Spotify, iTunes, Deezer: anche sul web la musica arricchisce i soliti noti

Secondo una ricerca dell’agenzia inglese MIDiA Consulting l’1% delle star più ricche si è portato a casa il 77% dei profitti complessivi riservati agli artisti nel 2013

Secondo i dati di mercato raccolti da Deloitte per Fimi (Federazione industria musicale italiana) nel 2013 il mercato discografico italiano è tornato a crescere (2%). A invertire la tendenza, il rallentamento nel declino del supporto fisico (sono risorti anche i vinili), la tenuta del download e il successo dei servizi di streaming. Il risultato è 117,7 milioni di euro rispetto ai 115,9 del 2012. È cresciuto soprattutto il digitale (+18%) e lo streaming con una percentuale bomba: +182%. A gelare però gli entusiasmi delle etichette indipendenti è il risultato di una ricerca dell’agenzia inglese MIDiA Consulting (il report “The Death of the Long Tail” è distribuito gratuitamente agli iscritti del blog Music Industry): l’1% delle star più ricche si è portato a casa il 77% dei profitti complessivi riservati agli artisti nel 2013. Non solo: i servizi di musica digitale che offrono lo streaming on demand (ad esempio Spotify) non farebbero altro che aumentare il divario. Di fatto, l’industria discografica consolida le sue fondamenta sul terreno del mainstream.

In particolare, la distribuzione di questi nuovi profitti sembra avvantaggiare soprattutto tre categorie che non appartengono alla long tail di Anderson: major (Universal, Sony e Warner), giganti del web (YouTube/Google, iTunes, Spotify) e celebrità (U2, Bon Jovi, Springsteen, Rolling Stones, Beyoncé, Rihanna, Kanye West).

La coda lunga a cui fa riferimento il titolo del report (tradotto: “La morte della lunga coda”) è quella della teoria di Chris Anderson - pubblicata sul mensile Wired nel 2004 e in un bestseller del 2006 - secondo la quale nella società digitale il valore economico dei prodotti di nicchia avrebbe globalmente superato quello dei bestseller.

In sintesi, la "lunga coda” risulta screditata sia sull’aspetto economico, sia su quello del reperimento dei contenuti (i contenuti ci sono, ma l’utente medio non ne è a conoscenza). Si tratta di una beffa anche per i piccoli artisti: i loro obiettivi diventano sempre più irraggiungibili a causa di una ricchezza non distribuita in modo omogeneo. I servizi di musica digitale in streaming devono ancora dimostrare di saper sviluppare modelli di business sostenibili anche per la comunità delle band meno famose. Per il momento, Spotify ha acquisito The Echo Nest, azienda specializzata nella produzione di software in grado di riconoscere le preferenze musicali degli utenti e di suggerire playlist basate sui loro gusti, ma lo scopo di questa acquisizione, oltre ad arricchire l’esperienza dei milioni di fan di Spotify, non è quello di correggere questa situazione sbilanciata che favorisce le grandi società e i neo-monopolisti.

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