Coronavirus, boom di morti di infarto per paura di contagiarsi: lo studio

Durante la pandemia si è assistito a un’impennata di decessi causati dagli infarti, secondo quanto riportata da uno studio pubblicato su Jama Cardiology. Ecco perché.

Coronavirus, boom di morti di infarto per paura di contagiarsi: lo studio

Durante la pandemia si è assistito a un boom di decessi causati dagli infarti dal momento che i pazienti cardiopatici hanno evitato di recarsi al pronto soccorso per paura di infettarsi. Questo timore ha causato un’impennata di decessi dovuti a un infarto acuto del miocardio durante le prime settimane di chiusura, mentre sono aumentati i casi di cuore spezzato, sempre in relazione al coronavirus.

La situazione è stata illustrata da un studio pubblicato su Jama Cardiology ed ha analizzato i ricoveri avvenuti tra il 30 dicembre del 2019 e il 16 maggio al Providence St. Joseph Health, uno dei principali sistemi di assistenza sanitaria degli Stati Uniti. In totale sono stati analizzati 15.000 ricoveri, quasi tutti relativi all’infarto acuto del miocardio, un evento per cui è necessario un rapido intervento del personale sanitario.

Boom di morti di infarto per paura del coronavirus in ospedale

Dallo studio è emerso che dal 23 febbraio 2020, e per le 5 settimane successive, i tassi di accesso al pronto soccorso per gli infarti sono diminuiti in modo notevole, mentre il tasso di mortalità, causato da questa patologia è aumentato, come hanno riportato gli stessi ricercatori in all’interno dell’indagine: “Lo studio ha rilevato importanti cambiamenti nei tassi di ospedalizzazione per infarto del miocardio acuto. Questa diminuzione riflette probabilmente molteplici fattori di cui il più preoccupante è la riluttanza dei pazienti a rivolgersi al medico per paura di contrarre l’infezione da Sars-Cov-2”.

Nello specifico i ricoveri per infarto acuto del miocardio sono diminuiti del 19% a partire dal 23 febbraio e solo dopo 5 settimane hanno ricominciato a salire di circa il 10%, senza però tornare ai livelli antecedenti alla pandemia. Nello studio si legge che: “Tendenze simili sono state osservate nel sistema del Providence St. Joseph Health in tutti i sei Stati. Nei casi di STEMI, il tasso di mortalità è stato sostanzialmente più alto durante tutte le settimane segnate dal Covid-19, con un aumento graduale rispetto ai mesi precedenti.

I risultati dello studio

Dall’indagine condotta è emerso inoltre che l’età media dei pazienti si è abbassata di qualche anno, ed anche i ricoveri sono generalmente più brevi, così come i tempi di degenza. “Possibili spiegazioni a questi risultati erano una maggiore riluttanza da parte dei pazienti più anziani a cercare cure mediche, la preferenza dei pazienti per la dimissione anticipata e la preoccupazione del rischio di contrarre l’infezione da coronavirus nelle strutture di assistenza post-acuta”. I risultati di questo studio vanno quindi a confermare quelli di altre ricerche. I ricercatori concludono affermando che:

“Coerentemente con i rapporti precedenti questo studio ha rilevato una sostanziale diminuzione dei tassi di ospedalizzazione per infarto acuto del miocardio nel primo periodo di Covid-19. A partire dal 29 marzo 2020, tuttavia, i ricoveri sono tornati ad aumentare, anche se a un ritmo più lento. Tra i diversi fattori probabilmente associati a questo rimbalzo, l’incoraggiamento ai pazienti con sintomi o segni di eventi cardiovascolari a rivolgersi immediatamente a un medico anche durante la pandemia”.

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