Unione bancaria: come salvare l’euro dalla catastrofe

Raffaele Guerra

24/05/2012

Unione bancaria: come salvare l’euro dalla catastrofe

La fragilità sistemica del settore bancario europeo è più vecchia della crisi fiscale greca. Fu rivelata dallo shock causato dai mutui subprime e da Lehman Brothers nel periodo 2007-2008, e non è la si è mai affrontata in maniera adeguata - nonostante i successivi stress test.

Nelle ultime settimane, diversi politici di alto livello sono diventati più espliciti sulla necessità dell’ «unione bancaria” - in altre parole, una struttura federale per la politica bancaria. Tra questi alti funzionari c’è Christine Lagarde, direttore del FMI, le cui dichiarazioni sono in linea con quelle precedenti dello stesso Fondo Monetario Internazionale (Fonteyne et al. 2010). Il 17 aprile Lagarde ha dichiarato:»Per rompere il circuito di continua retroazione fra gli stati e le banche, abbiamo bisogno di una maggiore condivisione dei rischi oltre i confini nazionali all’interno del sistema bancario . Nel breve termine, sarebbe di grande aiuto una struttura europea che abbia la capacità di acquisire partecipazioni dirette nelle banche. Guardando al futuro, l’unione monetaria ha bisogno di essere sostenuta da una maggiore integrazione finanziaria, che, secondo la nostra analisi, dovrebbe assumere la forma di un controllo unificato, una singola autorità di risoluzione nel settore bancario con una protezione comune e un unico fondo di assicurazione per i depositi "(Lagarde 2012).

Le dichiarazioni del presidente della BCE hanno fatto eco queste parole nell’intervento tenuto al Parlamento europeo lo scorso 25 aprile; Draghi ha infatti dichiarato che ritiene che «la stabilità finanziaria sia una responsabilità comune all’interno dell’unione monetaria» e che «garantire il buon funzionamento dell’Unione economica e monetaria implica il rafforzamento della vigilanza bancaria e della risoluzione a livello europeo»(Draghi 2012).

L’unione bancaria necessaria per salvare l’euro

Molti osservatori accademici ormai concordano sul fatto che un’unione bancaria, coadiuvata con una qualche forma di unione fiscale, è la condizione necessaria per un’unione monetaria sostenibile della zona euro e per una risoluzione dell’attuale crisi (si veda ad esempio Nielsen 2012; Schoenmaker e Gros 2012). Eppure, nonostante la creazione di un’Autorità Bancaria Europea lo scorso anno, le azioni intraprese finora sono state modeste. La Spagna ne è un esempio calzante: Madrid avrebbe potuto fare appello al Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria (EFSF) per un prestito appositamente destinato a ricapitalizzare le sue banche, ma ha preferito fare da sola attraverso la nazionalizzazione di Bankia e un nuovo giro di svalutazioni immobiliari che ha suscitato un grande scetticismo del mercato.

Sono diverse le ragioni che possono intervenire al fine di spiegare perché l’integrazione bancaria è una meta difficile da raggiungere. Innanzitutto, il Regno Unito, centro direzionale della finanza europea, non è un membro della zona euro e resiste a ogni violazione della sua sovranità in materia di vigilanza. In secondo luogo, alcuni Stati membri devono continuare a sostenere istituti di credito nazionali o a proteggere i collegamenti tra il sistema bancario locale e le comunità politiche - legami che in realtà rendono le banche strumenti della politica industriale dello Stato. Inoltre, la capacità dei governi gravati dal debito di fare pressione sulle banche nazionali affinché acquistino il loro debito sovrano, fenomeno anche noto come repressione finanziaria, è un altro ostacolo sulla strada del cambiamento (Benito 2012). Certamente, un’unione bancaria implicherebbe una condivisione problematica del rischio finanziario o trasferimenti transnazionali.

Questi sono dunque i vincoli che impediscono all’Europa di procedere lungo la strada dell’unione bancaria. I leader europei, desiderosi di discutere del come prevenire la prossima crisi, negano spesso quella attuale. La loro retorica tende a evocare un mondo immaginario in cui la finanza è stabile, gli incentivi economici sono in linea con le responsabilità sociali e i sentimenti morali, e le autorità pubbliche comprendono perfettamente il sistema finanziario. Dal punto di vista politico, tali voli di fantasia costituiscono sempre di più un lusso impraticabile, soprattutto alla luce della necessità urgente di gestire la crisi e assicurare la sopravvivenza.

