Il nodo privatizzazioni rischia di strozzare il governo Renzi. Ecco perché

Alessandro Iacopini

04/07/2014

Ancora ferme le privatizzazioni di Eni, Enel, Enav e Poste Italiane: dopo il mezzo passo falso di Fincantieri il governo teme una serie di operazioni flop

Il nodo privatizzazioni rischia di strozzare il governo Renzi. Ecco perché

Proprio nel giorno in cui uno studio di Mediobanca avverte che in autunno ci potrebbe essere bisogno di una manovra correttiva sui conti pubblici, il piano di privatizzazioni del governo italiano, dalla quale prima il Premier Letta e il suo successore Renzi speravano di ricavare almeno 10 miliardi di euro per ripianare il debito pubblico nazionale e tenere a galla i conti pubblici, sembra fermo al palo.

In settimana, in effetti, c’è stato il collocamento a Piazza Affari di Fincantieri – controllata da Fintecna a sua volta controlla dalla Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) – ma l’operazione non sembra aver dato i risultati sperati e ora sul futuro delle privatizzazioni si addensando fosche nubi di preoccupazione.

Eni ed Enel
I pezzi grossi del piano privatizzazioni del governo sono Eni ed Enel, rispettivamente prima e quarta società per capitalizzazione alla Borsa di Milano.

In Eni lo Stato controlla il 30,10% del capitale tramite la CdP (25,76%) e il Ministero delle Finanze (4,34%), mentre la partecipazione in Enel del Mef è pari al 31,24%.

La soglia del 30% è la soglia di riferimento, perché è il livello minimo che garantisce il controllo di un’azienda secondo le attuali leggi italiane.

Per quanto riguarda le grandi aziende statali, la strategia dello Stato è stata, fino ad oggi, sempre quella di cedere la maggior parte delle azioni ma mantenersi al di poco sopra della soglia di controllo.

In questo modo lo Stato, da lato, si garantisce cospicui dividendi a fine anno, mentre dall’altro controlla aziende che ritiene strategiche.

I tecnici dell’ex Ministro dell’Economia Fabrizio Saccomani, presentando nel novembre scorso il piano privatizzazioni, proprio per continuare ad essere aderenti a questo principio, – controllo e dividendo – avevano ipotizzato, in particolare per Eni, un’operazione di buy-back, cioè un riacquisto di azioni proprie, da 6 miliardi di euro.

Secondo il progetto di Saccomanni, lo Stato sarebbe dovuto quindi salire al 33% di Eni grazie al buy-back e poi rivendere sul mercato il 3% dell’azienda: quest’operazione, da fare in pochi mesi, avrebbe dovuto garantire un incasso netto di almeno 2 miliardi di euro.

Tuttavia, visto che il precedente buy-back di Eni è durato diversi anni, la strategia è sembrata fin dalla sua presentazione troppo a lungo termine: lo Stato italiano ha bisogno di liquidità immediata per abbattere il debito e scongiurare manovre aggiuntive, che chiuderebbero definitivamente qualsiasi chance di credibilità di Europa.

Proprio per questo, il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan vorrebbe chiudere in fretta il capitolo Eni ed Enel e cedere almeno il 10% delle due società senza perderne il controllo o esporsi a scalate ostili.

Secondo diverse indiscrezioni di stampa, i tecnici del ministero sarebbero al lavoro ad un progetto per la quale, attraverso un sistema di azioni con potere di voto multiplo, anche con il 20% del capitale il Tesoro potrebbe continuare a esercitare i propri poteri sulle due aziende.

Tuttavia, sui dettagli dell’operazione, ancora non è giunta nessuna posizione ufficiale.

Enav, Poste e le altre
Nel piano privatizzazioni presentato da Saccomanni e fatto proprio da Padoan sono previste anche le quotazioni in borsa di Fincantieri, Enav e Poste e la cessione del 60% di Sace, Grandi Stazioni, per la quale però tutto è ancora fermo.

L’Ipo di Fincantieri, annunciato in pompa magna con tanto di pubblicità tv, radio e il posizionamento della prua di una nave a ridosso di Palazzo Mezzanotte a Milano, non ha dato, almeno per adesso, i frutti sperati.

La società non è riuscita ad attirare i grandi investitori, che sono rimasti un po’ freddini di fronte all’ipotesi di non prendere dividendi per tre anni ed investire in una società che ha grossi problemi di debito.

Il timore del Ministero è che il mezzo passo falso dell’Ipo di Fincantieri possa riproporsi con Poste Italiane e, soprattutto, con Enav.

In particolare Enav, che controlla il traffico aereo italiano, è una società di servizi che, per quanto sia ben solida, non ha tutti questi motivi per interessare gli investitori di borsa: ha il vantaggio di essere sostanzialmente monopolista, ma ha dei margini di crescita bassissimi, proprio per il ruolo che svolge.

Tuttavia, lo Stato si aspetta dalla quotazione di Enav almeno un miliardo di euro.

Simile il discorso per Poste Italiane (posseduta al 100% dal Ministero dell’Economia), un’azienda che, come noto, oltre al servizio universale postale, fornisce anche servizi telefonici, finanziari e assicurativi (PosteVita, Bancoposta, Postepay, etc…), che ormai ne generano la maggior parte del fatturato, circa 24 miliardi di euro.

Poste Italiane ha puntato molto negli ultimi anni sul rinnovamento dell’immagine e sui nuovi servizi, ma per adesso nessuno privato ha mostrato segni d’interesse e la quotazione in borsa, inizialmente prevista entro il 2014, potrebbe slittare a data da destinarsi.

Inoltre, l’UE ha puntato il faro su Poste per il presunto aiuto di Stato nel caso Alitalia, ed in più ci sono alcune pendenze irrisolte con l’INPS per più di un miliardo di euro che ne minano la solidità.

Non proprio la carta d’identità ideale per chi vorrebbe raccogliere sul mercato almeno 4 miliardi di euro dai privati.

In ogni modo, il Ministro Padoan ha tentato oggi di smorzare le preoccupazioni affermando:

“Le privatizzazioni non stando andando a rilento”

Sarà, ma per adesso anche le annunciate cessioni del 14% di Stm e del 49% di Cdp Reti - società della stessa Cdp che ha in pancia il 29% di Terna e il 30% di Snam - rimangono ferme al palo.

Solo per Cdp Reti sembra muoversi qualcosa: secondo indiscrezioni di stampa sarebbero pronti ad entrare nel capitale dell’azienda i cinesi di State Grid Corporation e gli australiani di Industry Funds Management, che porterebbero in dote un assegno da 3,5 miliardi di euro.

In ogni modo, c’è da sperare che il programma di vendite acceleri, soprattutto perché le privatizzazioni e la spending review sono i pilastri su cui si basa il piano di tenuta dei conti pubblici del Premier Renzi.

Se uno dei pilastri dovesse saltare, qualsiasi bel discorso a Bruxelles diverrebbe di colpo inutile.