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di Glauco Maggi

La strategia di Biden? Perdere in Congresso, e nei sondaggi

Glauco Maggi

24 gennaio 2022

La strategia di Biden? Perdere in Congresso, e nei sondaggi

Il presidente Joe Biden continua a cambiare agenda e sposare sempre la causa sbagliata. Cosa sta succedendo negli Stati Uniti? Al momento Biden è al 35% nei sondaggi.

Joe Biden è come la classica mosca in un bicchiere capovolto con il bordo che aderisce sul tavolo. Intrappolato, sbatte contro il vetro, in ogni direzione, cercando una via d’uscita. Vede all’esterno la libertà (il sogno di sondaggi che lo giudichino decentemente), ma che possa tornare a volare è un’illusione. Il presidente è disperato, fuor di metafora. Continua a cambiare gli obiettivi della sua agenda, uno dietro l’altro, via via che la dura realtà della situazione politica glieli cancella.

Il problema è che Joe Biden si credeva un Franklyn Delano Roosevelt rinato, e voleva fare un nuovo New Deal, Green stavolta. Ma mentre Roosevelt era stato eletto negli Anni ’30 nel pieno di una Depressione storica, e poteva contare su una maggioranza di centinaia di deputati e di senatori Democratici, Biden si ritrova con un Senato diviso esattamente in due, con 50 Repubblicani e 50 Democratici, e un vantaggio di meno di 10 voti alla Camera.

I sinistri burattinai Bernie Sanders e Elizabeth Warren al Senato, e il manipolo dei cosiddetti progressisti alla Camera guidato da Alexandra Ocasio-Cortez, hanno portato alla deriva Biden. E, con lui, i due leader del partito DEM in Congresso, Nancy Pelosi e Chuck Schumer, atterriti dal dover affrontare oppositori interni progressisti alle prossime primarie, e convinti a lanciarsi in crociate suicide.

Vi ricordate il BBB, Build Back Better (Ricostruire Meglio l’America)? Era il tentativo di far passare in Congresso, prima di Natale, una legge finanziaria omnibus da quasi 2 trilioni (migliaia di miliardi) di dollari. Senza il BBB, sbraitava e minacciava il presidente, gli americani non avrebbero avuto ulteriori provvidenze e servizi sociali oltre a quelli che hanno già, e il mondo sarebbe finito presto (entro il 2030) per global warming fulminante. È bastata la sensata e irremovibile opposizione di un solo senatore Democratico, il moderato Joe Manchin della West Virginia, insieme ai 50 Repubblicani, per sgonfiare il disegno di Biden. Manchin non ha voluto accettare il diktat di misure di welfare ultracostose, che avrebbero pesato sul bilancio federale, in realtà, oltre 5 trilioni (non i 2 trilioni di facciata), e ha respinto con decisione e buon senso le pretese di Biden e dei radicali verdi.

Fra cui la richiesta di eliminare subito il ricorso all’energia di origine fossile (carbone, gas naturale e petrolio), che era stata inserita nel BBB sotto forma di sostegni fiscali alle produzioni di auto elettriche e altre misure su case e trasporti. Il piano era irrealistico, ed è finito nel ridicolo quando il presidente ha chiesto ai produttori arabi di petrolio di aumentare le forniture per abbassare i prezzi e frenare l’inflazione.

Morto il BBB, il presidente si è inventato un’altra battaglia politica, di tutt’altro tenore, per mostrare alla sua base, quella estremista, che la Casa Bianca e il partito DEM sono vivi, e qualcosa vincono. Ed ecco quindi Biden, con la Pelosi e Schumer, cavalcare il tema delle norme per votare che non ha alcun carattere di urgenza. Il partito Democratico ha messo in cantiere, e la Camera l’ha già votata, una legge che di fatto dovrebbe creare una cornice nazionale per tutte le elezioni che si tengono nei 50 Stati. Mentre i Repubblicani difendono il buon diritto degli Stati di regolare, in ossequio alla Costituzione federalista, meccanismi di voto che soddisfino le esigenze d’integrità e correttezza così come sono valutate e decise dagli elettori dei singoli Stati, i Democratici vorrebbero imporre un regime unico nazionale. E lo basano su norme che lascino spazio ai propri attivisti di gestire, con minore rigore garantista, ossia in modo più opaco e meno trasparente, le operazioni di voto.

