Il petrolio è sceso in più di una settimana dal suo prezzo più alto, dopo che le esportazioni sono cresciute più lentamente rispetto alle previsioni in Cina, il secondo più grande consumatore di greggio al mondo, segnalando un rallentamento economico del paese.
Il greggio per la consegna di aprile è sceso fino di 1,02 dollari, attestandosi a quota 106,38 dollari al barile sull’indicatore New York Mercantile Exchange. Ha registrato 106,49 dollari alle ore 10:46 orario di Londra. Il contratto di riferimento è aumentato di 82 centesimi a 107,40 dollari al barile il 9 marzo scorso: si è trattato del livello più alto dall’inizio del mese di marzo. I prezzi sono complessivamente aumentati dell’8 per cento nel 2012.
Il petrolio Brent per aprile ha perso sull’indice londinese ICE Futures Europe fino a 1.22 dollari, vale a dire una quota pari all’1%, attestandosi a quota 124,76 dollari al barile. Il contratto di riferimento europeo è visto con un sovrapprezzo di 18,53 dollari.
Il petrolio a New York ha il supporto tecnico di 103,39 dollari al barile, secondo i dati compilati da Bloomberg. Sul grafico settimanale, vale a dire il ritracciamento Fibonacci per una percentuale del 61,8% della caduta di 32,40 dollari nel dicembre 2008 da un massimo record di 147,27 dollari nel mese di luglio dello stesso anno. Gli ordini di acquisto tendono ad essere raggruppati nei pressi dei livelli di supporto.
Un report la settimana scorsa ha mostrato il più baso livello dal 2009 per quanto riguarda la produzione industriale cinese nel periodo gennaio-febbraio e le vendite al dettaglio sono scese in Cina al di sotto delle stime. C’è da considerare che Pechino, da parte sua, ha contribuito per circa l’11% della domanda mondiale di petrolio nel 2010, secondo la statistica annuale sul fabbisogno energetico globale stilata da BP Plc (BP /). Gli Stati Uniti hanno consumato, invece, il 21% della produzione.
Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha detto il 6 marzo che c’è una «finestra di opportunità» per la diplomazia e le sanzioni al fine di costringere l’Iran a rinunciare a qualsiasi tentativo di sviluppare armi nucleari. Catherine Ashton, capo della politica estera dell’Unione Europea, ha detto, invece, che le potenze mondiali sono pronte a riprendere i colloqui con la nazione del Golfo Persico.
L’Iran non si piegherà alle minacce militari internazionali, ha riferito ieri il presidente Mahmoud Ahmadinejad in un discorso alla televisione di Stato iraniana. Il paese è il secondo produttore di petrolio dopo l’Arabia Saudita nell’ambito della Organization of Petroleum Exporting Countries, che fornisce circa un terzo del greggio mondiale.
«Il mercato mondiale del petrolio è ben fornito e le nuove scoperte sono sufficienti a sostituire i campi che si riducono»: questo è quanto ha dichiarato Aldo Flores-Quiroga, segretario generale dell’International Energy Forum, in un’intervista rilasciata questa mattina in Kuwait. «L’industria petrolifera mondiale», ha aggiunto, «ha bisogno di investimenti annuali fino a 700 miliardi di dollari».
L’International Energy Forum, costituito da un gruppo di nazioni che rappresentano più del 90% della fornitura e della domanda mondiali di petrolio e di gas, discuterà della volatilità dei prezzi del petrolio, delle fonti rinnovabili di energia e della povertà energetica in un incontro di due giorni che prenderà avvio domani in Kuwait. L’IEF è stato fondato nel 1991 per essere un forum di discussione sulla sicurezza energetica internazionale.
Il rallentamento della crescita e dei consumi in Cina, insieme alle misure di embargo imposte dalle potenze occiedentali all’Iran di Ahmadinejad costituiscono un serio problema per quanto riguarda il mercato del petrolio. La stessa impennata registrata nei prezzi del greggio costituisce, a sua volta, un problema non indifferente per quanto riguarda la crescita dell’economia globale e lo stato dei consumi nell’ambito delle economie nazionale: in una congiuntura di grave crisi finanziaria, l’aumento dei prezzi del carburante non costituisce certo un incentivo ai consumi. E’ anche questo, dunque, vale a dire scendere in campo per arginare il caro petrolio, che i governi nazionali dovranno necessariamente mettere in agenda al fine di contenere i danni all’interno dell’economia reale dei vari paesi.
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