Draghi resterà a Palazzo Chigi. Per gestire il caos di cui il PNRR si rivelerà detonatore

Mauro Bottarelli

23 Ottobre 2021 - 13:00

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Documento di bilancio approvato «al buio», spread agitato, l’allarme di Salini sui lavoratori mancanti e la sortita di Bankitalia per un fondo Ue di sterilizzazione del debito: cosa bolle in pentola?

Draghi resterà a Palazzo Chigi. Per gestire il caos di cui il PNRR si rivelerà detonatore

Concentriamoci sulle materie su cui c’è accordo, del resto ci occuperemo in un secondo tempo. Bene ha fatto Mario Draghi a riportare sul pianeta Terra i partecipanti all’ennesimo, fallimentare Consiglio Europeo, terminato con un nulla di fatto sul tema dell’immigrazione e una serie di minacce e veti incrociati sul dossier Polonia, a sbrogliare il quale è stata chiamata Angela Merkel, giunta alla sua ultima uscita ufficiale dopo 16 anni e 117 vertici simili a quello appena concluso.

Nonostante questo, il tema delle riserve di gas condivise su cui tanto aveva premuto il presidente del Consiglio italiano, conscio della non transitorietà dell’inflazione energetica, è rimasto sul tavolo, ennesima vittima di troppe teste e troppi interessi da far convergere. Questo grafico

Livelli di stoccaggio del gas europeo e media storica per il mese di ottobre (10 anni) Livelli di stoccaggio del gas europeo e media storica per il mese di ottobre (10 anni) Fonte: Bloomberg

mostra chiaramente il perché della fretta messa in campo da Mario Draghi: nonostante il tepore di questa infinita ottobrata, prima o poi l’inverno e il freddo arriveranno. E questo è lo status con cui si affacciano a quella stagione gli stoccaggi strategici di gas europeo rispetto alla media storica del mese di ottobre. Il tutto con la Russia che si è detta chiaramente pronta ad aumentare il flusso da subito ma solo attraverso Nord Stream 2: quindi, o l’Ue si decide a dare un dispiacere al Dipartimento di Stato Usa, affrettandosi ad approvare le licenze oppure l’hub tedesco di Mallnow rischia di restare a secco. E noi al freddo e al buio. Pragmatismo da uomo di mercato.

Il quale, però, in conferenza stampa ha ceduto alla tentazione di immedesimarsi troppo nel nuovo ruolo di politico: Sul PNRR non ci sono ritardi, rispetteremo tempi e scadenze come abbiamo fatto finora. Impossibile. A Mario Draghi lo sa. Perché, casualmente, proprio nel pieno della due giorni del Consiglio Europeo faceva rumore l’intervista de Il Messaggero a Pietro Salini, amministratore delegato di Webuild (ex Salini-Impregilo), gruppo specializzato nel campo delle infrastrutture ma oggi denominato con il più esotico titolo di general contractor. Il senso del suo allarme? Ai piani legati al PNRR e al Recovery Plan mancano circa 100.000 addetti, fra cui 3mila figure di staff specializzato, 23mila operai specializzati e più di 70mila operai generici. Praticamente, rispettare i tempi appare impossibile. Oltretutto, al netto di ritardi già ampiamenti cristallizzati nelle amministrazione del Mezzogiorno, incapaci di far partire bandi e appalti e quindi già a forte rischio di perdita degli stanziamenti europei.

Ora il governo sta preparandosi al licenziamento di una sorta di enorme deregulation sul modello Ponte Morandi ma il tempo stringe. E 100.000 lavoratori sono tanti da trovare, soprattutto quando la ricetta offerta da Salini fa riferimento a programmi nazionali di reskilling dedicati al settore delle costruzioni e al reintegro nel mondo del lavoro delle risorse disoccupate, modalità queste ultime che consentirebbero di smaltire per esempio lo stock di percettori di prestazioni di sostegno al reddito considerati attivabili. Di fatto, i cantieri dell’enorme piano di ripartenza infrastrutturale nazionale vengono legati al fallimentare loop formativo e di matching dei centri per l’impiego e del reddito di cittadinanza. Auguroni.

Ma non basta. A far capire che qualcosa sta bollendo in pentola ci ha pensato, anch’esso in contemporanea con la due giorni europea, il numero uno di Bankitalia, Ignazio Visco. Il quale, intervenendo alla Giornata del risparmio, ha estratto a sorpresa dal cilindro un coniglio di quelli destinati a parecchi interpretazioni: l’Ue dia vita a un fondo di ammortamento per sterilizzare il debito contratto dagli Stati membri come risposta alla pandemia. Tradotto, il debito da Covid diventi comune. Nella fattispecie dell’Italia, una mossa simile si sostanzierebbe in un risparmio e mancato aggravio delle ratio pari a 300 miliardi di euro. Insomma, nonostante la messe di denaro messo in campo dall’Ue con il Next Generation Eu, la compressione artificiale dei costi di servizio garantita dagli acquisti del Pepp e la quasi certezza di una prosecuzione sotto altro nome e forma di quest’ultimo dopo il 31 marzo prossimo, l’inquilino di Palazzo Koch pare entrato in modalità ti piace vincere facile.

