Libia, le mosse della Francia mettono a rischio le aziende italiane

La nuova situazione di caos in Libia di certo non aiuta gli interessi economici delle aziende italiane: c’è la Francia dietro l’avanzata del generale Haftar?

Libia, le mosse della Francia mettono a rischio le aziende italiane

Dietro ad alcune rivolte o guerre a volte ci sono motivazioni “romantiche”, come per esempio rivendicazioni sociali, religiose o ideologiche. La guerra civile che sta prendendo piede in Libia invece sembrerebbe essere mossa soltanto da interessi economici.

Per la precisione i motivi sono due e si chiamano gas e petrolio, con il grande business dell’immigrazione a fare da sfondo anche se non può essere considerato un fattore secondario visto che si calcola che rappresenti una vasta fetta del Pil libico.

Lo scontro tra il presidente Sarraj e il generale Haftar coinvolge di conseguenza anche l’Italia e la Francia. Il motivo? Mentre le nostre aziende hanno forti accordi con il governo di Tripoli, Parigi da tempo sta cercando di fare breccia nell’uomo forte di Tobruk.

La situazione in Libia

Che la Libia fosse un paese sostanzialmente nel caos non è di certo una novità, ma l’escalation degli ultimi giorni sta senza dubbio complicando maggiormente una situazione che ora appare essere quasi una sciarada.

Dopo la guerra del 2011 e la fine del regime di Gheddafi, le elezioni che ne seguirono nel 2012 videro la vittoria dei partiti islamisti. Due anni più tardi il generale Haftar, che può contare su un vasto esercito, lanciò un’offensiva militare conquistando buona parte dell’Est del paese, la cirenaica.

Le elezioni del 2014 portarono quindi a una spaccatura anche militare del paese: a Est il generale Khalifa Haftar con capitale Tobruk, a Ovest le milizie di Alba Libica con Fayez al Sarray come presidente e Tripoli come capitale.

L’Italia fin dai tempi di Gheddafi ha sempre avuto un rapporto commerciale privilegiato con la Libia. Dopo la caduta del rais, il nostro paese comunque ha mantenuto questi vincoli con il governo di Tripoli, l’unico riconosciuto dalle Nazioni Unite.

Al momento sono circa 50 le aziende italiane che hanno rapporti commerciali con la Libia, per un totale di oltre 60.000 lavoratori coinvolti compresi anche quelli dell’indotto. Un rapporto privilegiato che però è stato messo a dura prova dall’instabilità degli ultimi anni.

Ai tempi di Gheddafi la Libia riusciva a produrre 2 milioni di barili di petrolio al giorno, ora 500.000. L’Eni comunque di questi barili riesce a estrarne 320.000 al giorno, molti di più rispetto ai francesi di Total che non vanno oltre i 31.000.

Le mosse della Francia e i rischi per l’Italia

Come detto, anche se la produzione è in diminuzione il territorio libico è comunque sempre ricco e appetibile ai colossi dell’estrazione. In quest’ottica, la posizione quasi dominante delle aziende italiane non ha mai fatto piacere agli altri paesi europei, specie a Parigi.

In più bisogna aggiungere che lo scorso 5 luglio Eni ha annunciato l’inizio della produzione nell’impianto offshore di Bahr Essalam, un sito che si è stimato possa contenere 260 miliardi di metri cubi di gas (il più grande della Libia).

Bahr Essalam si trova a circa 120 chilometri da Tripoli, ed è situato nel territorio controllato dal governo di Sarraj così come il gasdotto Greenstream, che dal deserto libico arriva direttamente a Gela.

Nel ricco mercato libico da tempo stanno cercando di entrare anche i francesi di Total, che di recente hanno acquistato per 450 milioni di dollari dagli americani di Marathon Oil il 16% della concessione petrolifera di Waha.

Più in generale, la Francia nella disputa interna libica ha appoggiato il generale Haftar mentre l’Italia punta da sempre sul presidente Sarraj, un cavallo però da alcuni considerato debole di fronte alla forte potenza militare delle milizie di Tobruk.

Ecco dunque che l’avanzata della Settima Brigata (vicina ad Haftar) che ha conquistato alcuni quartieri di Tripoli prima del flebile cessate il fuoco, senza dubbio mette in pericolo gli interessi italiani.

A fine maggio, complice anche il fatto che in Italia ci fosse ancora il governo Gentiloni in carica solo per gli affari correnti, la Francia ha organizzato un vertice a Parigi invitando diversi leader libici ma non il nostro paese.

Dall’incontro venne fuori la data del 10 dicembre come giorno delle nuove elezioni in Libia, ponendosi come principale interlocutore per le questioni del paese andandosi così a sostituire al ruolo italiano. Un attivismo questo di Macron che da noi è stato visto poco di buon grado.

Con questa nuova ondata di caos, nel caso il presidente Sarraj dovesse perdere il potere in favore del generale Haftar, di conseguenza la Francia potrebbe trarre molti vantaggi economici da questo ribaltone a discapito delle aziende nostrane.

Al momento comunque l’ipotesi di un voto a dicembre appare irreale. A meno di una escalation della guerra civile, molto in merito al destino della Libia si deciderà il prossimo 10 novembre a Roma, quando questa volta sarà il nostro governo a organizzare un vertice dove dovrebbe partecipare anche la Francia.

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