più vicino.

Auto ferme e benzina alle stelle. Arriva il lockdown dell’automobile?

Dall’inizio dell’operazione Ruggito del Leone, nome in codice per la guerra lanciata da Israele e Stati Uniti verso l’Iran, è ormai passato più di un mese.

Sul piano tattico militare, nonostante la rapida eliminazione dei vertici politico-militar-religiosi nelle primissime fasi a partire dalla guida suprema Khāmeneī, passando per il ministro della difesa Nasirzadeh ed il generale Larijani, non sembra vi siano progressi particolari. Tanto che non sembra escluso anche lo sbarco di qualche migliaio di marines per conquistare l’isola di Kharg – snodo centrale per i prodotti petroliferi iraniani. Extrema ratio, assieme alla distruzione delle infrastrutture elettriche e dei desalinizzatori promessa da Trump se il regime non scenderà a patti.

Fatto sta che, come spesso accade, quella che doveva essere una guerra lampo o quasi sta iniziando a procrastinarsi oltre le 4-5 settimane inizialmente considerate per auspicare un regime change o quantomeno una sua nuova versione più moderata, stile Venezuela.
Ed intanto cresce la preoccupazione per gli effetti economici e finanziari che rischiano ogni giorno che passa di divenire catastrofici. I numeri sull’importanza di Hormuz parlano da soli: poco più del 33% del commercio marittimo mondiale di petrolio greggio passa da qui; come pure oltre il 25% del gas globale, il 20% del GNL e circa il 15% dei prodotti raffinati.

Ad oggi, impedire il passaggio alle navi considerate nemiche, come leva per gli iraniani risulta piuttosto facile e poco oneroso: mine, droni, missili. Il controllo è saldamente in mano iraniana.
Le borse europee ed asiatiche sono le più colpite: il DAX è calato di circa un 10% nell’ultimo mese, come pure il Nikkei, la borsa coreana segna -15% dall’inizio del conflitto. Gli Stati Uniti ne escono male, ma paradossalmente (o forse no), rafforzeranno il loro ruolo come esportatore netto di GNL.

Ma il peggio sembra ancora dover arrivare. Infatti, la scorsa settimana l’IEA – l’agenzia internazionale dell’energia – ha iniziato a rilasciare scorte strategiche coordinate di greggio per circa 426 milioni di barili, secondo la banca di investimento Barclays la chiusura di Hormuz sta causando la perdita di 13-14 milioni di barili al giorno. Ciò vuol dire che se la guerra si prolungasse anche solo per un altro mese o due i problemi non sarebbero più soltanto di prezzo (fino a circa 140-150 dollari a barile), ma anche fisici e di reperibilità sul mercato. Notizia di oggi è che la Corea del Sud stia seriamente valutando delle limitazioni alla circolazione delle auto. Il lockdown dell’automobile.

E il nostro paese? Affronta questa crisi con le scorte di gas piuttosto piene – circa 88,43 TWh negli stoccaggi, un dato in linea col periodo dell’anno scorso. Tuttavia la capacità di raffinazione nazionale è stata ridotta all’osso negli scorsi decenni: recentemente su queste colonne abbiamo commentato l’ennesima vendita di una società italiana, il gruppo IP (Italiana Petroli), ad una azienda estera, la petrolifera statale azera SOCA. Ecco, in parte, spiegato il motivo dei rialzi così importanti sulle pompe di benzina.

Lo sconto dei 25 centesimi, infatti, non è stato praticamente percepito dai consumatori sia per l’aumento dei prezzi industriali che comunque ha continuato a correre, sia perché agire sulle accise permette ai rivenditori di non traslare interamente la diminuzione, differentemente, ad esempio, da un intervento sull’IVA.
Entro qualche giorno lo ‘sconto’ andrà a scadere, e purtroppo il governo pare più preso a sistemare le beghe interne che a prepararsi alla tempesta in arrivo.