Prestiti alle PMI, ecco perché alle banche non conviene

Elisabetta Scuncio Carnevale

14 Luglio 2019 - 10:55

Gli istituti di credito continuano a negare i finanziamenti alle PMI. I prestiti in calo da ormai 7 anni

Prestiti alle PMI, ecco perché alle banche non conviene

È allarme per le PMI che, da ormai 7 anni, continuano a vedersi negare l’accesso al credito, con evidenti difficoltà di liquidità. Sono infatti in costante calo i finanziamenti bancari destinati alle aziende più piccole: nel mese di marzo 2019 i prestiti sono scesi del 2,3 per cento rispetto allo stesso periodo del 2018.

Un andamento negativo che si protrae dal 2012 e costringe i piccoli imprenditori a rivolgersi a organizzazioni criminali per ottenere denaro.

Ad affermarlo è l’Ufficio studi della Cgia, che sottolinea come il volume dei prestiti alle aziende, con meno di 20 addetti, è sceso costantemente negli ultimi anni.

Prestiti alle PMI, alle banche non conviene

“Per redigere l’istruttoria ed erogare il prestito gli istituti di credito devono assumersi dei costi fissi molto elevati, che riducono al minimo i margini di profitto di questa operazione.”

Sarebbe questa la motivazione della condotta praticata dalle banche nei confronti delle piccole e piccolissime imprese. Ne è convinto il segretario della Cgia, Renato Mason, che spiega così perché una richiesta, che sarebbe facilmente solvibile, viene invece negata, lasciando a secco le casse delle PMI.

Molte banche, soprattutto a livello nazionale, non trovano giovamento da tali operazioni, che non offrono alcun profitto. Proprio per questo hanno deciso di chiudere i rubinetti del credito alle micro aziende. La mancanza di liquidità, non agevola artigiani e piccoli imprenditori che non riescono a far fronte alle difficoltà quotidiane.

Secondo l’Ufficio studi della Cgia è per questo che alcuni piccoli imprenditori, soprattutto quelli del Nord Italia, sarebbero finiti tra le braccia delle organizzazioni criminali di stampo mafioso pronte subito ad “aiutare” e finanziare chi è in difficoltà.

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Un problema questo che interessa soprattutto il settore edile che, con l’entrata in vigore del Decreto crescita e delle disposizioni previste dall’art. 10, rischia di subire un ulteriore danno economico.

Secondo la nuova normativa, i privati possono cedere gli sgravi fiscali all’azienda a cui hanno affidato i lavori, usufruendo di uno sconto del 50 per cento sulla fattura. Se da un lato questo provvedimento potrebbe dare un’accelerata al settore, dall’altro rischia di penalizzare le imprese che hanno realizzato l’intervento. Queste infatti potranno incassare la metà del corrispettivo attraverso la compensazione fiscale entro i successivi 5 anni.

“Una grande azienda può far fronte a questo meccanismo, ma chi non dispone di liquidità, come la stragrande maggioranza delle aziende artigiane del settore edile e dell’installazione degli impianti, rischia di dover rinunciare alla commessa, non potendo sostenere, e anticipare, una buona parte delle spese necessarie per realizzare l’opera”.

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