Per quanto in Germania regni un po’ di caos interno e il falco Jens Weidmann abbia annunciato l’addio, appare quantomeno improbabile che Berlino lasci passare una simile proposta senza alzare le barricate. Soprattutto, al netto del no ex ante recapitato ai partner dal nascituro governo Scholz rispetto a riforme e ammorbidimenti del Patto di stabilità. Ma il problema c’è. Primo, a detta dello stesso Visco, i finanziamenti bancari alle imprese con un «significativo aumento del rischio di credito» sono saliti del 40% dalla fine del 2019 e per questo la Banca d’Italia sta sollecitando le banche «a continuare a valutare attentamente le prospettive delle imprese affidate e ad effettuare accantonamenti prudenti e tempestivi.

Secondo, lo mostra questo grafico:

Andamento dei controvalori di acquisti settimanali in seno al Pepp Andamento dei controvalori di acquisti settimanali in seno al Pepp Fonte: Pictet/Bce

la Bce, quantomeno nelle prime due settimane di ottobre, sta bellamente ignorando la propria promessa di moderato rallentamento nel ritmo degli acquisti settimanali in seno al Pepp. Questi ultimi, infatti, non solo appaiono perfettamente in media con quelli dei due trimestri precedenti ma, alla luce delle alte redemptions, a livello netto paiono addirittura in lieve aumento. Nonostante questo, il nostro spread non riesce a varcare al ribasso in maniera strutturale la soglia del passaggio a due cifre. E, anzi, negli ultimi giorni ha vissuto vere e proprie montagne russe, sintomo di vendite reali cui la Bce ha operato off-setting al fine di evitare il processo inverso: ovvero, la rottura al rialzo di una prima soglia psicologica fissata a 110 punti base.

Infine, le tensioni politiche, esacerbate dai risultati dei ballottaggi. Ma non solo. Perché se le divergenze fra le varie anime che formano la coalizione di governo paiono destinate ad aumentare, soprattutto su temi caldi come le pensioni e con la Lega ancora al centro delle dispute, ecco che il Corriere della Sera si è visto costretto a riportare quanto fatto notare dai capi-delegazioni di PD e M5S, Orlando e Patuanelli, al presidente Draghi: di fatto, il Consiglio dei ministri ha votato il via libera al documento programmatico di bilancio senza che i suoi membri lo avessero potuto preventivamente leggere. Se a Palazzo Chigi ci fosse stato Silvio Berlusconi e si fosse proceduto con tale modalità, avremmo avuto una manifestazione al giorno di sinistra e sindacati contro il rischio di deriva autoritaria. Oggi, invece, solo una garbata sottolineatura.

Il tutto senza scordare l’aumento vertiginoso (+23%) delle assenze per malattia nelle aziende dopo l’introduzione del green pass, di fatto segnale chiaro di come la situazione occupazionale e produttiva - la stessa denunciata da Salini - rischi di subire contraccolpi ulteriori a quelli che inflazione e crisi della supply chain stanno già inferendo al nostro outlook per un Pil atteso ancora al 6%, mentre quello del mondo intero crolla. In controluce, poi, una nuova disputa in seno al Cts rispetto al perdurare dello stato di emergenza oltre il 31 dicembre e un nuovo aumento dei contagi, per ora definito non preoccupante stante l’alto tasso di vaccinazioni.

Gli ingredienti per l’incidente controllato perfetto paiono esserci tutti, poiché l’Europa è stata chiara dopo lo sblocco dei primi 25 miliardi del Recovery Fund arrivati ad agosto: l’elargizione delle prossime tranche sarà strettamente vincolata al raggiungimento degli obiettivi concordati nei tempi e nei modi. Altrimenti, chiusura del rubinetto. E conseguente fine dei sogni di gloria per il PNRR, destinato a tramutarsi da strumento di ripresa a infernale meccanismo di amplificazione delle criticità macro. A quel punto, ratio di riduzione di debito e deficit da ricalcolare, spread in agitazione e governo costretto a interventi emergenziali (ma strutturali) in stile 2011.

Vista oggi in base agli elementi che abbiamo in mano, la situazione pare chiara. Quantomeno a livello di corsa per il Quirinale: Mario Draghi è destinato a restare a Palazzo Chigi anche dopo il 2023. C’è un potenziale caos in stile greco all’orizzonte da gestire, di cui già oggi si intravedono chiarissimi i prodromi. Lascio in un momento preoccupante per l’Europa, le parole di commiato di Angela Merkel dal vertice di Bruxelles. Fine dei pasti gratis, insomma. E Mario Draghi lo sa. Anzi, è stato chiamato apposta a gestire il razionamento.

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