Il Volo Malaysia Airlines MH370: una tragedia nuova per l’aviazione civile che potrebbe cambiare gli standard di sicurezza del volo.
Si è concluso il 12º giorno dal momento in cui il volo MH370 è scomparso, dai radar prima e successivamente da qualsiasi altro contatto umano. Cosa sia accaduto all’aereo e al suo carico umano in questo momento ancora non è chiaro, né sarà facile ricostruirlo, più tempo passa più l’ipotesi di fare chiarezza su tutti i particolari di questa vicenda si fa più labile.
Sono state avanzate una serie di ipotesi diverse, ma nessuna ha un supporto reale di prove, se non congetture e le conoscenze tecniche generali che si hanno del velivolo, dei sistemi di bordo, dei piloti e dei radar di terra militari e civili.
Insomma si cerca di ricostruire il puzzle ben sapendo che sono più i pezzi che mancano di quelli che abbiamo a disposizione. Più tempo passa però e più si vanno definendo almeno due elementi: di certo siamo di fronte ad una “prima volta” di cui in pochi avrebbero potuto immaginare i contorni: non abbiamo tentato una ricerca storica accurata, ma di certo questo è uno dei casi nell’aviazione civile in cui si sarà impiegato più tempo per ritrovare un velivolo soprattutto di queste dimensioni.
L’altra “quasi certezza” che comincia ad emergere tra gli esperti è che le diversità politiche sia locali che globali (i rapporti della Malesia con la Cina e con i paesi vicini, piuttosto che rapporti tra Cina e USA) sta ostacolando lo scambio genuino e completo di informazioni. In altre parole qualcuno sa molto di più di quello che viene detto.
Probabilmente i motivi per queste reticenze sono più che fondati (anche se non condivisibili) ma certamente questo non aiuta lo stato dei familiari e, in termini più generali e meno drammatici, di tutto il resto della popolazione che usa regolarmente un aeroplano. Non è una bella sensazione pensare, mentre ci si imbarca su un volo qualsiasi, che questo possa sparire totalmente e non essere più rintracciato.
Si tratta di un elemento che quasi certamente avrà ripercussioni immediate o di medio periodo sulla tecnologia di bordo e sul modo in cui essa viene utilizzata. Come ormai abbiamo imparato tutti, sul velivolo disperso c’erano vari sistemi di comunicazione con la terra: taluni usuali e ben conosciuti quale la radio di bordo che consente di parlare con gli organi del controllo del traffico aereo, altri meno conosciuti e più automatici come il sistema ACARS.
Un equipaggiamento che ha scopi essenzialmente tecnici e logistici e consente alle compagnie di conoscere lo stato di funzionamento dei vari apparati: motori, sistema elettronico di bordo e così via.
ACARS funziona come la telemetria che vediamo nelle gare di formula uno: ogni manciata di minuti il sistema spedisce a terra una “stringa” di dati che può essere selezionata dalla compagnia proprietaria del velivolo o almeno un “ping”, un segnale di controllo.
A quanto ci viene detto anche il sistema ACARS è stato disattivato dai piloti o da qualcuno con alte competenze aeronautiche a bordo, ma almeno il segnale di controllo ha continuato ad arrivare ed è l’unico flebile segnale che sembra guidare la ricerca.
Dopo questo incidente è molto probabile che l’ACARS a bordo dei velivoli sarà molto più protetto e sarà impedito a chiunque di avervi accesso o addirittura di poterlo disattivare.
C’è poi la “scatola nera”, che consente di ricostruire il funzionamento dei vari sistemi di un velivolo anche dopo incidenti in cui l’aereo stesso sia andato distrutto. E’ un piccolo apparato non più lungo di 50 cm e largo 15. Si potrebbe definire un insieme di registratori “corazzato”, protetto cioè in modo da resistere agli esiti di un incidente aereo o al fuoco susseguente.
Gli ultimi modelli sono dotati di un trasmettitore che ne consente l’individuazione su terra e anche in mare fino a profondità di 4.500m e ad una distanza di 4-5 km. È un registratore potente in grado di registrare 25 ore di dati di volo, due ore di trasmissione audio all’interno del cockpit cioè quello che si dicono i piloti e due ore di messaggi digitali, ma dopo questo evento parecchi tecnici cominciano a chiedersi perché mai nel 2014 siamo ancora legati per sapere cosa è successo all’interno di un velivolo ad un sistema che rimane sul velivolo stesso e quindi può essere perduto oppure andare distrutto durante l’incidente.
Le capacità di trasmissione dati oggi consentirebbero di avere a terra, magari in due o tre siti diversi, tutti i dati di funzionamento degli apparati di bordo le trasmissioni audio all’interno della cabina di pilotaggio nonché tutti gli altri funzionamenti del sistema dei sistemi di bordo in tempo reale: un metodo del tutto diverso che garantirebbe continuamente e senza possibilità di interferenze di avere disponibili i dati di volo senza dover dipendere da qualcosa che può essere difficilmente localizzabile soprattutto in casi come quello del volo MH370.
Ci sono poi alcuni elementi che destano profonda preoccupazione. Il primo riguarda la capacità della sistema di difesa malese di proteggere il proprio spazio aereo. Il volo MH370, per ammissione delle stesse autorità malesi, ha volato fuori dalla normale rotta per oltre 40 minuti sorvolando proprio il territorio malese. Successivamente, sempre stando alle ricostruzioni ufficiali, si è avvicinato alle coste della Thailandia, anche in questo caso senza alcuna reazione da parte delle forze di difesa aerea di quella nazione. E’ sembrato che tutti siano stati a guardare, ma nessuno abbia avuto il coraggio, l’intendimento di affrontare la situazione.
Intanto le agenzie battono la notizia che le ricerche sono state sospese nel luogo dove erano in corso da oltre 12 giorni (in pratica 12 giorni persi) e adesso si comincerà a cercare al centro dell’oceano indiano dove le profondità del mare vanno dai 2000 ai 4000 m e quindi sono al limite della possibilità di ricezione del crash recorder. In più ancora più rilevante si sono persi 12 giorni utili per la capacità di trasmissione del trasmettitore dello stesso Crash recoder il quale ha una autonomia di circa 30 giorni come dire che quasi la metà delle possibilità di trovarlo sono svanite. Il tratto di oceano in cui si andrà a cercare dista circa 2900 km dalla terra più vicina: l’Australia. Come dire che bisogna inviare delle navi le quali impiegheranno giorni per raggiungere l’area e poi dovranno permanere lì in mezzo all’oceano in condizioni assolutamente non ideali per una ricerca. Anche capire come mai ci sia voluto tanto ad individuare il luogo dove probabilmente il velivolo si è inabissato sarà argomento di discussione nei prossimi mesi.
Intanto il mistero continua, noi abbiamo un pensiero in più ogni volta che voliamo e più di 200 famiglie stanno ancora aspettando di sapere che fine hanno fatto i loro cari.