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di Glauco Maggi

Joe Biden, la debacle di Kabul è una sentenza: non è un leader

Glauco Maggi

31 agosto 2021

Joe Biden, la debacle di Kabul è una sentenza: non è un leader

La debacle americana in Afghanistan è evidente e nessuno può dire quale sarà la sorte di migliaia di persone. Chi è il responsabile della disfatta: Trump o Biden?

La portata storica della debacle americana in Afghanistan è già evidente, ma il dramma angoscioso in corso è che nessuno può dire, dopo i 200 morti del primo attentato dell’ISIS-K di Kabul, quale sarà la sorte delle migliaia di persone di fatto ostaggio dei talebani: i militari, i diplomatici, i civili occidentali e, soprattutto, i cittadini afghani che hanno lavorato per anni al fianco della NATO.

Della disfatta è responsabile al 100 per cento il comandante in capo, Joe Biden, che ha dilapidato nei sette mesi al potere il capitale politico da 80 milioni di voti raccolti lo scorso novembre. Il tracollo nei sondaggi sta prendendo corpo, e ci sarà occasione di fare il punto più avanti. Ma che la sua presidenza sia distrutta non è oggi il punto principale. Per i prossimi tre anni e mezzo Biden avrà comunque sulle sue spalle, a meno di sorprese, il fardello della guida del paese. Quello che conta di più, per la sicurezza futura e la credibilità internazionale dell’America, è dunque capire quali siano stati la dottrina politica, il mind-set, l’approccio psicologico, con cui questo professionista della politica, da mezzo secolo seduto da navigato Democratico sulle massime seggiole del potere federale, ha affrontato le sfide che si è trovato di fronte il 20 gennaio 2021, il giorno del giuramento.

Biden: manca la leadership

Purtroppo, l’analisi è insieme semplice e disarmante. Tutta la campagna presidenziale di Biden era stata all’insegna del “NO a Trump”, su tutto. Un NO meticoloso, rigido, anche paradossale, ma che aveva una sua ragion d’essere: con la maggioranza dell’elettorato che aveva sempre detto di essere contro Trump, ogni decisione del predecessore doveva essere contrastata, e l’agenda dello sfidante, Biden, doveva essere il sommario degli opposti. A partire dalla lotta al COVID 19.

Il coronavirus cinese è stato il vero fattore che, a botta di centinaia di migliaia di morti, alla fine ha demolito l’immagine e le speranze di rielezione di Trump. La task force governativo—farmaceutico-logistica stava producendo il miracolo dei vaccini a tempo di record, forse prima del voto? Il ticket Biden-Harris non esitò a “sparare” sui vaccini: Kamala disse che non lo avrebbe preso, che non si fidava perché era stato prodotto ‘sotto Trump’; e Biden, che si è vaccinato in dicembre 2020 da presidente-eletto, affermò, appena entrato alla Casa Bianca, che Trump non aveva fatto nulla contro il COVID. Spudorato, ma in politica la bugia è un’arma comune, e vincente se la stampa mainstream è tutta con te.

Su Accordi di Parigi sul clima, stop al fracking e alla pipeline dal Canada al Nebraska, immigrazione clandestina dal Messico, e patto nucleare obamiano con Teheran, invece, non c’era nemmeno alcun bisogno di mentire. Biden era proprio convinto di fare il contrario di quanto aveva fatto Trump; lo aveva promesso, e ha mantenuto poi l’impegno con prontezza, finora sui primi tre punti citati.

Ha ri-firmato gli Accordi di Parigi stracciati da Trump. Ha bloccato i lavori sugli oleodotti che Trump aveva avviato. Ha fermato i lavori del Muro di Trump e ha aperto le frontiere agli irregolari. I coyotes, trafficanti di umani, hanno ripreso le spedizioni di famiglie e soprattutto di minori non accompagnati, dopo che Biden aveva garantito loro l’accoglienza. Ciò ha creato una crisi al confine meridionale che è ancora in pieno sviluppo, con un numero di immigrati da emergenza sociale e sanitaria, e con l’effetto di far entrare negli USA pure molti clandestini contagiati dal virus. Ma si sa che i liberal e l’ala sinistra del partito DEM sono schierati decisamente a fianco degli irregolari, e il presidente ubbidisce.

