L’economia cinese sarebbe in una fase di «hard landing», vale a dire quello che si potrebbe tradurre con un «atterraggio difficile»: così si è espresso Adrian Mowat, chief strategist di Hong Kong per JPMorgan Chase & Co. per quanto riguarda l’ambito asiatico e dei mercati emergenti.
«Se si dà uno sguardo ai dati cinesi, si dovrebbe smettere di discutere sull’ hard landing», ha dichiarato Mowat in una conferenza a Singapore ieri. «La Cina», ha aggiunto, «si trova già in hard landing. Le vendite di automobili sono in calo, la produzione di cemento è bassa, la produzione di acciaio è anche quelle in giù e i capitali immobiliari sono in calo. Non è più il caso di dibatterne: è un dato di fatto». La posizione di Mowat è tanto più attendibile se si considera che la sua squadra correva nella competizione per i migliori strateghi azionari asiatici in un sondaggio 2011 dell’Institutional Investor Magazine.
«Bisogna essere preoccupati per quello che sta accadendo nel mercato immobiliare cinese», ha sostenuto Mowat nella conferenza di ieri. «Le persone sono troppo compiacenti sul fatto che il governo possa invertire ciò che sta succedendo in questo mercato», ha aggiunto.
L’indice Shanghai Composite è sceso ieri del 2,6%, la maggiore contrazione dal 30 novembre scorso, dopo che il premier Wen Jiabao ha dichiarato che i prezzi delle case sono ancora «lontani da un livello ragionevole». I suoi commenti hanno sollevato notevoli preoccupazioni sul fatto che il governo manterrà le restrizioni sul mercato immobiliare per un periodo prolungato, anche se le misure minacciano di rallentare la crescita economica.
Wen ha annunciato all’inizio del Congresso del 5 marzo scorso un obiettivo di crescita economica del 7,5% per quest’anno, allontanandosi dall’8% degli ultimi sette anni. I dati della scorsa settimana hanno mostrato che la produzione industriale della Cina nei primi due mesi dell’anno è aumentata al minimo dal 2009, mentre le vendite al dettaglio sono aumentate meno di quanto gli economisti prevedevano e l’inflazione è scesa al ritmo più lento degli ultimi venti mesi. Una relazione di oggi ha mostrato che gli investimenti diretti dall’estero in Cina sono scesi notevolmente nel mese di febbraio.
Wen, che lascerà il suo incarico governativo il prossimo anno dopo un decennio al potere, ha anche dichiarato ieri che il paese deve necessariamente adottare un cambiamento politico per sostenere il prezzo di una trasformazione economica che ha prodotto un rapido sviluppo a costo di un ampliamento del divario nella distribuzione della ricchezza.
Dopo decenni di crescita accelerata e quasi incredibile, la Cina sta ormai fronteggiando il bivio a cui è stata condotta dalla crisi economica globale: le esportazioni sono in calo, c’è il rischio evidente che possa esplodere la bolla immobiliare e le proteste e il malumore dei cittadini non sono certamente più rassicuranti di quelle che avvengono o potrebbero potenzialmente prendere piede in Europa. Nonostante la situazione negativa avada vanti da diverso tempo, non si sono ancora registrati provvedimenti decisivi da parte delle autorità cinesi; per cui, come ha sostenuto lo stesso Mowat nella conferenza di ieri, ancora non c’è il benchè minimo segnale di una riaccelerazione della crescita economica cinese.
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