7 Btp con rendimento netto medio oltre il 5%. Con €10.000 euro si incassano quasi €34.000 entro il 2072

Flavia Provenzani

28 Settembre 2026 - 12:53

Sette Btp a lunghissima scadenza con un rendimento netto medio sopra il 5% ai prezzi di oggi. Come si arriva a questo numero e quanto diventerebbero 10.000 euro investiti oggi?

7 Btp con rendimento netto medio oltre il 5%. Con €10.000 euro si incassano quasi €34.000 entro il 2072

Sette Btp a lunghissima scadenza hanno un rendimento netto medio oltre il 5% ai prezzi di mercato attuali. Sono i titoli di Stato italiani con il rendimento netto medio annuo più alto tra quelli quotati, tutti con scadenza compresa tra il 2045 e il 2072.

Si tratta di Btp collocati tra il 2016 e l’inizio del 2022, quando i tassi erano ai minimi storici e il Tesoro poteva finanziarsi a trent’anni e oltre con cedole comprese tra l’1,5% e il 2,8%. Il rialzo dei tassi avviato dalla Bce nel 2022 ha fatto crollare il prezzo di questi titoli, che oggi quotano tra 53 e 71 euro ogni 100 di valore nominale. Chi li compra adesso incassa una cedola relativamente bassa, ma a scadenza riceve 100 ed è questa differenza tra prezzo d’acquisto e rimborso a spingere il rendimento complessivo. Il contesto di mercato resta quello di tassi alti - al momento il Btp decennale rende il 4,59% e lo spread con il Bund tedesco si era allargato a circa 95 punti base (28/09/2026 ore 12:00).

Sette Btp con un rendimento netto medio oltre il 5%

ISINTitoloAnni residuiScadenzaTasso cedolaPrezzoCedola nettaRendimento netto medio annuoRendimento lordo compostoRendimento netto composto
IT0005425233 1.7-BTP-01ST51 24,92 01-09-2051 1,70% 53,62 2,77% 5,81% 5,04% 4,52%
IT0005480980 2.15-BTP-01ST52 25,93 01-09-2052 2,15% 58,99 3,19% 5,54% 5,07% 4,52%
IT0005438004 1.5-BTP-01AP45 18,51 01-04-2045 1,50% 58,86 2,23% 5,53% 5,06% 4,53%
IT0005398406 2.45-BTP-01ST50 23,92 01-09-2050 2,45% 64,83 3,31% 5,29% 5,06% 4,51%
IT0005441883 2.15-BTP-01MZ72 45,42 01-03-2072 2,15% 52,95 3,55% 5,26% 4,71% 4,20%
IT0005217390 2.8-BTP-01MZ67 40,42 01-03-2067 2,80% 63,96 3,83% 5,05% 4,92% 4,35%
IT0005162828 2.7-BTP-01MZ47 20,42 01-03-2047 2,70% 71,48 3,31% 5,01% 5,01% 4,45%

Le ultime due colonne riportano il rendimento annuo composto, lordo e netto, calcolato a partire dai flussi di cassa del titolo. È il rendimento a scadenza implicito nel prezzo, nell’ipotesi che le cedole siano reinvestite al medesimo tasso.
Quello lordo è il dato confrontabile con i rendimenti dei Btp di nuova emissione e degli altri titoli di Stato, mentre quello netto tiene conto della tassazione al 12,5% su cedole e capital gain e rappresenta il rendimento annuo implicito per chi porta il titolo a scadenza, nell’ipotesi di reinvestimento delle cedole allo stesso tasso.

Letta in questo modo, la classifica cambia: i primi quattro titoli rendono di fatto lo stesso, intorno al 5,05% lordo e al 4,5% netto, mentre il Btp 2072, il più lontano nel tempo, è quello che rende meno, con un 4,20% netto. Nessuno dei sette, in termini di rendimento netto composto, supera il 5%, con il dato oltre il 5% che vale solo come media semplice.

