Nuovo shock energetico in arrivo. La BCE rischia di ripetere l’errore fatale del 2008

Sergio Giraldo

04/03/2026

Alzare i tassi di interesse con una inflazione da offerta aggrava le crisi. La BCE rischia di ripetere gli errori del 2008 e del 2022.

Nuovo shock energetico in arrivo. La BCE rischia di ripetere l’errore fatale del 2008

Un nuovo shock energetico rischia di mettere ancora una volta alla prova la lucidità delle banche centrali. Se le tensioni geopolitiche dovessero tradursi in un blocco prolungato delle esportazioni dal Golfo Persico, con petrolio e gas in forte rialzo, l’inflazione tornerebbe a salire rapidamente. La tentazione, soprattutto in Europa, sarebbe quella di reagire alzando i tassi di interesse per dimostrare fermezza contro l’aumento dei prezzi. Sarebbe però una scelta sbagliata e la storia recente lo dimostra con chiarezza.

Il punto fondamentale è semplice e quasi sempre dimenticato: uno shock energetico è uno shock dal lato dell’offerta, non della domanda. Quando il prezzo del petrolio o del gas aumenta perché si interrompono i flussi fisici, la causa non è un eccesso di spesa o di credito nell’economia. Si tratta di una scarsità improvvisa di una materia prima fondamentale. Alzare i tassi di interesse non produce più gas, non riapre uno stretto marittimo e non aumenta l’offerta di petrolio, semmai comprime la domanda interna e aggrava il rallentamento economico.

Questo errore è stato già commesso più volte. Il caso più noto resta quello del 2008. Nel luglio di quell’anno, mentre il sistema finanziario globale stava scivolando verso la più grave recessione dalla Seconda guerra mondiale, la Banca centrale europea, allora guidata da Jean-Claude Trichet, decise di aumentare i tassi di interesse. La ragione era l’impennata dei prezzi delle materie prime, che aveva fatto salire l’inflazione complessiva nell’eurozona. In quel momento il petrolio superava i 140 dollari al barile e i prezzi alimentari erano in forte crescita. La BCE ritenne necessario reagire per difendere la propria credibilità anti-inflazionistica, un feticcio difeso a spada tratta da Berlino.

Fu un disastro. L’aumento dei tassi non ebbe alcun effetto sui prezzi delle materie prime, che infatti crollarono pochi mesi dopo con l’arrivo della recessione globale. In compenso contribuì a irrigidire ulteriormente le condizioni finanziarie europee proprio nel momento in cui il sistema bancario e l’economia reale stavano entrando in crisi e avrebbero avuto, invece, bisogno di liquidità e sostegno. Ancora oggi quella decisione è uno degli esempi di peggiore gestione della politica monetaria europea.

La lezione non sembra però essere stata pienamente assimilata. Nel 2022 l’Europa si trovò di fronte a un nuovo shock energetico, questa volta provocato dal crollo delle forniture di gas russo. I prezzi del gas naturale in Europa raggiunsero livelli senza precedenti, trascinando al rialzo l’inflazione. Anche in quel caso la dinamica era chiaramente legata a uno shock di offerta, cioè la riduzione delle forniture energetiche da cui l’Europa era dipendente. Nonostante ciò, la BCE a guida Christine Lagarde avviò uno dei cicli di rialzo dei tassi più rapidi della sua storia.

L’effetto fu prevedibile e disastroso. I tassi più alti non ridussero i prezzi dell’energia, che infatti iniziarono a scendere solo quando il mercato del gas si riequilibrò grazie a nuove forniture di gas naturale liquefatto e alla riduzione dei consumi. Nel frattempo, però, il rialzo dei tassi contribuì a indebolire l’economia europea, aggravando le difficoltà dell’industria energivora e frenando gli investimenti.

Il rischio è che lo stesso schema si ripeta ancora una volta. Se un nuovo shock energetico dovesse spingere temporaneamente verso l’alto l’inflazione, la risposta più razionale sarebbe distinguere tra inflazione di fondo e inflazione complessiva. Gli aumenti dei prezzi causati da un picco delle materie prime tendono storicamente a essere transitori, soprattutto quando sono provocati da eventi geopolitici o da interruzioni temporanee delle forniture.

Il vero pericolo nasce quando le banche centrali reagiscono a questi shock comprimendo la domanda interna con una politica monetaria restrittiva. In quel caso lo shock energetico iniziale si trasforma in qualcosa di più grave, ovvero la esiziale combinazione di inflazione elevata e crescita debole, cioè una forma di stagflazione auto-inflitta.

L’Europa è particolarmente vulnerabile a questo rischio. A differenza degli Stati Uniti, l’economia europea dipende fortemente dalle importazioni energetiche e i prezzi dell’energia hanno un impatto diretto molto più forte sull’inflazione. Questo significa che gli shock energetici si riflettono rapidamente nei prezzi al consumo. Ma significa anche che una stretta monetaria ha effetti più pesanti sulla crescita.

Per questo motivo il vecchio riflesso austeritario europeo è particolarmente pericoloso. Se la BCE dovesse reagire a uno shock energetico con nuovi rialzi dei tassi, rischierebbe di replicare due errori già visti, quello del 2008 e quello del 2022. In entrambi i casi la banca centrale ha cercato di combattere un’inflazione importata con uno strumento pensato per raffreddare la domanda interna.

La politica monetaria non può risolvere crisi energetiche o shock geopolitici. Può solo evitare di trasformarli in recessioni più profonde. In momenti come questi, occorre avere i nervi saldi e riconoscere che c’è inflazione e inflazione. A differenza del vecchio detto «Di notte tutte le vacche sono nere», non tutte le inflazioni sono uguali e reagire automaticamente con tassi più alti rischia di aggravare una crisi che nasce altrove.