Cos’è un aumento di capitale, come funziona e quando farlo (e come)

Emanuele Di Baldo

27 Luglio 2026 - 16:17

Cosa significa aumento di capitale e, soprattutto, come funziona? Dalla “Srl sotto casa” alle grandi società quotate, ecco tutto quello che c’è da sapere

Cos’è un aumento di capitale, come funziona e quando farlo (e come)

C’è un momento, nella vita di un’azienda, in cui i conti tornano a essere una questione di sopravvivenza (o di ambizione). Il mercato corre, gli investimenti non aspettano, la banca stringe i cordoni o chiede garanzie sempre più pesanti. Ed ecco che una parola torna sul tavolo del consiglio di amministrazione: aumento di capitale.

Detta così sembra un tecnicismo da addetti ai lavori. In realtà è una delle operazioni più «politiche» e decisive della finanza d’impresa, perché ridisegna i rapporti di forza tra soci, cambia la struttura patrimoniale e, nelle società quotate, può muovere il titolo in modo brusco.

Effettuando un aumento di capitale un’impresa modifica il proprio capitale sociale, determinando una variazione dell’atto costitutivo della società stessa. Se lavori con controparti estere o leggi documenti in inglese, la traduzione più comune di aumento di capitale in inglese è capital increase; quando l’aumento avviene con offerta in opzione ai soci (il caso più tipico nelle quotate) troverai spesso anche rights issue.

In questa guida esploreremo nel dettaglio cos’è (davvero) un aumento di capitale, come si delibera, che cosa succede ai soci, quali rischi ci sono per chi investe, quali sono le formule di calcolo (con un esempio pratico) e perché oggi la partita passa anche da canali come l’equity crowdfunding.

Cos’è un aumento di capitale

L’aumento di capitale è un’operazione di finanza straordinaria con cui una società incrementa il proprio capitale sociale modificando l’atto costitutivo o lo statuto. In parole povere: si rafforza (o si riorganizza) la «base» patrimoniale che fa da cuscinetto tra l’azienda e il rischio.

Il capitale sociale rappresenta l’ammontare complessivo dei versamenti e dei conferimenti effettuati dai soci di un’azienda, ed è indicato nell’atto costitutivo della società stessa. Durante la vita di un’impresa il capitale sociale può subire variazioni, sia in aumento che in diminuzione. Qualsiasi modifica, però, deve essere approvata dall’assemblea straordinaria dei soci, in quanto rappresenta una modifica dell’atto costitutivo e garantisce la tutela dei creditori della società.

L’aumento di capitale può avvenire attraverso due modalità, a seconda che modifichi o meno il patrimonio dell’azienda:

  • l’emissione di nuove azioni da parte della società;
  • l’aumento del valore nominale dei titoli già in circolazione.

Aumento di capitale a pagamento e gratuito: le tipologie e come funzionano

Gli aumenti, però, non sono tutti uguali. Sulla base delle due modalità appena elencate, si distinguono tre tipologie differenti, con conseguenti variazioni della procedura.

1) Aumento di capitale a pagamento (o reale)
È quello che la maggior parte delle persone ha in mente: la società emette nuove azioni (o quote) e chiede ai soci, o a nuovi investitori, di versare denaro o conferire beni e crediti. Il prezzo di collocamento delle nuove azioni è fissato tra il valore nominale e quello di mercato. L’aumento è «reale» perché c’è un vero e proprio incremento del patrimonio netto della società grazie a nuovi apporti: possono essere conferiti beni in denaro, in natura o crediti. Chi conferisce denaro acquisterà un certo numero di titoli azionari di nuova emissione, e ai conferimenti possono partecipare sia i soci sia terzi. Ai soci, però, è offerto il cosiddetto diritto di opzione, che consente loro di non diluire, quindi di mantenere inalterata, la propria partecipazione sociale. Portato a termine il collocamento, tutti i titoli, vecchi e nuovi, avranno lo stesso prezzo. È la fattispecie più diffusa, disciplinata in Italia dall’articolo 2438 e seguenti del Codice civile, che in tema di esecuzione recita:

Un aumento di capitale non può essere eseguito fino a che le azioni precedentemente emesse non siano interamente liberate.
In caso di violazione del precedente comma, gli amministratori sono solidalmente responsabili per i danni arrecati ai soci ed ai terzi.
Restano in ogni caso salvi gli obblighi assunti con la sottoscrizione delle azioni emesse in violazione del precedente comma.

