Separazione delle carriere di giudici e Pm: la proposta in discussione alla Camera

Isabella Policarpio

8 Luglio 2019 - 08:36

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È in discussione alla Camera la proposta di legge, presentata a febbraio, che vuole dividere la magistratura giudicante da quella requirente. I dettagli.

La separazione delle carriere di giudici e Pm è in discussione alla Camera; una tempistica piuttosto dilatata, considerando che il testo è stato depositato a febbraio.

La proposta di legge sulla separazione delle carriere dei magistrati prevede la scissione tra i giudici e ipubblici ministeri , per formare due distinti Csm: uno per la magistratura giudicante e uno per la magistratura requirente. Ora più che mai, dopo lo scandalo Palamara e dell’intero Csm, la proposta appare una misura urgente e non più rinviabile.

Il testo è frutto dell’iniziativa popolare, sottoscritta da decine di migliaia di cittadini, e fortemente sostenuto da Forza Italia e Fratelli d’Italia; anche la Lega sembra essere favorevole mentre il M5S si è schierato dalla parte opposta.

Se la proposta diventasse legge, le carriere di giudice e pubblico ministero verrebbero separate - come accade in quasi tutti gli altri Paesi - senza la possibilità di una trasformazione di ruolo, ma garantendo l’autonomia e l’indipendenza che caratterizzano la magistratura.

Separazione delle carriere: magistratura giudicante e magistratura requirente

In queste ore, la Commissione Affari costituzionali della Camera sta valutando la proposta di legge presentata da Fi e Forza Italia di separare la magistratura giudicante da quella requirente (i Pm), come accade in molti altri Paesi.

In pratica, la proposta mira a cambiare l’assetto dell’ordine giudiziario così come stabilito dalla Costituzione nella sezione I, titolo IV, parte seconda. Se il testo fosse approvato, l’ordine giudiziario verrebbe scisso in magistratura giudicante e magistratura requirente, con la previsione di due distinti Csm.

In altre parole, i sostenitori della riforma vorrebbero che i Pm facessero parte di un distinto ordine giudiziario rispetto ai giudici, pur continuando a godere delle garanzie di autonomia e indipendenza proprie della magistratura.

Insieme alla separazione delle carriere, la proposta prevede anche la modificazione della composizione degli organi di autogoverno della magistratura.

Per quanto riguarda il Consiglio Superiore della Magistratura giudicante,
i componenti di diritto continueranno ad essere il Presidente della Repubblica ed il Primo presidente della Corte di cassazione, gli altri, invece, saranno scelti tra i professori ordinari in materie giuridiche e gli avvocati con almeno 15 anni di esperienza.

Dall’altro lato, il Consiglio Superiore della Magistratura requirente dovrebbe essere composto dal Capo dello Stato e dal Procuratore generale della Corte di cassazione, come membri di diritto, mentre la restante parte dalla stessa composizione del Csm giudicante. In sostanza, l’unica differenza tra i due Csm è che la componente togata verrebbe scelta tra i pubblici ministeri ordinari.

Separazione delle carriere: cosa dice la Costituzione

La Costituzione italiana (ex articoli 104 e 106) prevede che tutti i magistrati facciano parte di un unico ordine, al quale si accede mediante concorso pubblico, ma con la possibilità di passaggio tra la funzione giudicante e quella del pubblico ministero che rappresenta l’accusa.

Allo stesso modo, la Costituzione prevede un unico organo di autogoverno, ovvero il Consiglio Superiore della Magistratura, che assicura l’autonomia dell’ordine giudiziario e si occupa delle questioni inerenti la magistratura civile e penale.

Il dettato costituzionale prevede anche che il pubblico ministero sia in una posizione di totale autonomia ed indipendenza sia dal potere esecutivo che da ogni altro potere, esattamente come il magistrato in posizione giudicante.

In realtà, si è osservato che all’interno della Costituzione non è rilevabile alcun principio che vieti di separare le carriere di pm e di giudice, pur considerando la magistratura un unico ordine, così come sottolineato dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 37 del 2000.

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