Il presidente Donald Trump ha introdotto una politica di «dazi reciproci» con l’obiettivo dichiarato di correggere gli squilibri commerciali degli Stati Uniti.
La metodologia utilizzata per calcolare questi dazi segue un preciso procedimento. Si parte dalla determinazione del deficit commerciale, che viene calcolato prendendo in esame il valore negativo della bilancia commerciale degli Stati Uniti con un determinato paese.
Successivamente, si procede con il calcolo del rapporto deficit/esportazioni, dividendo il deficit commerciale per il valore delle esportazioni del paese partner verso gli Stati Uniti. Infine, si applica un dazio pari alla metà del valore ottenuto, con una soglia minima del 10%.
Per comprendere meglio il meccanismo, si può fare un esempio pratico. Se gli Stati Uniti hanno un deficit commerciale di 50 miliardi di dollari con il Paese X, e quest’ultimo esporta beni per 100 miliardi di dollari negli USA, il calcolo prevede la divisione tra deficit ed esportazioni, risultando in un rapporto di 0,5. Il dazio applicato sarà quindi pari al 25%, ossia la metà di questo valore. Di conseguenza, gli Stati Uniti imporrebbero un dazio del 25% sulle importazioni dal Paese X.
Tuttavia, questa politica può generare distorsioni di mercato e impatti negativi sugli interessi americani. Un primo effetto è l’aumento dei prezzi per i consumatori americani, poiché i dazi elevati sulle importazioni fanno crescere il costo dei beni acquistati dall’estero, riducendo il potere d’acquisto. Inoltre, vi è il rischio di ritorsioni commerciali, con i paesi colpiti che potrebbero rispondere imponendo tariffe sui prodotti americani, danneggiando settori chiave dell’economia statunitense. Un ulteriore impatto negativo riguarda le relazioni internazionali, che possono deteriorarsi a causa dell’imposizione unilaterale di dazi, compromettendo storiche collaborazioni diplomatiche e commerciali. Anche le catene di approvvigionamento rischiano di subire gravi distorsioni, poiché le aziende potrebbero essere costrette a riorganizzarle per evitare i dazi, generando inefficienze e costi aggiuntivi.
Un esempio concreto di queste distorsioni riguarda una società americana di elettronica, TechUSA, che produce smartphone. Prima dell’introduzione dei dazi, la sua catena di approvvigionamento era ottimizzata: acquistava chip elettronici dalla Cina, batterie dalla Corea del Sud, assemblava i telefoni in Messico e li vendeva negli Stati Uniti. Ogni componente proveniva dal fornitore più efficiente ed economico.
Con l’intervento di Trump, viene imposto un dazio del 34% sui chip cinesi, basandosi sul criterio della reciprocità, ovvero un dazio pari alla metà del rapporto deficit/esportazioni. Questo ha portato a un aumento dei costi di produzione, poiché TechUSA si è trovata a pagare di più per i chip. Per evitare il dazio, ha cercato fornitori alternativi in Vietnam e India, ma ha dovuto affrontare problemi legati a costi più elevati e prestazioni inferiori.
La necessità di adattare la produzione ha causato ritardi e inefficienze, richiedendo adeguamenti agli impianti, nuovi controlli qualità e tempi di trasporto più lunghi. Il risultato è stata una perdita di competitività globale, con TechUSA svantaggiata rispetto ai concorrenti europei o asiatici non soggetti agli stessi dazi.
In sintesi, l’intento di penalizzare la Cina con un dazio si è rivelato controproducente, colpendo invece le stesse aziende americane, aumentando i costi per i consumatori e riducendo l’efficienza del mercato. La forzata riorganizzazione della catena di approvvigionamento globale ha generato inefficienze e costi aggiuntivi, minando la competitività delle imprese statunitensi.