Le teorie di genere hanno guadagnato terreno negli ultimi anni, portando a un dibattito sempre più acceso sulle sue implicazioni culturali, sociali e linguistiche.
Recentemente, la clinica Identity Alaska si è distinta come un esempio paradigmatico di come alcune organizzazioni stiano adottando pratiche linguistiche che evocano il mondo distopico di 1984 di George Orwell.
In particolare, l’uso di una «neolingua gender» nel curriculum di biologia inclusiva di genere ha sollevato preoccupazioni significative sulla manipolazione del linguaggio e la revisione dei concetti biologici fondamentali.
La neolingua politicamente corretta è una costruzione artefatta, burocratica; è un linguaggio per i fanatici dell’ideologia, che sta contagiando il mondo intero, imponendosi attraverso gli slogan e l’assuefazione mediatica.
Porprio come nel capolavoro orwelliano, il linguaggio viene anche volutamente svuotato e “riscritto” dai burocrati del politicamente corretto, seguendo i diktat della neolingua gender: perdendo la sua dimensione simbolica e svuotando i termini del loro originale significato, vietando persino l’utilizzo di alcune parole o introducendone di straniere, si impedisce di fatto all’uomo di pensare, permettendogli semmai di comunicare solo concetti che siano in linea con il pensiero unico.
Come riporta Fox News, l’ammiraglio Rachel Levine, assistente segretario per la salute del Dipartimento della salute e dei servizi umani, ha lodato l’Identity Alaska per i suoi sforzi nel promuovere un futuro «più equo» e l’accesso alle cure mediche. Tuttavia, la direzione presa dall’organizzazione sembra andare oltre l’uguaglianza e si spinge verso una re-interpretazione distorta della biologia umana.
L’approccio di «biologia inclusiva di genere» promosso dall’Identity Alaska sembra voler riscrivere il linguaggio scientifico per adattarsi alla narrazione ideologica dei sostenitore del gender. Ad esempio, sostituire il termine «madre» con «produttore di uova» sembra un tentativo di sfuggire alle definizioni biologiche e al linguaggio tradizionale. Mentre la riflessione sulla linguistica e sulle definizioni è sempre stata parte dell’evoluzione scientifica, qui sembra essere distorta dalla volontà di eliminare concetti ben fondati.
Il curriculum suggerisce l’uso di termini «a misura di bambino» per insegnare il concetto di genere sin dall’asilo. Tuttavia, questa semplificazione sembra sminuire la complessità dei concetti biologici e potrebbe confondere e soprattutto indottrinare i bambini anziché educarli in modo accurato. Inoltre, l’idea che i medici «assegnino» il genere ai neonati come «ipotesi» sembra voler cancellare il dimorfismo sessuale e l’importanza dell’identificazione biologica.
Eliminare la parola «madre» dalle lezioni sulla riproduzione e sostituirla con espressioni come «genitore gestazionale» o «produttore di uova» sembra un esempio di manipolazione linguistica e di revisionismo biologico. Questo approccio potrebbe danneggiare l’accuratezza delle informazioni trasmesse agli studenti e indebolire la comprensione scientifica della riproduzione umana.
La sostituzione dei termini biologici «maschio» e «femmina» con «quelli con i testicoli» e «quelli con le ovaie» sembra voler distruggere concetti fondamentali di biologia. Questa semplificazione estrema dei concetti biologici potrebbe portare a una visione distorta e inaccurata del mondo naturale, oltre che a sdoganare la propaganda gender sui banchi di scuola.
Le raccomandazioni per decentrare l’essere umano e imparare dai comportamenti animali sembrano discutibili, poiché ignorano la specificità e la complessità della biologia umana e la sua relazione con la cultura e la società. L’uso dell’antropologia per criticare l’approccio alla definizione del sesso biologico sembra confondere le differenze culturali con l’obiettività scientifica.