Crisi economica e crisi energetica sono strettamente correlate: basta analizzare i grafici relativi alla produzione di petrolio e alla crescita della domanda per individuare il punto critico che le accomuna. Corre l’anno 2008: la domanda di petrolio supera l’offerta, il «Picco di Hubbert» viene superato, comincia la crisi dei mutui, molti Paesi iniziano a entrare in fase di recessione: il punto di non ritorno è stato oltrepassato.
Quando la domanda supera l’offerta, l’economia è destinata a scendere
Andiamo con ordine: innanzitutto, cos’è il Picco di Hubbert? Si tratta di una teoria scientifica elaborata nel 1956 dal geofisico statunitense Marion King Hubbert: questa teoria prevede in breve la data in cui, a seguito di un’analisi della storia estrattiva di un giacimento minerario, la produzione della risorsa di questo giacimento raggiunge il picco massimo, per poi inevitabilmente diminuire. Due precisazioni: per «produzione» si intende estrazione e finalizzazione della risorsa alle finalità per cui la risorsa è predisposta; la diminuzione riguarda prevalentemente la produzione e non la risorsa in questione; seppur esauribile, ad esempio, il petrolio non si dissolverà nell’aria, sarà semplicemente più difficilmente estraibile.
Le estrazioni di petrolio, infatti, sono composte di varie fasi: le prime sono le più semplici proprio poiché l’estrazione di questa risorsa è più di rapida esecuzione e può essere eseguita tramite mezzi per cui non servono importanti investimenti, anzi. Il difficile arriva dopo: quando la prima fase si conclude, per continuare con l’opera di estrazione sarà necessario aumentare la capienza degli investimenti, ma naturalmente, nel momento in cui i giacimenti si esauriscono e la domanda aumenta, la produzione non avrà più la capacità di supportare la domanda e tenderà a diminuire: basti pensare, ad esempio, che l’80% del petrolio che stiamo consumando proviene da giacimenti scoperti prima del 1973, e se consideriamo che 6 barili di petrolio consumati equivalgono alla scoperta di 1 solo barile, l’equazione risulta semplice: il punto di non ritorno ha avuto inizio.
Il Picco di Hubbert è stato ridiscusso sulla rivista «Nature» nel gennaio del 2012, da parte di James Murray e David King, e ripubblicato su Le Scienze.
Hubbert, inizialmente preso con molto scetticismo da parte di studiosi, matematici ed economisti, venne considerato uno dei più importanti geofisici del Novecento, quando avvennero le crisi petrolifere negli anni Settanta. Quello che successe nei primi anni Settanta fu infatti che i 48 Paesi degli Stati Uniti raggiunsero il picco di produzione petrolifera: evento che Hubbert aveva previsto e che precedette le grandi crisi energetiche.
Il 2008 anno del «punto di non ritorno»?
Quello che succede, quando la domanda supera l’offerta, è un vertiginoso e folle squilibrio dei prezzi del petrolio (quello che fino a qualche tempo fa riempiva le prime pagine dei giornali).
Il nuovo Picco di Hubbert è stato superato, come comunicano molti analisti ed esperti, proprio nell’anno 2008 (le previsioni iniziali vedevano tra il 2008 e il 2010, ma furono poi anticipate al 2008). In concomitanza di questo evento si è verificata la crisi dei mutui, con le banche che hanno concesso prestiti a famiglie povere e senza garanzie, prestiti tuttavia che sono risultati fatali, poiché, in sintesi, le banche hanno dato molto più di quanto avevano, pensando convinti che «l’espansione del giorno dopo» avrebbe messo a posto le cose.
Niente di tutto questo è avvenuto, e ora da più parti si parla di un futuro senza via d’uscita, senza soluzione. Ricorrere alle energie alternative viene visto come una buona scappatoia, ma in Europa, principalmente, solo il Regno Unito ha dato il via a un progetto finalizzato a cercare nuove soluzioni dal punto di vista energetico per fronteggiare un’eventuale crisi petrolifera.
La Teoria di Olduvai: catastrofe o profezia?
Insieme al Picco di Hubbert, sta prendendo sempre più quota anche la Teoria di Olduvai, da molti ritenuta poco affidabile prevalentemente per il suo livello di catastrofismo. La teoria è stata elaborata dall’ingegnere petrolifero Richard Duncan e porta avanti l’idea secondo la quale la civiltà industriale come la conosciamo oggi avrebbe stimato solo un secolo di vita: più nello specifico, nata nel 1930, è destinata a sparire nel 2030.
Il perché? È presto spiegato: il principale motivo dell’estinzione della civiltà industriale è rappresentato dal rapporto tra aumento della popolazione e produzione mondiale di energia. In breve, poiché la nostra civiltà industriale si basa prevalentemente su energie non rinnovabili (e quindi esauribili), l’accrescimento della popolazione porterà a un aumento della domanda che tuttavia sarà castrata da un’incapacità della produzione di risponderle in modo adeguato. La teoria spiega che dopo un periodo di crescita, durato fino agli anni Settanta, e un periodo di stasi (approssimativamente finito nel 2003) comincerà (tra il 2008 e il 2012) una fase discendente, che porterà la popolazione mondiale a ridursi drasticamente di circa 2 miliardi di unità per il 2030. Pur essendo caratterizzata da alcune lacune, come l’eventuale scoperta o sviluppo di nuove tecnologie o mutamenti socio-economici, la Teoria di Olduvai, nata nel 1989, è tornata in auge in questi tempi di strettissima attualità.
Economia reale ed economia finanziaria
Quello che viene imputato ai principali vertici dell’economia e della finanza mondiale, dunque, è la responsabilità di non prendere in considerazione i problemi veri dell’economia. In molti distinguono «economia reale» ed «economia finanziaria»: se la seconda riguarda le speculazioni aggressive e i rumors che fanno oscillare e crollare i mercati, la prima, presa più sottogamba (e secondo alcuni non presa in considerazione perché troppo realistica e priva di una qualche soluzione) riguarda l’economia reale: una strada che stiamo percorrendo già e che ci fa guardare con ansia l’unico vero termometro dello stato di salute dell’economia (reale) mondiale: il prezzo del petrolio.
Si dice che nel momento in cui il petrolio supererà quota 150 dollari al barile, verrà il momento di preoccuparsi seriamente.
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