Prendiamo il primo titolo, il Btp 1,7% 2051. Da qui alla scadenza, tra 24,92 anni, restituisce le cedole nette annuali (2,77% del prezzo pagato, come indicato in tabella) e, alla scadenza, la differenza netta tra il prezzo pagato oggi (53,62) e il valore di rimborso, sempre pari a 100, tassata al 12,5% come capital gain. Sommando tutte le cedole nette dei prossimi 24,92 anni più il capital gain netto finale, e rapportando il totale al prezzo pagato oggi, si ottiene un rendimento complessivo netto sull’intera vita del titolo pari al 144,8%. Dividendo questo 144,8% per gli anni residui (24,92) si ottiene 5,81%. Si tratta di una media aritmetica semplice - il rendimento totale diviso per gli anni - non un tasso annuo composto.

La differenza tra media semplice e tasso composto

Un capitale che raddoppia in 10 anni, per fare un esempio semplice, non rende il 10% l’anno (100% diviso 10), ma rende circa il 7,2% annuo composto, perché ogni anno l’interesse si somma a un montante già cresciuto negli anni precedenti, non al capitale di partenza.

Lo stesso principio vale per il rendimento di un Btp, con la media aritmetica (rendimento totale diviso anni) che tende a sovrastimare il rendimento annuo rispetto al corrispondente tasso composto e con lo scarto tra i due cresce quanto più lunga è la scadenza del titolo.

C’è poi il tema delle cedole, poiché il rendimento composto presuppone che ogni cedola incassata venga reinvestita allo stesso tasso fino alla scadenza del titolo, ma le cedole arrivano ogni sei mesi per decenni e nessuno sa oggi a quali tassi potranno essere reinvestite nel 2030 o nel 2045. La media semplice, invece, somma cedole incassate a vent’anni di distanza come se avessero lo stesso valore di quelle incassate domani ed è per questo che restituisce un numero più alto.

Quanto diventano 10.000 euro?

Applichiamo lo stesso rapporto tra flussi netti complessivi e capitale investito (144,8%) a un investimento di 10.000 euro, al prezzo di oggi di 53,62. Se il titolo viene tenuto fino alla scadenza del 1° settembre 2051, i flussi di cassa netti complessivi - capitale rimborsato più tutte le cedole incassate nei prossimi 24,92 anni - ammontano a circa 24.480 euro, intesi come somma di quanto si riceverà nel tempo, cedola dopo cedola, fino al rimborso finale. Va anche ricordato che è un valore nominale e che con un’inflazione media del 2% l’anno, per fare un esempio, 24.480 euro nel 2051 equivarrebbero a circa 14.950 euro di oggi.

Con lo stesso approccio (rendimento totale ricostruito come rendimento netto medio annuo moltiplicato per gli anni residui, un calcolo di redazione), il conto sugli altri titoli darebbe risultati indicativamente simili, tra i 20.200 e i 33.900 euro circa su 10.000 investiti, a seconda della scadenza.

Il Btp 2,15% 2072 (ISIN IT0005441883) ha 45,42 anni residui e moltiplicando il rendimento netto medio annuo del 5,26% per 45,42 anni otteniamo un rendimento totale a scadenza di circa il 238,9%. Applicato a degli ipotetici 10.000 euro investiti oggi al prezzo di 52,95, il rendimento totale porta a 33.891 euro circa di flussi di cassa netti complessivi (capitale rimborsato più tutte le cedole nette incassate) entro il 1° marzo 2072.

È il titolo con la scadenza più lontana (45 anni) e quindi quello in cui lo scarto tra la media aritmetica semplice e il rendimento annuo composto è più ampio (5,26% di media semplice contro il 4,71% lordo e il 4,20% netto composto). È anche quello con la duration più alta e quindi con la maggiore sensibilità del prezzo a variazioni dei tassi nel frattempo.

L’impatto di bollo e commissioni

Il rendimento netto indicato in tabella tiene conto solo della tassazione al 12,5% su cedole e capital gain. Non considera due costi che su orizzonti così lunghi pesano. Il primo è l’imposta di bollo sul deposito titoli, pari al 2 per mille annuo del valore di mercato dei titoli detenuti, applicata ogni anno fino alla scadenza. A parità di condizioni di mercato, il prezzo di questi Btp tende a convergere verso 100 man mano che la scadenza si avvicina, così la base su cui si calcola l’imposta cresce nel tempo. Secondo una stima di redazione, sui 10.000 euro investiti nel Btp 2051 il bollo complessivo pagato fino al 2051 si aggira intorno ai 680 euro, e sale a circa 1.190 euro sul Btp 2072. In termini di rendimento annuo composto, il bollo sottrae circa 0,2 punti percentuali l’anno. Il rendimento netto composto del Btp 2051, per esempio, scende dal 4,52% a circa il 4,31%.

