In Italia troppi appalti pubblici vengono assegnati con l’affidamento diretto, la procedura semplificata e accelerata tramite la quale il contratto viene stipulato con chi è ritenuto più idoneo per esperienza e capacità, senza attivare un confronto competitivo sul mercato.
Una modalità che velocizza i lavori, ma sicuramente meno trasparente rispetto a quando si pubblica un bando di gara.
Come vengono gestiti gli appalti in Italia?
Da qui le preoccupazioni dell’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione, che ha recentemente presentato la Relazione annuale al Parlamento sull’attività svolta nel 2024. Il presidente dell’Autorità, Giuseppe Busìa, ha lanciato un allarme soprattutto sugli affidamenti diretti, che «continuano a essere troppi», con un’incidenza che è del 98% nel caso degli appalti per servizi e forniture. A preoccupare è soprattutto il «crescente addensamento» di affidamenti in via diretta per valori tra i 135 mila e i 140 mila euro, ossia poco al di sotto della soglia per la quale la gara è obbligatoria. Lo scorso anno il valore complessivo degli appalti pubblici in Italia è stato di 271,8 miliardi di euro, per un totale di 267 mila procedure di gara (in calo del 4,1% sul 2023 e del 7,3% sul 2022).
Nel 2016 il Codice degli appalti, per gli importi inferiori alle soglie europee, permetteva l’affidamento diretto solo per valori fino a 40 mila euro. Poi nel 2020, con il decreto “Semplificazioni”, è stata prevista una deroga alla precedente normativa, che ha consentito l’affidamento diretto per importi entro i 150 mila euro per lavori ed entro i 140 mila per servizi e forniture. Un netto alleggerimento della regolamentazione precedente, che era molto più rigida, pensato inizialmente come misura emergenziale per favorire la ripartenza dell’economia. Nel 2023, però, la nuova normativa ha confermato la possibilità di ricorrere all’affidamento diretto entro queste soglie più ampie.
Scorrendo i numeri della Relazione Anac riferita all’attività del 2024 e confrontandoli con quelli delle edizioni precedenti, salta all’occhio l’aumento della quota di affidamenti diretti sul totale delle modalità di scelta del contraente. Nel 2024 il 54,3% degli appalti pubblici di importo superiore o uguale a 40 mila euro è stato affidato in via diretta, il 22,7% con una procedura negoziata senza previa pubblicazione del bando e il 15,8% con procedura aperta.
Appalti e responsabilità: in arrivo il referendum
Nel 2023 l’affidamento diretto aveva rappresentato il 49,6% delle modalità di scelta del contraente, la procedura negoziata senza pubblicazione del bando il 28,5% e la procedura aperta il 17,4%. La crescita dell’affidamento diretto è evidente soprattutto tornando ai numeri del 2022, quando rappresentava il 42,9% degli appalti (con il 32,9% di procedura negoziata senza bando e del 18,9% di procedura aperta) e del 2021, quando l’affidamento diretto non superava la quota del 37,6%, praticamente equivalente a quella della procedura negoziata senza bando (37,1%).
Come emerge dai dati, negli ultimi anni si è assistito a un leggero calo delle procedure aperte ma soprattutto a una diminuzione delle procedure negoziate senza bando che, pur essendo semplificate rispetto alle gare ordinarie, garantiscono comunque una comparazione tra più operatori, e a una decisa crescita dell’affidamento diretto, ossia senza alcun confronto competitivo tra i soggetti che potrebbero aggiudicarsi l’appalto.
In queste settimane, dal punto di vista della sicurezza sul lavoro, la materia è di stretta attualità. Tra i cinque referendum abrogativi sui quali gli italiani saranno chiamati a esprimersi l’8 e il 9 giugno c’è anche un quesito a tema appalti, sulla possibile abrogazione della norma che esclude la responsabilità in solido del committente, dell’appaltatore e del subappaltatore nel caso degli infortuni sul lavoro legati al tipo di attività svolta dalle imprese appaltatrici o subappaltatrici. Oggi la responsabilità solidale negli appalti non è prevista, ma con la vittoria del Sì anche il committente dovrebbe rispondere per gli infortuni sul lavoro.