Un paio di esempi? Il GOP è impegnato a far votare leggi locali, nelle varie legislature statali dove e’ in maggioranza, che obblighino gli elettori a presentarsi ai seggi muniti di documenti di identità con la fotografia. I DEM sono contrari a questa garanzia, e vogliono che sia eliminata a livello nazionale con la legge citata. Non solo. Puntano a introdurre ovunque (in vari Stati esiste già) l’obbligo di permettere agli elettori di poter votare per posta, anche senza avere un valido motivo che impedisca di recarsi al seggio. E vogliono dilatare i tempi entro cui i voti postali possono venire conteggiati come validi anche se arrivano oltre una settimana dopo il previsto martedì ufficiale di novembre. In sostanza, è un piano che permette ai DEM di fare una campagna retorica di propaganda contro una inesistente “soppressione del voto” da parte del GOP, e insieme di aprire spazi oggettivi per errori e frodi.

Biden si è buttato a corpo morto nell’impresa di avere il voto del Senato per questa legge nazionale elettorale, ma con le regole attuali gli servono 60 voti per superare l’ostruzionismo dell’opposizione (il cosiddetto filibustering). Ovviamente Biden non ha 60 voti, e allora si è tuffato in una missione disperata, e potenzialmente deleteria per gli equilibri istituzionali futuri: cercare di far votare l’abolizione del meccanismo del filibustering per la quale basta una maggioranza semplice (i 50 voti DEM, più quello della vice presidente Kamala Harris che può votare se c’è uno stallo in Senato). Successivamente, basterebbero 50 voti (e quello della Harris) per far passare la legge che nazionalizza il voto federale.
Ma anche in questo tentativo la mosca Joe ha sbattuto contro la parete di vetro, cioè contro il no di un paio di senatori DEM, Joe Manchin e Kirsten Sinema dell’Arizona. Sinema ha fatto sapere esplicitamente di voler mantenere il meccanismo dei 60 voti, che per lei e per Manchin sono una garanzia contro la trasformazione del Senato in una sorta di Camera-Bis. I due senatori non sono peraltro i soli a ritenere che il filibustering in Senato ha il pregio di obbligare i partiti a trovare soluzioni di compromesso, proprio perché per arrivare ai 60 voti occorre convincere un certo numero di senatori della opposizione, quando un partito non ha una larghissima maggioranza, ossia non ha un ampio consenso nel paese sulle sue iniziative.

Così, il fine primo di tanto sbattersi di Biden, che sarebbe poi salvare la sua presidenza con qualche colpo legislativo di peso, appare sempre più al di fuori della sua portata.

Per documentare la debacle che Biden ha impiegato un solo anno a realizzare, basta citare l’ultimo sondaggio nazionale sulla approvazione del suo lavoro da Presidente, quello di meta’ gennaio della Quinnipiac University. Joe è al 35%, il che lo iscrive alla stessa lega del peggior Donald, che toccò il minimo del 33% nei quattro anni dal 2016 al 2020. Ma Trump era stato un mostro di antipatia personale e aveva fatto di tutto per alienarsi la maggioranza del Paese con il suo comportamento “antisocial”. Le sue politiche (immigrazione, economia, politica estera) erano state invece apprezzate.

Biden puntava al contrario sulla diversità della sua “normalità”, il bonario piacione statista da una vita, il nonno rassicurante per una America stremata dai tweet del predecessore, e dal Covid. Il fallimento dell’ex vice di Obama, partito con il 53% di approvazione un anno fa e ora una ventina di punti sotto, non e’ il risultato di un fallimento della persona sul piano umano, anche se il deterioramento delle sue qualità mentali non giova certo alla sua reputazione.

La colpa può essere solo della sua politica. Ossia delle mosse intraprese, e dei programmi annunciati, che si sono allineati da subito alle pretese dell’ala radicale del partito Democratico, e che continuano ad allontanare Biden dalla realtà. Il fiasco del ritiro dall’Afghanistan e la gestione irresponsabile della immigrazione clandestina dal confine meridionale avevano iniziato ad affondare la credibilità della Casa Bianca nel primo semestre del 2021, contribuendo a vanificare il capitale politico che Joe aveva accumulato con gli 82 milioni di voti avuti nel novembre 2020. Ora Biden è intrappolato sotto il bicchiere, e sperpera quel che gli rimane in mosse disperate.

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Glauco Maggi

Giornalista dal 1978, vive a New York dal 2000 ed è l'occhio e la penna italiana in fatto di politica, finanza ed economia americana per varie testate nazionali