Le strade possibili

Possiamo dunque individuare tre priorità.

- In primo luogo, le banche devono condividere i rischi nel modo più ampio possibile. Non è ragionevole che i governi europei rimborsino tutti i creditori o le banche fallite, tra cui i creditori scoperti di tutti i casi fino ad oggi (fatta eccezione per due banche in Danimarca e alcuni piccoli casi in altri posti) e i creditori subordinati in quasi tutti i casi dell’Europa continentale. Negli Stati Uniti, al contrario, quasi tutti i processi di ristrutturazione hanno costretto i creditori ad accettare pesanti perdite, ad eccezione di pochi casi importanti (Bear Stearns, Fannie Mae, Freddie Mac, AIG e le case automobilistiche). Un approccio europeo dovrebbe evitare gli incentivi perversi che hanno reso i contribuenti degli ostaggi delle banche fallite. Ci sono molte complesse questioni legali e finanziarie in gioco, ma alla fine la scelta è politica (Goldstein e Véron 2011).

- In secondo luogo, l’Europa ha bisogno di una capacità operativa per ristrutturare le banche, senza dover fare affidamento sulle autorità nazionali che hanno fallito nei loro compiti di vigilanza. Questo obiettivo richiede la costituzione di una temporanea task force di professionisti in grado di intervenire rapidamente nell’interesse dell’intera zona euro. Al momento, tali strumenti non esistono. La Swedish Bank Support Authority del 1992, e, sebbene in un diverso contesto, la Treuhandanstalt della Germania post-unificazione, costituiscono un buon precedente (Posen e Véron 2009).

- Terzo, e più urgente: è necessario prevenire le corse agli sportelli. Il modo migliore per farlo sarebbe che il fondo EFSF o il suo successore garantiscano esplicitamente tutti i sistemi nazionali di assicurazione dei depositi nella zona euro. Tale “riassicurazione dei depositi” rafforzerebbe l’integrità dell’area e accrescere subito la fiducia nelle sue banche (Véron 2011). Naturalmente, dovrebbero essere costruite forti strutture di vigilanza a livello europeo per evitare l’azzardo morale. Ci vorrà molto tempo per combinare questi diversi pezzi in un’unica e coerente struttura europea di politica bancaria. Del resto, il momento attuale non richiede una perfetta messa a punto, ma impegni rapidi e audaci.

Riferimenti bibliografici

Benito, Andrew (2012), “European Views: Spain’s gradualist approach towards banks is due to its fiscal outlook and financial repression” Goldman Sachs Global Economics, 11 May.

Draghi, Mario (2012), “Introductory statement before the Committee on Economic and Monetary Affairs of the European Parliament”, 25 April.

Fonteyne, Wim, Wouter Bossu, Luis Cortavarria-Checkley, Alessandro Giustiniani, Alessandro Gullo, Daniel Hardy, and Sean Kerr (2010), “Crisis Management and Resolution for a European Banking System”, Working Paper WP10/70, March.

Goldstein, Morris, and Nicolas Véron (2011), “Too Big To Fail: The Transatlantic Debate”, Peterson Institute for International Economics Working Paper 11-2, January.

Lagarde, Christine (2012), “Opening remarks at the IMF/CFP Policy Roundtable on the Future of Financial Regulation”, 17 April.

Nielsen, Erik (2012), “Safeguarding the common Eurozone capital market”, UniCredit Global Themes Series, 16 April.

Posen, Adam, and Nicolas Véron (2009), “A Solution for Europe’s Banking Problem” Peterson Institute for International Economics Policy Brief, June.

Schoenmaker, Dirk, and Daniel Gros (2012), “A European Deposit Insurance and Resolution Fund”, Duisenberg School of Finance Policy Paper Series No. 21, May

Véron, Nicolas (2011), “Stress tests are not enough to fix the banks”, Financial Times, 15 July.

Tradotto da Raffaele Guerra per Forexinfo.it – Fonte: Voxeu.org