L’Italia può ancora contare qualcosa? La crisi della Groenlandia svela la debolezza europea

Roberto Vivaldelli

23 Gennaio 2026 - 12:55

Abbiamo intervistato Daniele Lazzeri, presidente della Fondazione Nodo di Gordio, centro di analisi geopolitica e di economia internazionale, per fare il punto sui rapporti USA e Italia nel contesto europeo.

L’Italia può ancora contare qualcosa? La crisi della Groenlandia svela la debolezza europea

In un momento di elevata tensione transatlantica, segnato dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e dalle sue recenti e insistenti rivendicazioni sulla Groenlandia – l’isola artica a statuto autonomo appartenente alla Danimarca, considerata da Washington cruciale per le immense risorse naturali, la sicurezza nazionale e il controllo delle rotte marittime del passaggio a nord-ovest, rese sempre più navigabili dallo scioglimento dei ghiacci – abbiamo intervistato Daniele Lazzeri, presidente della Fondazione Nodo di Gordio, centro di analisi geopolitica e di economia internazionale.

La sua prospettiva ci aiuta a comprendere meglio le dinamiche in corso sullo scacchiere globale.


Lazzeri, siamo giunti a un punto di ritorno, probabilmente, per ciò che riguarda i rapporti tra Stati Uniti ed Europa. Pensi che tutto attribuibile al ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca oppure c’è altro?

L’amministrazione Trump ha impresso una svolta netta, lo abbiamo visto con Gaza, il Venezuela e ora con la Groenlandia. L’Europa appare irrilevante, sonnambula; i vertici dell’Unione europea sembrano distratti turisti della storia, che vagano smarriti nella politica internazionale in balia delle dichiarazioni ondivaghe di Trump. Dopo i toni bellicosi, non più tardi di ieri a Davos, “The Donald” ha fatto una piccola retromarcia, ma ha comunque ribadito di voler occupare uno spazio che per gli Stati Uniti resta cruciale.


A tal proposito, le frizioni sono sorte, nell’ultimo mese, a seguito delle rivendicazioni del presidente Trump rispetto all’acquisizione della Groenlandia, il quale ha parlato di ragioni di “sicurezza nazionale” dietro alla volontà della sua amministrazione di annettere la grande isola, facente parte del Continente Americano ma territorio autonomo della Danimarca. Perché a Washington interessa tanto l’isola artica?

Non è solo un pezzo di ghiaccio: è uno spazio ricco di risorse (petrolio, gas, terre rare) e nasconde un interesse economico diretto. Ma c’è soprattutto una posta in gioco di tipo geopolitico. Con lo scioglimento dei ghiacci si sta aprendo il famoso "passaggio a nord-ovest”, una rotta artica che permetterà trasporti molto più rapidi tra Asia, Stati Uniti ed Europa. Quel passaggio interessa a tutti: Cina, Russia e naturalmente Stati Uniti. Trump sta semplicemente facendo ciò che aveva promesso: perseguire l’interesse nazionale americano, che però non coincide più con quello dell’Unione europea. Ed è proprio lì che nasce il conflitto. Ridicola, poi, la sceneggiata di mandare qualche soldatino in Groenlandia, come hanno fatto Germania e Francia e come forse farà anche l’Italia.

In questo contesto carico di tensioni tra Usa e paesi europei, soprattutto tra Washington e Parigi, quale ruolo può giocare l’Italia?

L’Italia avrebbe un ruolo cruciale: lo ha già nel Mediterraneo e ai confini orientali dell’Europa, e potrebbe averlo anche in questa partita artica. Invece il governo Meloni segue in modo pedissequo le indicazioni che arrivano da Washington, attento a non disturbare il “mandante”. Assistiamo a una serie di guerre per procura in cui non si difendono gli interessi dell’Unione, ma quelli di altri. Purtroppo l’UE resta un nano politico e ora rischia di diventare anche un nano economico: la crisi che scuote Francia e Germania si ripercuote su tutti e dimostra la nostra debolezza strutturale. Perderemmo un’occasione storica se non tornassimo a contare qualcosa di più sulla scena internazionale.

Ha fatto bene il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni a non partecipare alle iniziative - più o meno serie e concrete - di invio di soldati europei sul territorio della Groenlandia?

Ha fatto malissimo a non aderire subito al gruppo dei “volenterosi”, fosse anche solo per un gesto simbolico a difesa di un territorio sotto la sovranità di un Paese europeo come la Danimarca. Ora però si profila una possibile partecipazione di un contingente italiano: mi auguro che avvenga solo sulla base di una risoluzione del Parlamento europeo. Sarebbe una dimostrazione di forza nei confronti di Washington, che troppo spesso si fa beffe del diritto internazionale.

Sempre a proposito di Groenlandia: i Paesi europoei potrebbero esercitare pressione sull’alleato statunitense minacciando di un disinvestimento dagli asset statunitensi come leva negoziale? Ovvero usare l’arma del debito contro Washington?

Il debito pubblico americano è enorme e oggettivamente fuori controllo, questo è un dato di fatto. Viviamo però in un mondo finanziario profondamente interconnesso. Anche la Cina detiene circa un terzo di quel debito, eppure non usa mai questa leva in modo aggressivo, proprio perché i contraccolpi sarebbero pesanti anche per chi la impugna. Lo stesso vale per l’Europa: BlackRock e i grandi fondi americani controllano porzioni rilevanti dell’azionariato europeo. Minacciare ritorsioni finanziarie contro gli Stati Uniti rischierebbe di generare un effetto boomerang devastante, dal quale l’Europa uscirebbe con le ossa rotte. Personalmente ritengo molto più sensato e utile tornare a gestire le crisi con lo strumento della diplomazia, che è sempre stato il vero fiore all’occhiello dell’Europa.