2) Aumento di capitale gratuito (o nominale)
Qui non entra un euro in cassa. Le nuove azioni sono assegnate a titolo gratuito ai vecchi azionisti, oppure si aumenta il valore nominale delle azioni esistenti, spostando a capitale sociale riserve e fondi già disponibili in bilancio. È una mossa «contabile», utile per riequilibrare certe voci di bilancio o per dare un segnale di patrimonializzazione, ma non finanzia investimenti. I nuovi titoli devono avere le stesse caratteristiche di quelli già in circolazione. L’operazione è prevista dall’articolo 2442 del Codice civile, che recita:

L’assemblea può aumentare il capitale, imputando a capitale la parte disponibile delle riserve e dei fondi speciali iscritti in bilancio.
In questo caso le azioni di nuova emissione devono avere le stesse caratteristiche di quelle in circolazione, e devono essere assegnate gratuitamente agli azionisti in proporzione di quelle da essi già possedute.
L’aumento di capitale può attuarsi anche mediante aumento del valore nominale delle azioni in circolazione.

3) Aumento di capitale in forma mista
Questa tipologia combina un’offerta di titoli a pagamento e un’assegnazione gratuita di nuove azioni, e viene decretata da una banca o da una società in determinati momenti della propria vita aziendale.

I motivi dell’aumento di capitale (e quando conviene davvero)

Qui la domanda non è «come», ma «perché adesso?». Le ragioni tipiche sono quattro.

  • Crescita: acquisizioni, apertura di nuovi mercati, investimenti in tecnologia, produzione, personale. Se il piano industriale è serio, il capitale serve subito. In questo caso l’aumento è visto di buon occhio dal mercato, perché le risorse raccolte finanziano investimenti potenzialmente produttivi e quindi la crescita futura.
  • Risanamento: quando perdite e debiti hanno ridotto il patrimonio netto e la società deve ricostruire credibilità (e continuità), ripianando le perdite. In questo caso l’operazione viene attuata in momenti di crisi aziendale ed è quindi prodromica, nella maggior parte dei casi, a una valutazione negativa da parte del mercato.
  • Riduzione della dipendenza dalle banche: il capitale proprio non ha scadenza e non richiede interessi fissi. È un vantaggio enorme quando i tassi sono alti o quando il credito è selettivo.
  • Riposizionamento societario: ingresso di un partner industriale, conversione di debito, riorganizzazione della compagine. A volte l’aumento non è «solo» raccolta di soldi: è un cambio di assetto.

Detto in modo netto: l’aumento conviene quando il denaro raccolto ha una destinazione credibile e misurabile. Se serve solo a «tappare buchi» senza un piano, i soci lo capiscono e il mercato pure.

L’esempio sportivo-finanziario più noto in Italia è la questione Juventus, la squadra più tifata d’Italia. Dal 2019 il club bianconero, controllato da Exor (holding della famiglia Agnelli-Elkann), ha varato quattro ricapitalizzazioni: 300 milioni di euro nel 2019, 400 milioni nel 2021, 200 milioni nel 2024 e un ultimo intervento da 97,8 milioni annunciato il 20 novembre 2025 e riservato a investitori istituzionali tramite accelerated bookbuild, con l’emissione di 37.912.181 nuove azioni a 2,58 euro l’una (di cui 1,5 milioni a valore nominale e 96,3 milioni a sovrapprezzo), pari a circa il 9,1% del capitale post-operazione. In tutto quasi un miliardo di euro in poco più di sei anni, iniettato per compensare perdite pesanti, ridurre l’indebitamento e sostenere il Piano Strategico 2024/25-2026/27. Il bilancio 2024/25 si è chiuso con un rosso di 58,1 milioni, in netto miglioramento rispetto ai circa 199 milioni dell’esercizio precedente grazie al ritorno in Champions League. Il punto, al di là del singolo caso, è che l’aumento di capitale diventa uno strumento per ricomporre l’equilibrio patrimoniale e mantenere i margini operativi.

Chi decide: assemblea, statuto e delega al CDA

L’aumento di capitale non è un atto ordinario. Nelle società di capitali passa dall’assemblea e, in molti casi, da un notaio, perché si modifica lo statuto.

