CRISI, EURO. In molti ritengono che, alla fine, i leader europei faranno di tutto per salvare la moneta unica. Anche se l’euro rischia di precipitare inesorabilmente nella direzione di un crollo. Questo perché le conseguenze di un collasso della regione, e di una distruzione dell’euro, sarebbero così catastrofiche che nessun policymaker, con un briciolo di buon senso, potrebbe stare a guardare e lasciare che ciò accada.
Una rottura dell’ euro causerebbe un fallimento globale peggiore persino di quello del 2008-09. La regione più economicamente integrata del mondo sarebbe fatta a pezzi, a causa di shock a cascata: default multipli, fallimenti bancari e rigorosi controlli sui capitali. La zona euro potrebbe frantumarsi in mille pezzi diversi, o in un grande blocco nel nord e un sud frammentato. Tra recriminazioni e trattati “scoppiati”, dopo il fallimento del più grande progetto economico dell’Unione europea, valute selvagge che, come su un’altalena impazzita, oscillano tra quelle del centro e quelle della periferia, quasi certamente il mercato unico arriverà al punto di fermarsi. E rabbrividire. La sopravvivenza della stessa UE sarebbe in dubbio.
Eppure la minaccia di un disastro non sempre impedisce che questo accada. Le probabilità che la zona euro sia destinata al collasso sono aumentate in maniera allarmante, grazie al panico finanziario, a un rapido indebolimento economico e a una testarda politica del rischio calcolato. Le probabilità di un “atterraggio sicuro” e di un salvataggio stanno diminuendo rapidamente.
I crescenti timori degli investitori circa una rottura dell’euro hanno alimentato la fuga dagli assets delle economie più deboli, una fuga precipitosa che anche le azioni forti adottate dai governi coinvolti non sembrano in grado di frenare. L’ultimo esempio è la Spagna.
Nonostante la vittoria elettorale del 20 novembre, che ha decretato il trionfo del Partito Popolare, gli oneri finanziari del paese hanno registrato di nuovo un’impennata. Anche il nuovo governo tecnocratico di Mario Monti non ha fornito alcun sollievo: i rendimenti dei titoli a dieci anni rimangono ben al di sopra del 6%. Gli oneri finanziari di Belgio e Francia sono in aumento. E in Germania, l’ultima asta del bund si è tradotta in un flop. La crisi sta bussando a tutte le porte. Nessun paese è immune.
Il panico che sta inghiottendo le banche europee non è meno allarmante. Il loro accesso ai mercati del finanziamento si sta prosciugando, e il mercato interbancario è sempre più stressato, in quanto le banche si rifiutano di prestarsi a vicenda. La crisi del credito potrebbe essere più profonda di quella di cui l’Europa ha sofferto dopo il crollo di Lehman Brothers.
A questo si aggiunge la sempre maggiore austerità fiscale, che si sta imponendo in tutta Europa, un crollo nelle attività e nella fiducia dei consumatori. Sembra ormai verosimile ritenere che la zona euro vedrà una profonda recessione nel 2012, con un calo della produzione persino superiore al 2%. Questo innescherà un circolo vizioso in cui la recessione allarga il deficit di bilancio, il debito pubblico si gonfia e si alimenta il malcontento e l’opposizione popolare all’ austerità e alle riforme. La paura delle conseguenze innescate da un simile scenario, guiderà gli investitori ancora più velocemente verso le uscite di emrgenza.
In passato le crisi finanziarie hanno dimostrato che questa spirale verso il basso può essere arrestata solo mediante politiche audaci, tese a riconquistare la fiducia del mercato. Ma in Europa i politici non sembrano in grado di dimostrare abbastanza coraggio. Il tanto sbandierato effetto leva, di cui doveva essere dotato il Fondo di salvataggio europeo (EFSF) e concordato nel mese di ottobre, non sta portando da nessuna parte. I leader della zona euro sono diventati abili a parlare di grandi piani a lungo termine per salvaguardare la loro moneta - una vigilanza fiscale più invadente, nuovi trattati per far avanzare l’integrazione politica. Ma non offrono idee (o molto poche) per contenere la conflagrazione di oggi.
Siamo giunti alla fine dell’euro? Non c’è più nulla da fare?