L’Ucraina ha armi nucleari?

Chiara Esposito

28/04/2022

28/04/2022 - 00:34

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Da potenza nucleare a Paese minacciato dalle armi russe: ecco come il Memorandum di Budapest ha cambiato il destino ucraino sul piano difensivo.

L'Ucraina ha armi nucleari?

L’Ucraina non molto tempo fa era la terza potenza nucleare al mondo, ma oggi? Il Memorandum di Budapest ha cambiato tutto.

Di fronte alla minaccia russa oggi gli ucraini non hanno dalla loro parte alcun tipo di deterrenza e le ragioni sono di natura storica. Quell’accordo che cambiò le sorti del Paese non solo è stato violato più volte, ma alimenta il rammarico di molti civili che oggi rimpiangono di «aver firmato».

Non possedendo a oggi alcun tipo di arma che non sia stata fornita al governo dall’Occidente, Zelensky ricorda al mondo che il pericolo di guerra nucleare è reale e, secondo quanto si sta consumando sotto i suoi occhi, sempre in agguato.

Zelensky in allerta per escalation nucleare

Già nelle prime ore dell’invasione dell’Ucraina il presidente russo aveva fatto ricorso alla deterrenza nucleare: le lapidarie dichiarazioni di sfida avanzate da Vladimir Putin all’Occidente erano «chiunque si intrometterà subirà conseguenze mai viste prima».

Da quel momento numerosi analisti, e i cittadini di tutto il mondo, si sono chiesti quanto e se fossero credibili le minacce del Cremlino del ricorso al nucleare. Il presidente Zelensky però ritiene quelle parole tanto attendibili da continuare a perpetrare incessantemente il suo monito verso gli Stati dell’Unione Europea e i membri della Nato in modo da non sottovalutare la portata del conflitto e la sua possibile espansione territoriale.

Nelle sue ultime dichiarazioni è evidente il ricordo del disastro di Chernobyl, nonostante si trattasse di un incidente e non di un’offensiva. Nelle scorse settimane del resto quello stesso sito è stato un punto nevralgico di alcuni scontri:

“Dopo tutto ciò che l’esercito russo ha fatto nella zona di Chernobyl e nella centrale nucleare di Zaporizhia, nessuno al mondo può sentirsi al sicuro sapendo quante strutture nucleari, armi nucleari e tecnologie correlate ha lo Stato russo”.

E ancora:

“Se la Russia ha dimenticato cosa sia Chernobyl, significa che è necessario il controllo globale sugli impianti nucleari russi e sulla tecnologia nucleare. Solo grazie alla professionalità dei nostri impiegati alla centrale di Chernobyl è stato possibile salvare l’Ucraina e l’Europa”.

Cosa prevedeva il Memorandum di Budapest

Queste dichiarazioni testimoniano l’immobilismo strategico che la resistenza ucraina si trova a vivere e ci sono delle ragioni storiche dietro lo stato attuale delle cose.

L’Ucraina, prima della totale dismissione del suo arsenale con i trattati di Budapest, ha ospitato circa un terzo dell’arsenale nucleare dell’Unione Sovietica sul suo suolo.

Fino alla dissoluzione dell’URSS nel 1991 infatti possedeva 130 missili balistici intercontinentali (ICBM) UR-100N con sei testate nucleari ciascuno, 46 ICBM RT-23 Molodets con 10 testate ciascuno così come 33 bombardieri pesanti e circa 1.700 testate in tutto; una potenza di fuoco seconda solo a Stati Uniti e Russia.

Il punto di svolta arrivò 1994 quando l’Ucraina ha accettato di distruggere le armi e di aderire al Trattato di non proliferazione.

Il memorandum non riguardava solo questo Stato ma comprendeva anche il Kazakistan e la Bielorussia. Proprio Kiev tuttavia era la più restia a dismettere il proprio sistema di protezione. Per convincerla a firmare il memorandum si negoziò su 6 punti. I paesi firmatari (Russia, Stati Uniti e Regno Unito) si impegnavano a:

  • rispettare la sovranità, l’integrità territoriale dell’Ucraina;
  • non attaccarla se non per difendersi;
  • non applicare misure di coercizione economica per assoggettarla;
  • non usare armi nucleari contro di lei;
  • fornire assistenza materiale in caso di attacco con armi nucleari;
  • far in modo che gli accordi continuassero a restare in vigore.

Russia viola gli accordi: il pericoloso rammarico di alcuni sul nucleare ucraino

Com’è evidente quell’accordo è stato platealmente violato sotto molteplici aspetti ben prima del 24 febbraio 2022. Non è infatti la prima volta che si parla di una violazione dei confini; ricordiamo che l’invasione di questi mesi trova origine nell’operazione espansionistica del 2014, anno in cui la Russia annetté la penisola di Crimea.

All’epoca, davanti alle accuse di Stati Uniti, Regno Unito e Ucraina, il ministro degli Esteri russo rispose che «le rassicurazioni sulla sicurezza [dell’Ucraina] erano state date al governo legittimo dell’Ucraina e non alle forze politiche salite al potere con un colpo di stato». Quando venne organizzato un incontro tra i firmatari per sedare la discussione e venire a patti Sergei Lavrov, pur trovandosi a Parigi, non si presentò.

In nome di quel poco interventismo dell’epoca c’è chi, come Mariana Budjeryn, esperta di armamenti nucleari dell’Università di Harvard, raccoglie nelle proprie dichiarazioni il rammarico dell’opinione pubblica ucraina. Davanti alla distruzione attuale la scelta fatta con il memorarum di Budapest viene contestata. Budjeryn dice che «mantenere quell’arsenale nucleare sarebbe stato costoso e rischioso ma la narrazione pubblica dell’Ucraina è “avevamo il terzo arsenale nucleare più grande del mondo, lo abbiamo ceduto per questo pezzo di carta, e guardate cosa è successo”».

Quest’approccio però, così come gli eventi stessi a cui stiamo assistendo, non sono altro che un incentivo al nucleare, un pericoloso precedente per tutti quegli Stati che oggi possiedono ancora vasti arsenali e che potrebbero decidere di non disfarsene mai.

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