FMI e le disuguaglianze economiche: “La sfida definitiva del nostro tempo”

Christian Dalenz

25/07/2015

25/07/2015 - 16:35

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Uno studio dell’istituzione internazionale affronta il problema smentendo alcuni dogmi liberisti

FMI e le disuguaglianze economiche: “La sfida definitiva del nostro tempo”

Nel mese di giugno 2015 è uscito uno «Staff Discussion Paper» (che non rappresenta perciò una presa di posizione ufficiale, ma uno studio) del Fondo Monetario Internazionale, dal titolo «Cause e conseguenza della disuguaglianza di reddito: una prospettiva globale» .

E’ stato scritto dai alcuni economisti del FMI (la maggioranza dei quali asiatici) ed affronta il problema delle crescenti disuguaglianze economiche presenti sul nostro pianeta.

Queste, spiega lo studio, possono rappresentare un fattore positivo nella misura in cui rappresentano un incentivo per «eccellere, competere, risparmiare, investire»; ma alti livelli di disuguaglianza finiscono per impedire scelte educative e occupazionali, bloccando quindi la mobilità sociale; se poi la causa della disuguaglianza è la rendita, gli individui finiscono per ricercare trattamenti di favore e protezionismo verso i più ricchi, causando corruzione, nepotismo, allocazione inefficiente delle risorse (secondo uno studio del premio Nobel Joseph Stiglitz).

Diversamente da quanto afferma la teoria della trickle down economics, per la quale favorire l’accumulazione di reddito e ricchezza da parte di chi possiede industrie e imprese favorirà investimento e occupazione (cosa avvenuta in tutto il mondo negli ultimi 30 anni, fa notare questo studio) gli economisti FMI dimostrano, sulla base di osservazioni svolte su 156 Paesi, che l’aumento di reddito disponibile per l’1% della popolazione più abbiente tende a rallentare la crescita economica, mentre il contrario avviene quando a beneficiare dell’aumento di reddito sono le fasce più povere.

Le disuguaglianze di reddito attualmente risultano piuttosto significative: l’indice Gini (metodo statistico utilizzato per misurarle: va da 0, dove il reddito prodotto sarebbe equamente distribuito fra tutti, a 1, dove sarebbe invece concentrata in un solo individuo), calcolato per l’intero mondo risulta oscillare tra 0.55 e 0.70 a seconda della variazione di indicatore utilizzato. Tra il 1990 e il 2012, risultano essere diminuite significativamente in America Latina (che rimane il continente più diseguale del mondo) e Africa, ed aumentate in Nord America, Europa, Asia e Oceania:

[in rosso, i Paesi che hanno visto aumentare l’indice GINI tra il +5% e il +26%; in arancione tra lo 0% e il +5%; in verde quelli che l’hanno visto diminuire tra lo 0 e il -5%; in verde tra il -5% e il -36%; in grigio i Paesi per i quali non sono disponibili dati]

A livello mondiale hanno beneficiato di maggiore reddito le classi medie e le classi più ricche, ma in diversi Paesi economicamente avanzati le classi medie hanno piuttosto subito una diminuzione tra il 1990 e il 2009; questo a causa di un andamento stagnante dei salari reali (ovvero, salari calcolati al netto dell’inflazione), contro una produttività del lavoro che invece è andata aumentando (dati disponibili per il periodo 2005-2012).

Come si vede, questo è avvenuto in diversi Paesi sviluppati, fra cui anche l’Italia: in particolare modo l’andamento è stato divergente in Germania, Corea del Sud, Giappone, Spagna, Messico.

I profitti delle imprese nel frattempo sono aumentati di molto - a parte i crolli seguito alla crisi dot-com del 2001 e quella dei mutui suprime del 2007-08, a cui sono seguite robuste riprese; dati disponibili per il periodo 2000-2012.

[linea verde, produttività del lavoro; linea blu, crescita del salario reale medio]

Inoltre, dal 2000 al 2010, mentre gli indici di povertà sono discesi nelle economie emergenti, nei Paesi più sviluppati si sono accresciuti:

[la prima tabella indica il cambiamento percentuale dei tassi di povertà; nei Paesi avanzati (Advanced Economies) essi sono aumentati, mentre sono diminuiti nel resto del mondo. La seconda tabella indica l’attuale tasso di povertà nelle macroaree considerate. EM sta per Economie Emergenti.]

Un andamento simile mostra le disuguaglianze nella ricchezza accumulata: lo studio fa notare che storicamente queste sono molto più alte di quelle nei redditi. Attualmente, quasi metà della ricchezza mondiale è nelle mani dell’1% dell’umanità.

Nonostante siano avvenuti dei miglioramenti, permangono forti differenze tra classi di reddito, soprattutto all’interno dei Paesi in via di sviluppo e di quelli con un’economia di mercato emergente, nell’accesso alla salute, all’educazione e ai servizi finanziari.

Cause di questi andamenti vengono identificate da questi economisti nello sviluppo tecnologico (che aumenta il divario di reddito tra lavoratori qualificati e non), la globalizzazione (quando produce un accentramento di risorse nei settori ad alta tecnologia), lo sviluppo della finanza (che almeno nelle sue prime fasi, pare che finisca per beneficiare maggiormente le fasce di popolazione più ricche, che di solito vi hanno più facile accesso), l’indebolimento delle istituzioni del mercato del lavoro (in particolare, sindacati più deboli portano ad una diminuzione del potere contrattuale dei lavoratori e quindi dei loro redditi, come mostra un altro studio FMI di prossima uscita, e una diminuzione dei salari minimi porta a maggiori diseguaglianze).

Possibili politiche per ridurre questi problemi, che vengono definiti da questo lavoro come «la sfida definitiva del nostro tempo» sono perciò una politica fiscale redistributiva che avvantaggi le classi povere e medie e non quelle più ricche, migliorare l’accesso all’educazione, promuovere l’inclusione finanziaria ma all’interno di una maggiore stabilità del sistema (per non scivolare perciò di nuovo in gravi crisi come quella del 2007-08), un mercato del lavoro con maggiori garanzie per i lavoratori. Il ruolo della spesa pubblica in tutto questo risulta essere decisivo.

Tutte politiche che, per quanto non dichiarato apertamente in questo lavoro, mettono in seria discussione quanto affermano gli economisti liberisti, che hanno professato e professano interventi di politica economica di segno opposto: perché, a loro dire, la migliore politica fiscale è una con aliquote uguali per ricchi e poveri; l’educazione dovrebbe essere privatizzata del tutto; l’instabilità finanziaria è un male che si cura essenzialmente da sé, evitando quanto più possibile l’intervento pubblico; e più si rimuovono garanzie per i lavoratori che rappresentano ostacoli per le imprese, più i lavoratori stessi ne dovrebbero beneficiare.

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