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di Glauco Maggi

Perché il gelo ha spento il Texas

Glauco Maggi

2 marzo 2021

Perché il gelo ha spento il Texas

Che cosa è davvero successo in Texas e perché la crisi energetica è diventata un affare politico.

La settimana scorsa i blackout nella griglia dell’energia in Texas hanno lasciato 4 milioni e mezzo di persone al gelo. Non è stata solo una disgrazia che ha provocato diversi morti nelle aree colpite, ma una ‘tempesta perfetta’ di paradossi e di scontri politici, in ultima analisi sulla pelle della popolazione. I texani contro tutti, i Democratici contro i Repubblicani, i sostenitori dell’utopia del Green New Deal tutto e subito contro i propugnatori di un ricorso alle fonti rinnovabili - vento e sole - combinato con l’utilizzo indispensabile di carbone, gas naturale e nucleare. Non ha vinto nessuno, anzi hanno perso tutti.

E sperare che la gravissima crisi possa spingere operatori e legislatori a varare misure correttive concrete ed efficaci per il futuro deve fare i conti con la polarizzazione estrema che domina la politica americana. Il Texas è lo Stato leader nazionale nel settore dell’energia, grazie ai suoi giacimenti fossili e al fracking che hanno contribuito in modo significativo negli ultimi anni alla conquista dell’indipendenza energetica dell’America.

Che cosa è successo davvero in Texas?

Come ha potuto essere protagonista di un fiasco simile? Perché la griglia è andata in tilt a causa di un fenomeno naturale, rarissimo ma non inimmaginabile, la corrente artica delle settimane scorse? Nel 2011, per esempio, il freddo aveva già causato qualche blackout, non di questa intensità, ma il campanello d’allarme era suonato invano.

Per rispondere ai perché bisogna partire dalla specifica natura della griglia energetica texana. Gli Stati Uniti hanno tre reti elettriche: una copre gli stati orientali, un’altra quelli occidentali e una terza, appunto, il singolo Texas. Oggi a regolare questa rete è l’ERCOT (Electric Reliability Council of Texas), una societò non profit che gestisce il 90% del consumo elettrico statale ed è espressione dell’isolamento del Texas vecchio di 90 anni. Negli anni 30 il presidente Franklyn Delano Roosevelt firmò il Federal Power Act, che assegnava ad una Commissione Federale la regolamentazione delle vendite di elettricità da uno stato all’altro.

La gelosia dei texani per l’indipendenza portò le aziende energetiche locali ad accordarsi tra di loro nel non cedere né acquistare elettricità fuori dai loro confini, di fatto respingendo la supervisione federale delle loro attività. Anche in altri Stati le società elettriche tentarono questa organizzazione autonoma, ma dovettero rinunciare perché non vantavano la redditività delle imprese texane per sopravvivere in autonomia. Così si aggregarono via via nel tempo creando le due mega-griglie attuali, entro le quali sono possibili scambi commerciali interstatali di elettricità.

In Texas tutto era andato bene (più o meno), fino a quando l’eccezionale vento gelato di febbraio ha costretto i cittadini ad alzare al massimo, per 24 ore per vari giorni, i caloriferi, anche quelli elettrici che sono meno efficienti. Il consumo ha raggiunto i massimi livelli soliti in luglio-agosto, quando la capacità di generare corrente nello Stato è di 86 mila megawatt. D’inverno è invece di 67 mila megawatt, e il divario si spiega con la programmazione delle manutenzioni periodiche delle centrali. Le chiusure in gennaio e febbraio sono più estese perché il consumo per il riscaldamento è mediamente molto meno elevato.

