Quanto inquinano le mascherine chirurgiche e FFP2?

22 Febbraio 2022 - 00:24

22 Febbraio 2022 - 00:27

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Come ridurre lo spreco e smaltire correttamente le mascherine per evitare l’inquinamento ambientale; tutti i dati e i consigli pratici.

Quanto inquinano le mascherine chirurgiche e FFP2?

Via le mascherine al chiuso? Il ministro della Salute, Roberto Speranza ci sta pensando ma, se la tendenza di riduzione della curva dei contagi continuerà, non verrà prorogato lo stato di emergenze e l’addio all’obbligo delle mascherine al chiuso arriverà il 15 giugno 2022.

Proprio ora che pensiamo con ottimismo a quando potremo archiviare questo capitolo però siamo chiamati a fare il punto della situazione sul danno ecologico provocato fino ad ora dall’uso intensivo e indiscriminato di questi dispositivi di protezione.

Nell’anno in cui l’Europa vuole introdurre i divieti dei monouso in plastica come forma di inquinamento «usa e getta» poi è paradossare non considerare proprio le mascherine una fonte inquinante da regolare e attenzionare. La nuova ondata di microplastiche che si diffondono proprio a partire dalla dispersione nell’ambiente delle FFP2 e delle mascherine chirurgiche potrebbe azzerare tutti gli sforzi fatti sin ora.

Capiamo quindi come ridurre concretamente lo spreco e il nostro impatto ambientale.

L’inquinamento

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) stima che ogni giorno siano finite nella spazzatura fino a 3,4 miliardi di mascherine, una piccola parte delle 87.000 tonnellate di dispositivi di protezione individuale (Dpi) acquistati tra marzo 2020 e novembre 2021.

Analogamente ci sono gli oltre 140 milioni di kit di test, che hanno il potenziale di generare 2.600 tonnellate di rifiuti non infettivi (principalmente plastica) e 731.000 litri di rifiuti chimici.

Pensare che quest’ingente quantità di rifiuti aggiuntivi pesa così tanto sugli ospedali da aver aumentato, secondo lo United Nations Development Programme (UNDP), la quantità di rifiuti sanitari a 3,4 kg al giorno per ogni letto ospedaliero (quasi 10 volte più dei tempi pre-pandemia).

Lo smaltimento però è pericoloso proprio perché, come testimonia uno studio apparso su Environmental Advances, buona parte delle mascherine finisce in acqua (quasi 5.500 tonnellate metriche di plastica ogni anno con una stima ottimistica al ribasso) e in quel caso è difficile stimare il danno reale oltre queste valutazioni meramente quantitative.

Dalle analisi dell’ente, per approssimazione, si evince come una singola mascherina potrebbe rilasciare fino a 173 mila microfibre di plastica al giorno negli oceani.

Come smaltirle correttamente?

Tanta disinformazione o assenza di corretta divulgazione scientifica, soprattutto nei primi mesi della pandemia, hanno portato buona parte della popolazione ad essere confusa o addirittura a sviluppare abitudini scorrette. Di questa forma di inquinamento infatti si parla pochissimo.

Rispondiamo quindi in maniera chiara alla domanda «dove si buttano le mascherine?»

Si tratta anche di rifiuti speciali, potenzialmente rischiosi se utilizzati da persone positive al Coronavirus per questo bisogna sapere come gestire lo smaltimento.

Un’azienda del settore certifica come le mascherine chirurgiche, realizzate tipicamente in TNT (tessuto non tessuto di polipropilene o di poliestere), siano composte di tre stati differenti.
Simile discorso per le filtranti facciali FFP1, FFP2 e FFP3 che sono però più strutturate e quindi con più strati.

Il tessuto non tessuto comunque non è riciclabile né biodegradabile, e va quindi destinato al secchio dell’indifferenziata ma sempre in sacchetti chiusi in modo da evitare dei contatti rischiosi agli operatori ecologici.

Cos’altro si può fare?

Esempio virtuoso è quello di Justine Ammendolia, ricercatrice marina che vive a Toronto e beneficiaria di una sovvenzione della National Geographic Society, che ha notato un aumento di mascherine e guanti disseminati nell’ambiente e che, quando usciva per la sua passeggiata quotidiana, si impegnava a raccoglierle e a diffondere il monito di sensibilizzazione nonostante nessuna organizzazione governativa o privata prenda in carica lo stesso tipo di campagna progresso.

Ammendolia non si è limitata ad una semplice ma efficiente buona azione da cittadino rispetto all’ambiente o una critica sociale, è andata oltre. Ha raccolto dati documentando la presenza di mascherine, guanti e salviette in sei specifici luoghi tipici tra cui due parcheggi di negozi di alimentari, un distretto ospedaliero, due zone residenziali e un percorso sportivo della sua città.

La volontà era segnalare i posti in cui autorità e cittadini volenterosi potessero concentrare le proprie forze.

Ammendolia infatti sostiene:

“L’evento della pandemia ha portato un cambiamento anche nella nostra gestione dei materiali monouso. Dobbiamo portare l’attenzione anche sulla quantità di plastica che viene prodotta, questo è il punto di partenza del discorso”.

A questo punto però è importante chiedersi anche cos’altro si può fare. Nell’attesa di ideazioni di maschere in stoffa funzionali e lavabili che offrano più sicurezza è giusto portare all’attenzione delle autorità la necessità di contenitori e bidoni appositi.

Non da ultimo è possibile e importante tagliare i lacci delle mascherine che potrebbero intrappolare gli animali che entrano entrare in contatto con i rifiuti così come il sostegno economico ad alcune delle startup che stanno portando avanti dei progetti autofinanziati di natura sperimentale volti a rilanciare dispositivi fatti di canapa, bambù e cotone.

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