Addio midterm: i Democratici crollano nei sondaggi e perdono terreno tra gli elettori

Rob Piccoli

30/07/2025

Scarsamente credibili su economia e lavoro, respinti dai moderati e criticati dai progressisti. Per il GOP, una strada spianata verso novembre.

Addio midterm: i Democratici crollano nei sondaggi e perdono terreno tra gli elettori

I democratici americani dicono addio alle speranze di rivincita per il Partito Democratico: contavano in una reazione elettorale contro il presidente in carica che potesse restituire loro la maggioranza alla Camera nelle elezioni di medio termine del prossimo anno, proprio come accadde durante il primo mandato di Trump, ma un nuovo sondaggio del Wall Street Journal rivela che il 63% degli elettori americani ha un’opinione negativa del partito dell’asinello, contro appena il 33% che ne ha una visione favorevole (un misero 8% che li vede in modo “molto favorevole”), con uno scarto di ben 30 punti percentuali. È il livello di approvazione più basso degli ultimi trentatré anni nei sondaggi del giornale. L’indagine dimostra che il partito non ha ancora compiuto il passo fondamentale per realizzare il ribaltone: convincere gli elettori di poter governare meglio del partito di Trump.

I votanti si sono detti meno propensi a fidarsi dei Democratici su economia, inflazione, tariffe e politica estera, rispetto ai Repubblicani (spesso con scarti di 7–10 punti). Nonostante l’insoddisfazione per l’amministrazione Trump su economia, inflazione, tariffe e politica estera, i votanti continuano a fidarsi maggiormente dei Repubblicani su queste aree, spesso con margini tra i 7 e i 17 punti.

“Il brand democratico è talmente compromesso da non avere più credibilità nemmeno nel criticare Trump o i repubblicani”, ha dichiarato John Anzalone, sondaggista democratico che ha curato la ricerca insieme al collega repubblicano Tony Fabrizio. “Finché non ritroveranno il contatto con gli elettori reali e con la classe lavoratrice, chiarendo da che parte stanno e quale sia il loro messaggio economico, continueranno ad avere seri problemi”.

Il WSJ ricorda che nei mesi che precedettero il primo midterm dell’era Trump (tornata elettorale del novembre 2018) gli elettori che si identificavano come democratici superavano i repubblicani di sei punti percentuali, un vantaggio strutturale che costringeva molti candidati del GOP a partire in salita, specie nei distretti elettorali più combattuti. Oggi, al contrario, gli elettori che si dichiarano repubblicani superano — seppur di misura — quelli che si identificano con il Partito Democratico. “Una svolta significativa e rara nella dinamica dell’elettorato americano”, sottolinea il WSJ. “Lo scorso anno, i repubblicani hanno ottenuto per la prima volta in oltre trent’anni un vantaggio stabile nell’identificazione partitica, mantenuto ancora oggi. Nel nuovo sondaggio, i repubblicani superano i democratici di 1 punto percentuale, con un margine che era salito a 4 punti nell’indagine di aprile”.

Il sondaggio del Wall Street Journal arriva dopo un’indagine della CNN pubblicata qualche giorno prima, secondo cui solo il 28% degli elettori aveva un’opinione favorevole dei Democratici. È la valutazione favorevole più bassa mai registrata dai sondaggi CNN dal 1992. Le valutazioni negative superano il 60-70 % in ampie fasce della popolazione, con trend di peggioramento rispetto ai mesi precedenti. L’unica area in cui i Democratici emergono leggermente favoriti è la sanità e la politica dei vaccini.

In un certo senso paradossalmente, il famoso data journalist George Elliott Morris (noto per la sua esperienza in analisi di opinione pubblica e forecasting elettorale), evidenzia che gran parte del malcontento va riferito agli elettori democratici più progressisti, che si sentono spesso traditi da una leadership ritenuta troppo centrista. Tuttavia, questi elettori rimangono fedeli al partito e lo voteranno comunque. Parallelamente, un Gallup poll del gennaio 2025 mostra che, tra gli elettori che si identificano come Democratici moderati, il 62% vorrebbe un partito più centrista. Alcuni commentatori osservano a tal riguardo che molti moderati aperti al voto flessibile si sentono non rappresentati da un messaggio culturale eccessivamente progressista, preferendo una retorica più focalizzata attorno ai temi economici e al benessere della classe media.

Tra i giovani moderati di sesso maschile, ad esempio, molti si sono spostati verso i Repubblicani, convinti da promesse economiche come agevolazioni fiscali e opportunità di lavoro.

Insomma, sembra che il partito si trovi in un cul de sac: perde credibilità sia tra i moderati sia tra i progressisti, anche se questi ultimi restano comunque fedeli nel momento del voto, al contrario dei primi, che si sentono emarginati nel partito e sono pronti a votare per i Repubblicani o a starsene a casa. Una crisi non solo elettorale, ma esistenziale.

Giustamente David Brooks (New York Times, ex Washington Post) sostiene che il partito ha perso contatto con i valori e le preoccupazioni della classe media e moderata. Servirebbe una narrativa centrata sull’amore civico, sul dialogo e rispetto reciproco, non sull’ideologia polarizzata o l’identità tribale. Questo approccio moderato richiederebbe leader in grado di unire valori contrapposti, puntando ai problemi reali delle comunità.

Altri guru progressisti, come Dustin Guastella – una voce emergente nella sinistra americana, con un forte focus sul ruolo della classe lavoratrice – auspicano che moderati e progressisti del partito sviluppino un messaggio populista credibile legato agli interessi economici delle classi lavoratrici. Di certo il partito è percepito da molti – e a ragione – come troppo elitario e culturalmente distante dalla working class, con un linguaggio oscuro, spesso appesantito da gerghi ideologici che rendono difficile, se non impossibile, il rapporto con gli elettori moderati.

Al momento, comunque, nulla di quanto servirebbe al Partito Democratico per sperare di vincere si intravede all’orizzonte. Una fortuna per il GOP, che al momento è praticamente senza rivali credibili.

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