Le imprese hanno bisogno di energia, una voce di costo che può essere particolarmente rilevante.
Se le bollette sono troppo alte, i margini di profitto si riducono, costringendo le aziende ad aumentare i prezzi di prodotti e servizi. È facile quindi capire come il tema sia sensibile soprattutto per le imprese che operano in settori energivori, come le acciaierie e le industrie meccaniche.
Ma oltre a quello per il consumo effettivo di elettricità, ci sono anche costi aggiuntivi, rappresentati da tasse e oneri. La questione tocca da vicino l’Italia, che è uno dei paesi europei con il più alto livello di tassazione sull’energia elettrica acquistata dalle imprese. Uno squilibrio oggettivo, dato che la differenza rispetto alla media Ue è rilevante e costituisce un freno alla competitività delle imprese italiane.
Dove l’energia costa meno in Europa?
I dati Eurostat indicano che nel secondo semestre del 2024 le tasse e gli oneri non recuperabili (con esclusione quindi dell’Iva) pagati dai consumatori non domestici (come aziende e industrie) hanno rappresentato mediamente il 15,9% del costo finale per l’energia elettrica. Per l’Italia la quota è stata del 27%: ossia oltre un quarto del costo dell’elettricità è stato sostenuto dalle imprese non per il consumo, ma a copertura di tasse e oneri. Si tratta di un livello di tassazione nettamente superiore a quello che grava sulle imprese tedesche (14,8%) e francesi (10,9%) e che in Europa è secondo solamente alla Polonia, che spicca come paese con le imprese maggiormente tassate sull’energia, con gli oneri fiscali che rappresentano il 36,9% del costo finale.
Su una bolletta di cento euro, un’azienda polacca paga quindi 36,9 euro solo come tasse e oneri e un’azienda italiana 27 euro, mentre a livello medio europeo il costo è di appena 15,9 euro o anche inferiore. Aumentando la tassazione cresce il prezzo finale, con un evidente svantaggio competitivo rispetto ai paesi che affrontano costi energetici più bassi. Nei giorni scorsi, in occasione dell’Assemblea di Confindustria a Bologna, il tema è stato al centro dell’attenzione. Gli industriali hanno chiesto al governo un intervento per ridurre gli oneri di sistema e separare il costo dell’elettricità dalle fluttuazioni del prezzo del gas, che influisce fortemente sulle tariffe. Per quanto le rinnovabili siano in crescita, buona parte dell’energia elettrica dei paesi europei viene prodotta con il gas (circa il 20%) e l’Italia risulta tra quelli più dipendenti dalle fonti fossili.
Un salasso per le piccole imprese
Come denunciato da un’analisi della Cgia Mestre, a essere colpite sono soprattutto le cosiddette microimprese (con meno di dieci addetti), che rappresentano circa il 95% delle attività economiche presenti in Italia. Anche nel resto d’Europa le differenze di costo sull’energia avvantaggiano le grandi aziende a discapito delle piccole: anche se in Italia la distorsione è particolarmente accentuata. Secondo lo studio, le microimprese italiane pagano l’energia elettrica il 164,7% in più rispetto alle “big company”, mentre in Germania il differenziale è del 136,2%.
In Francia (+242%) e Spagna (quasi +200%) lo squilibrio è perfino più evidente, anche se la Cgia Mestre segnala che la questione è avvertita soprattutto in Italia, dato che nel nostro Paese «il peso economico e occupazionale delle microimprese è talmente elevato da non avere eguali nel resto d’Europa». Uno dei motivi legati alla penalizzazione può essere rintracciato nella riforma degli energivori: entrata in vigore nel 2018, ha ridotto notevolmente la voce di costo relativa a tasse e oneri dell’energia elettrica per le grandi industrie, ridistribuendo però il carico sulle altre imprese escluse dalle agevolazioni.