Nelle S.p.A. la cornice è nel Codice civile: la delibera è tipicamente dell’assemblea straordinaria, che stabilisce importo, termini e modalità. C’è però una scorciatoia legale molto usata: la delega al consiglio di amministrazione. L’articolo 2443 c.c. consente allo statuto di attribuire agli amministratori il potere di aumentare il capitale entro un limite e per un periodo determinato. Tradotto: l’azienda non deve convocare ogni volta l’assemblea straordinaria e può scegliere la finestra migliore per raccogliere risorse.

Nelle S.r.l. le logiche sono simili ma con regole proprie (articoli 2481-bis e seguenti c.c.): qui conta molto di più la dinamica tra soci e la gestione dei conferimenti, perché manca il «mercato» a fare da termometro.

Aumento di capitale e diritto di opzione: il rischio diluizione

Quando una società emette nuove azioni si apre una ferita potenziale: la diluizione. Se entrano nuove azioni e tu non partecipi, il tuo peso percentuale scende. Per questo la legge, nelle S.p.A., prevede il diritto di opzione, disciplinato dall’articolo 2441 c.c.: i soci attuali hanno priorità nel sottoscrivere le nuove azioni in proporzione a quelle già possedute, e sono così preferiti ai terzi nella sottoscrizione dell’aumento a pagamento.

Il diritto di opzione mantiene inalterata la proporzione con cui ciascun socio partecipa al capitale e preserva il valore di mercato della partecipazione, poiché il valore del titolo in borsa è destinato a scendere. Il diritto è riconosciuto anche ai possessori di obbligazioni convertibili e di warrant.

Facciamo un esempio semplice. Hai il 10% della società: se sottoscrivi la tua quota nell’aumento, resti al 10%; se non lo fai, la percentuale scende, non perché «ti rubino» le azioni, ma perché la torta è diventata più grande e la tua fetta è rimasta uguale.

Una volta deliberato l’aumento, quindi, l’azionista può sottoscrivere le nuove azioni esercitando il diritto di opzione, oppure vendere il diritto sul mercato: nelle società quotate, di norma, i diritti sono negoziabili per un periodo stabilito. È la via d’uscita per chi non vuole (o non può) mettere nuova liquidità: vende il diritto e incassa un valore che compensa, almeno in parte, la diluizione. La scelta dipende di solito dalle attese di redditività dell’investimento.

Quando il diritto di opzione può essere escluso (e perché non è «sempre una fregatura»)

L’esclusione o la limitazione del diritto di opzione è possibile, ma non è una scelta libera: deve ricadere in ipotesi previste e motivate. Il razionale, di solito, è uno di questi:

  • far entrare un investitore strategico, che non porta solo soldi ma know-how, rete commerciale, tecnologia;
  • servire operazioni straordinarie o conferimenti in natura;
  • nelle quotate, in certe condizioni, procedere con esclusione entro limiti precisi e con specifiche garanzie (valutazioni, relazioni, criteri di congruità del prezzo).

Il punto per il socio è sempre lo stesso: capire a che prezzo entra il nuovo capitale e con quale logica industriale. Se il prezzo è congruo e il progetto ha senso, l’operazione può creare valore anche se diluisce. Se il prezzo è troppo basso e l’operazione è solo difensiva, il rischio è che il valore si sposti da vecchi a nuovi investitori.

Prezzo di sottoscrizione, valore nominale e sovrapprezzo: cosa guardare davvero

Qui si fanno molti errori, anche tra investitori esperti: si guarda il prezzo «scontato» e ci si ferma lì. In una S.p.A. con azioni a valore nominale, la regola generale è che le nuove azioni non possono essere emesse sotto il nominale. Ma quasi mai il nominale racconta il valore dell’azienda.

Per questo esiste il sovrapprezzo: una parte del prezzo di emissione va a capitale sociale (fino al nominale), la parte eccedente finisce in riserva sovrapprezzo. Per il socio, la domanda giusta è: l’aumento è fatto a condizioni coerenti con il valore economico dell’impresa e con i prezzi di mercato? E ancora: la destinazione dei fondi è dettagliata, verificabile, con tempi e obiettivi?