Poi ci sono le commissioni di acquisto applicate dalla banca o dal broker, che possono essere in cifra fissa o in percentuale del controvalore e variano molto da un intermediario all’altro. Pesano una volta sola, al momento dell’acquisto, ma riducono il rendimento effettivo tanto più quanto più piccolo è l’importo investito. Chi vende prima della scadenza le paga una seconda volta.

I vantaggi fiscali dei Btp

Oltre all’aliquota del 12,5% su cedole e capital gain, contro il 26% applicato alla maggior parte degli altri strumenti finanziari, i titoli di Stato godono di altri trattamenti di favore che su un investimento di lungo periodo possono fare la differenza.

Il primo riguarda l’Isee: dal 2025 i titoli di Stato, insieme a buoni fruttiferi e libretti postali, sono esclusi dal calcolo del patrimonio mobiliare fino a un valore complessivo di 50.000 euro. Il secondo riguarda la successione: i titoli di Stato sono esclusi dall’attivo ereditario e quindi non concorrono alla base imponibile dell’imposta di successione, un aspetto non secondario per titoli che scadono tra venti o quarant’anni.

C’è poi la gestione delle minusvalenze. La differenza tra il prezzo d’acquisto e il rimborso a 100 è tassata come reddito diverso e può quindi essere compensata con eventuali minusvalenze accumulate su altri investimenti, riducendo o azzerando l’imposta dovuta. Ma attenzione: le minusvalenze possono essere utilizzate solo entro il quarto anno successivo a quello in cui sono state realizzate. Per un titolo che scade nel 2051, per esempio, la compensazione è possibile solo con perdite maturate negli anni immediatamente precedenti al rimborso, oppure in caso di vendita anticipata in guadagno.

Occhio ai rischi

Sono tutti titoli con scadenze molto lontane, da 18 a oltre 45 anni, e il primo rischio è quello di tasso. La loro duration modificata va dai circa 14 anni del Btp 2047 e del Btp 2045 ai 17,4 anni del Btp 2051, fino ai 21,5 anni del Btp 2072. In pratica, un rialzo di un punto percentuale del rendimento, a parità delle altre condizioni e assumendo uno spostamento parallelo della curva, comporterebbe una perdita di prezzo di circa il 17% e di oltre il 21% sul Btp 2072, e lo stesso vale in senso opposto in caso di discesa dei tassi. Chi li acquista oggi e ha bisogno di venderli prima della scadenza può quindi trovarsi un prezzo molto diverso da quello di acquisto, in entrambe le direzioni. Il rendimento indicato in tabella è acquisito, salvo default, solo per chi porta il titolo fino a scadenza. Per chi vende prima conta solo il prezzo sul mercato secondario.

C’è poi il rischio dell’emittente, cioè la capacità dello Stato italiano di onorare il proprio debito per i prossimi decenni. Oggi i giudizi delle agenzie di rating sono stabili o in miglioramento: S&P assegna all’Italia un BBB+ con outlook positivo e tornerà a pronunciarsi il 13 novembre, Fitch ha confermato l’11 settembre il BBB+ con outlook stabile, Moody’s il 25 settembre ha confermato il Baa2 con outlook stabile e DBRS mantiene un A (low). Tutte le agenzie indicano però nell’elevato debito pubblico il principale limite del merito di credito italiano. Su un orizzonte di 25 o 45 anni il quadro può cambiare più volte, e ogni peggioramento della percezione del rischio Italia si traduce in un allargamento dello spread con il Bund e quindi in un calo dei prezzi, che sui titoli a lunghissima scadenza è amplificato proprio dalla duration elevata.

A questi si aggiungono l’inflazione, che su orizzonti così lunghi erode il potere d’acquisto di cedole e rimborso finale in misura difficile da prevedere oggi, e la liquidità, poiché alcuni di questi titoli, emessi anni fa e non più riaperti dal Tesoro, possono avere scambi ridotti sul mercato secondario e una differenza più ampia tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita.

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