Ecco il punto. Non è un leader, ma un esecutore. Non è mai stato un giorno CEO, chief executive, ma solo legislatore prima e vice senza potere con Obama. La ‘dottrina’ di Biden presidente, in sostanza, è sempre stata di cavalcare la linea della sinistra del partito che ormai governa in entrambi i rami del Congresso: Nancy Pelosi alla Camera e Chuck Schumer al Senato intendono usare la risicatissima maggioranza che hanno per far passare un piano di welfare da 3500 miliardi di dollari, oltre ai mille miliardi per le cosiddette “infrastrutture”, al più presto, prima delle elezioni di medio termine quando temono, a ragione, di perdere il controllo della Camera e, forse, anche del Senato. E Joe abbozza.

Con l’Iran, la sua resa è in atto: le trattative degli uomini di Biden sono in corso, nell’intento preciso di sovvertire la mossa di Trump e ripristinare il nefasto processo, condannato dal governo israeliano anche se non c’è più il premier Bibi Netanyahu, che dovrebbe portare alla cancellazione americana delle sanzioni economiche, in cambio di un semplice ritardo del regime islamico nel calendario per farsi la sua atomica.

E siamo, finalmente, all’Afghanistan. Qui Biden ha fatto una eccezione al suo antitrumpismo, e si è arroccato dietro al patto che il suo predecessore aveva intavolato con i Talebani, un anno e mezzo fa, per far rientrare gli ultimi soldati USA e lasciare Kabul al suo destino. Quando oggi, con la situazione esplosa nel nuovo terrorismo frutto della miscela ISIS-Al Qaeda-Talebani, Biden cerca di dare la colpa a Trump, è ridicolo, patetico.

Prima di tutto non esiste controprova su che cosa sarebbe successo con Trump presidente: secondo Mike Pompeo, il suo ex segretario di Stato, l’accordo pattuito con i Talebani nel 2020 prevedeva un rientro dei soldati USA “sotto certe condizioni”, ossia con una verifica passo passo di una transizione pacifica del potere a Kabul, concordata con il governo afghano nato con il sostegno della NATO.

Se Trump, insomma, aveva sbagliato un anno fa a concepire e a programmare l’uscita totale dal paese, come l’accusavano e l’accusano a maggior ragione ora in molti all’interno del partito Repubblicano (dal leader del Senato Mitch McConnell a Lindsay Graham a Carl Rove) e dell’establishment militare (David Petraeus su tutti), chi può dire come si sarebbe comportato Donald nella gestione pratica dello sgombero? Avrebbe ordinato “prima salviamo i soldati e poi i civili”, come ha fatto Biden ordinando di chiudere l’aeroporto di Bagram prima di mettere al sicuro gli americani civili e i traduttori afghani?

Biden ha scelto una sola questione per essere sulla stessa linea di Trump, l’addio a Kabul. Dice che non poteva che tenere fede a quel vincolo, ma è ovviamente una scusa a cui nessuno crede. Biden ha combinato il disastro politico e umanitario avendo in mente solo la propria agenda politica: primo, stare in sella; secondo, spendere trilioni per ingraziarsi la sinistra con riforme costosissime di spesa pubblica tagliando i fondi alla difesa; terzo, affidarsi ai Talebani per gestire il ritiro, come sta di fatto facendo a Kabul. Come si fa a dormire tranquilli?

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Glauco Maggi

Giornalista dal 1978, vive a New York dal 2000 ed è l'occhio e la penna italiana in fatto di politica, finanza ed economia americana per varie testate nazionali

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