Cosa succede in Borsa quando parte un aumento: TERP, volatilità ed «effetto sconto»

Quando una quotata annuncia un aumento, spesso il titolo scende. Non è sempre «panico»: è anche matematica. Con lo stacco dei diritti, il prezzo teorico ex diritto (il TERP, Theoretical Ex-Rights Price) tende a risultare più basso del prezzo pre-operazione, perché nel calcolo entrano il nuovo prezzo di sottoscrizione (spesso a sconto) e il numero maggiore di azioni.

Due note pratiche per chi investe:

  • il mercato «prezza» subito la qualità dell’operazione: se percepisce che l’aumento finanzia un progetto solido, la reazione può essere ordinata; se invece sembra un salvataggio senza visione, la volatilità aumenta;
  • gli aumenti iperdiluitivi sono quelli che fanno più male al piccolo azionista, con tante nuove azioni a prezzi molto bassi. In questi casi l’adesione richiede spesso capitali ingenti, altrimenti la quota si riduce a livelli quasi simbolici.

Calcolo aumento di capitale: esempio pratico

Per comprendere meglio come funziona un aumento di capitale, procediamo con un esempio numerico. La società XYZ ha un capitale sociale suddiviso in 2.000 azioni, ognuna con un valore nominale di 150 euro, mentre sul mercato la quotazione è di 175 euro. Il capitale sociale ammonta quindi a 300.000 euro, mentre il valore di mercato è di 350.000 euro.

La società XYZ vuole aumentare il capitale sociale raddoppiandolo, conferendo per ogni azione vecchia un’azione nuova al prezzo (detto di sottoscrizione) di 160 euro. Il calcolo da effettuare è legato alla formula del prezzo teorico di equilibrio delle azioni:

PTAex = [(NAV x PAcum) + (NAN x CS)] / (NAV + NAN)

  • PTAex = prezzo teorico di equilibrio;
  • NAV = numero delle azioni vecchie;
  • PAcum = prezzo di mercato;
  • NAN = numero di azioni nuove;
  • CS = prezzo di sottoscrizione.

Riportando i dati del nostro esempio, avremo:

PTAex = [(2.000 x 175) + (2.000 x 160)] / (2.000 + 2.000) = 167,50 euro

A seguito dell’aumento avremo un capitale sociale di 600.000 euro, 4.000 azioni, un valore unitario nominale di 150 euro per azione, un prezzo di mercato di 167,50 euro e un valore di mercato della società XYZ di 670.000 euro.

Aumento di capitale e bilancio: cosa cambia davvero

Dal punto di vista contabile, in un aumento a pagamento entrano risorse (cassa e banca) e cresce il patrimonio netto. Il conto economico non cambia «per magia» nel giorno dell’aumento, ma cambiano i margini di manovra: più capitale proprio spesso significa meno pressione finanziaria e, nel tempo, può tradursi in minori oneri (se l’azienda riduce il debito) e maggiore capacità di investire.

Occhio, però: un aumento non sostituisce la gestione. Se il modello di business non regge, un patrimonio più alto compra tempo, non garantisce risultati.

Equity crowdfunding: l’aumento di capitale che passa dal web

Negli ultimi anni il concetto di aumento di capitale si è «democratizzato» grazie all’equity crowdfunding: startup e PMI possono offrire quote o azioni al pubblico tramite portali autorizzati.

Qui il dettaglio conta. Il settore è oggi inquadrato dal regolamento europeo ECSPR - Regolamento (UE) 2020/1503 sui fornitori europei di servizi di crowdfunding per le imprese - entrato in vigore l’11 novembre 2021 e pienamente applicabile dall’11 novembre 2023, che ha armonizzato le regole di equity e lending crowdfunding in tutta l’UE. In Italia il regolamento è stato recepito con il D.lgs. 30/2023 e dal Regolamento Consob n. 22720 del 1° giugno 2023: dall’11 novembre 2023 possono operare esclusivamente i fornitori autorizzati e iscritti nell’apposito Registro tenuto dall’ESMA, mentre la precedente disciplina nazionale (articolo 50-quinquies del TUF) non è più applicabile. La vigilanza è ripartita tra Consob, che verifica la correttezza delle informazioni agli investitori, e Banca d’Italia, responsabile della supervisione prudenziale dei gestori delle piattaforme.

Per l’azienda il crowdfunding può essere una leva potente: non solo raccoglie capitale, ma costruisce una community di soci-clienti. Per l’investitore, invece, la regola è una: leggere bene documenti, rischi e illiquidità. Perché qui non c’è la Borsa che ti permette di uscire in un click.