La pianificazione delle lavorazioni per questo inverno non aveva previsto temperature tanto rigide da congelare sia una parte delle condotte che forniscono il gas naturale, sia la metà delle turbine eoliche. Nel giorno più critico, ben 46 mila megawatt di potenza sono finiti offline: 28.000 da impianti a gas naturale, carbone e nucleare, e 18.000 da impianti eolici e solari. «Ognuna delle nostre fonti di alimentazione ha avuto prestazioni inferiori alle attese», ha twittato Daniel Cohan, professore associato di ingegneria civile e ambientale presso la Rice University di Houston. “E ognuna di esse è vulnerabile a eventi meteorologici e climatici estremi in modi diversi”. Infatti, le fonti di energia in Texas sono diversificate, come emerge dal Fuel Mix Report, il rapporto della commissione ERCOT del 19 febbraio sul differente contributo di ogni fonte alla creazione di elettricità’: il 46% viene dal gas naturale, il 23% dal vento, il 18% dal carbone, l’11% dal nucleare, il 2% dal sole.

Vento di passioni e scontri tra Democratici e Repubblicani

Il Texas è il riconosciuto colosso dell’energia in America, anche di quella rinnovabile: è primo nel vento, pesando per tre decimi dell’intera produzione dei 50 Stati. E proprio il vento è il cuore della feroce polemica tra i Repubblicani e i Democratici. Secondo il governatore Gregg Abbot (GOP) ”gli impianti del vento e del sole sono stati chiusi (il 50% del totale NDR) e ciò’ha spinto il Texas in questa situazione di mancanza d’energia. E’ la dimostrazione che i combustibili fossili sono necessari allo stato del Texas e agli altri stati per assicurarsi che siamo in grado di riscaldare le nostre case in inverno e raffreddarle in estate”. Mentre vento e sole sono per natura generatori inaffidabili dipendendo dal capriccio delle condizioni meteo, il carbone e il gas da fracking offrono forniture costanti e gestibili. Sempre però che non gelino per insufficiente protezione, come è accaduto in queste settimane record.

Dall’altro fronte, il capo dei senatori Democratici Charles Schumer ha usato l’emergenza drammatica per un attacco frontale al Texas, Stato tradizionalmente Repubblicano che i Democratici sperano di far diventare “blu” alle prossime elezioni locali. La figuraccia è’ stata una ghiotta occasione propagandistica. “In fin dei conti la realtà è’che il Texas pensava di potersi gestire da solo e ha costruito un sistema che ignora i cambiamenti climatici. Ora ne sta pagando il prezzo. Non si è mostrato tanto resistente e spero che abbiano imparato la lezione”, ha detto Schumer durante una conferenza stampa a New York.

Il riferimento a gestirsi da soli è una polemica contro la storica decisione dello Stato di stare fuori dalla rete elettrica nazionale per non avere controlli da Washington. E l’accusa di “ignorare i cambiamenti climatici” è un siluro all’attaccamento del Texas alle sue fonti tradizionali energetiche fossili. Quelle che nel piano Green New Deal della deputata Alexandria Ocasio-Cortez, adottato dall’intero partito DEM, dovrebbero sparire entro pochi anni per lasciare tutto lo spazio al sole e al vento. Ma ignorare le gelate delle turbine eoliche, oltre al fatto che proprio il Texas ha comunque raddoppiato in 5 anni il contributo delle fonti rinnovabili, che ora pesano per un quarto del totale di energia prodotta, mette a nudo l’uso strumentale e cinico della crisi da parte dei nemici del Texas Repubblicano e autonomo.

Insieme alle turbine, anche molti tubi del gas naturale, però, sono andati fuori uso. Per il gelo, ma anche per investimenti insufficienti alla loro protezione. Ricapitoliamo. Il ricorso sempre più largo e pressante ad una fonte (pale del vento) che non ha retto alla calamità’ naturale dal polo. Gli errori di gestione e previsione indubbiamente da ascrivere all’ERCOT. La volontaria non connessione texana alle reti extra-statali che sarebbero, in questa emergenza, servite al bisogno. Il fiasco è stato clamoroso. E il Texas conservatore, ricchissimo di risorse, geloso del fai da te, si deve inventare una strategia della sicurezza che eviti altre debacle.

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Glauco Maggi

Giornalista dal 1978, vive a New York dal 2000 ed è l'occhio e la penna italiana in fatto di politica, finanza ed economia americana per varie testate nazionali

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