Gran parte del mondo ricco è affascinato dalla Germania. Pur essendo al centro della sclerotica Europa, il suo PIL pro capite è aumentato più di qualsiasi altro paese del G7 negli ultimi dieci anni. Nonostante la disoccupazione nella zona euro sia al suo massimo storico fin dalla nascita della moneta unica, in Germania è a un minimo record. Nella maggior parte dei paesi ricchi, allo stesso tempo, le esportazioni di prodotti manifatturieri sono state martellate dalla concorrenza estera, in Germania restano invece potenti driver di crescita. Non c’è da stupirsi se è con fatica che i leader politici di Francia, Spagna, Italia e Gran Bretagna parlano con nostalgia di diventare come la Germania.
Il recente successo della Germania ha radici sia vecchie che nuove. Solo un decennio fa, ancora alle prese con i costi della riunificazione, le cose non andavano poi così bene. Da allora, però, la sua economia è rimbalzata per dimostrare che un Paese con alti salari può riuscire ad entrare nella fascia alta di produzione, anche attraverso il contenimento dei costi unitari del lavoro. I tedeschi hanno da tempo riparato le loro finanze pubbliche: il deficit di bilancio è appena l’1% del PIL, la spesa pubblica in percentuale del PIL è ben al di sotto della media europea e i rendimenti obbligazionari tedeschi sono ai minimi storici. Grazie soprattutto alle riforme dell’Agenda 2010 avviate dal governo socialdemocratico guidato da Gerhard Schröder nel 2003, la Germania ha liberalizzato molte delle sue regole del mercato del lavoro, uno dei motivi per cui oggi ha un invidiabile basso tasso di disoccupazione.
Eppure l’avanguardia della Germania è antica. I gruppi di imprese Mittelstand del paese, che spesso si specializzano in settori di produzione di nicchia, si sono sviluppati nel tardo XIX secolo. Incredibilmente resistenti e versatili, hanno beneficiato della domanda di capitali di alta qualità e di beni di consumo nei mercati emergenti. Il modello corporativo tedesco Mitbestimmung, che dà ai lavoratori una voce in capitolo nella gestione, ha reso tutto più facile sia nel far passare le riforme strutturali sia nel tenere bassi i salari. E il sistema tedesco di apprendistato e di formazione professionale, suddiviso in circa 350 scambi, ha contribuito a mantenere la disoccupazione giovanile più bassa che altrove in Europa.
La più sincera forma di adulazione
Cosa dovrebbero dunque cercare di copiare i vari paesi europei più deboli? La rilassatezza delle regole del mercato del lavoro, certamente. Questo sta cominciando a prendere piede, anche se, come si è scoperto in Italia, la liberalizzazione dei mercati del lavoro è più difficile in tempi di crisi economica. La Germania ha invece liberalizzato il suo mercato del lavoro quando la domanda era forte nel resto dell’Europa. C’è anche molto da dire sul fatto che si è posto l’accento sulla formazione professionale, invece che sul produrre più laureati con lauree spesso inutili. Ma molte delle cose che funzionano bene in Germania, come il suo corporativismo, i suoi gruppi di imprese, la sua abilità di produzione, sono parte di una cultura tradizionale che sarebbe difficile, se non impossibile, trapiantare da un paese all’altro.
Né i vicini della Germania tenterebbero di importare il modello di vendita all’ingrosso. Le sue relazioni corporative nel settore industriale, per esempio, aiutano le aziende a tenere bassi i salari, ma possono anche essere dannose per gli azionisti. E mentre il settore manifatturiero del paese può essere produttivo, il settore dei servizi non lo è, ed i servizi rappresentano circa i due terzi del PIL. Il settore finanziario relativamente non genera profitti e ha un record di investimenti in dubbi attivi esteri (compresi i mutui americani marci). Le prospettive demografiche della Germania sono molto basse. La sua popolazione nativa sta diminuendo e l’invecchiamento si velocizza, mentre il paese non accogliere immigrati.
Soprattutto, la filosofia tedesca del cilicio, che favorisce l’austerità rispetto alla crescita, il risparmio rispetto alla spesa, e la domanda straniera rispetto a quella interna è stata spesso dannosa. Ha abbassato il tenore di vita dei tedeschi (nonostante una crescita più rapida, il consumo personale è aumentato meno che nel resto d’Europa negli ultimi dieci anni). Ed è stato catastrofico per il resto della zona euro il modo in cui la Germania ha agito, rivelandosi come un elemento freno alla domanda. Gli investitori che hanno liquidato le obbligazioni spagnole ed italiane questa settimana erano preoccupati tanto per gli effetti dell’austerità eccessiva, quanto per i livelli del debito pubblico. La dipendenza della Germania dalle esportazioni ha portato a enormi eccedenze di conto corrente che sono state compensate da deficit altrove, un contributo grande alla crisi dell’euro.
I politici tedeschi che spingono solo per l’austerità e la moderazione salariale nel resto dell’Europa, dimenticano che l’obiettivo della crescita è quello di aumentare i redditi personali (e la spesa), e che il vantaggio reale da un aumento delle esportazioni è quello di poter pagare ulteriori importazioni. Il resto d’Europa farebbe bene a copiare le migliori caratteristiche del modello tedesco, ma anche la Germania dovrebbe imparare dai suoi partner sull’importanza di aumentare e sostenere la domanda interna. Poi, tutti starebbero meglio.
Tradotto da Raffaele Guerra per Forexinfo.it - Fonte: The Economist.
© RIPRODUZIONE RISERVATA