I funzionari statunitensi, cinesi e giapponesi hanno dichiarato questa mattina che spingeranno i paesi dell’euro-zona a fare di più per meritare gli aiuti esterni. La dichiarazione si inserisce nell’ambito del meeting del G20, la riunione delle venti più grandi economie mondiali che prenderà avvio domani.
Il programma che i funzionari europei seguiranno nell’incontro è quello di spingere il gruppo di venti nazioni ad impegnarsi economicamente nei fondi del Fondo Monetario Internazionale per contribuire a disinnescare la crisi fiscale della regione. L’ amministrazione Obama, invece, fa sapere che l’Europa deve innanzitutto rafforzare il suo firewall per impedire che il debito di paesi come Italia e Spagna diventino insostenibili.
Il meeting avrà luogo a Città del Messico, proprio quattro giorni dopo che l’Unione Europea ha sanzionato un pacchetto di aiuti di centotrenta miliardi di euro per la Grecia. Le dichiarazioni dei funzionari di USA, Cina e Giappone non sono, però, le uniche dichiarazioni che delineano il clima generale: l’FMI, infatti, ha recentemente dichiarato che la scarsa sostenibilità del debito potrebbe trascinare l’intera economia globale in una profonda e nuova recessione. Come diversi analisti hanno sottolineato, se è possibile riscontrare una volontà di impegno filo-europea in Cina, Giappone, Brasile e Messico, gli Stati Uniti sembrano più restii ad impegnarsi in un concreto aiuto economico all’Europa.
Con una domanda da parte dell’Unione europea in flessione di cinquecento milioni di consumatori, Cina e Giappone hanno segnalato un impegno per aiutare a risolvere Europa la crisi del debito. La condizione è che l’Europa «faccia più sforzi per creare un firewall maggiore,» ha dichiarato il ministro giapponese delle finanze Jun Azumi il 20 febbraio scorso a Pechino. Il Giappone sta infatti considerando di contribuire con cinquanta miliardi dollari al pacchetto di salvataggio europeo del FMI, come ha riferito il quotidiano Asahi nell’edizione di ieri, senza però specificare la fonte da cui ha ottenuto le informazioni.
La posizione degli Stati Uniti è altrettanto chiara e netta: l’amministrazione americana «è stata chiara con i nostri partner internazionali che non siamo alla ricerca di ulteriori finanziamenti per il Fondo monetario internazionale», ha sostenuto Lael Brainard, sottosegretario del Tesoro per gli affari internazionali, davanti al parlamento degli Stati Uniti questo mese. Gli USA vogliono «ulteriori misure» da parte dell’Europa «per rafforzare il firewall,» ha rilanciato Jay Carney, addetto stampa della Casa Bianca, ai giornalisti in un incontro tenutosi a Washington lo scorso 21 febbraio.
E’ più che evidente che le economie emergenti e le grandi potenze economiche come Cina e Stati Uniti non si lasceranno trascinare facilmente nel contributo ai fondi dell’FMI per la crisi del debito sovrano in Europa. Le pressioni che queste economie esercitano riguardano soprattutto il direttorio tedesco guidato da Angela Merkel, ancor prima della Commissione Europea e della Banca Centrale: è sul veto tedesco ad aumentare il firewall che le polemiche si concentrano. Proprio questa potrebbe essere la ragione dell’ancora sospeso, sebbene continuamente promesso, impegno della Cina, nonostante la recente visita della Merkel a Pechino. E proprio questo, un aumento del firewall europeo, è quanto chiede la maggior parte delle economie europee con in prima fila i paesi mediterranei, i più vessati dalle difficoltà. La sfida, anche questa volta, sarà di limitare il potere decisionale tedesco e limitare la sua quasi assolutà discrezionalità.
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