485 startup, 202 milioni e una svolta silenziosa. Cosa sta succedendo davvero al fintech italiano?

Gerardo Marciano

5 Luglio 2026 - 16:19

Mentre la MENA corre col fintech, l’Italia cambia pelle in silenzio: meno startup, più ricavi, conti in pareggio. Ecco dove può nascondersi davvero il valore.

485 startup, 202 milioni e una svolta silenziosa. Cosa sta succedendo davvero al fintech italiano?

Quando si parla di rivoluzione finanziaria digitale, lo sguardo cade quasi per automatismo sugli stessi posti: la Silicon Valley, la City di Londra, Singapore. È una mappa comoda, e per anni è stata anche accurata. Solo che ha smesso di raccontare tutta la storia.

Ci sono regioni dove il fintech ha già superato la fase della scommessa ed è diventato un pezzo riconoscibile del tessuto industriale. E c’è un Paese, il nostro, che a un primo sguardo sembra fuori dai giochi, salvo poi rivelare una traiettoria più interessante di quanto i titoli lascino intendere.
Per capirlo conviene partire da lontano, dal Medio Oriente, e poi tornare a casa con occhi diversi.

MENA in accelerazione, Italia in fase di cernita

Il punto di partenza lo offre McKinsey. La regione MENA, cioè Medio Oriente e Nord Africa, conta ormai più di mille fintech, ha sfornato quattro unicorni e nel biennio 2023-2024 ha attirato 1,9 miliardi di dollari spalmati su 237 operazioni. Il dato che però fa alzare le sopracciglia è un altro: i ricavi netti del settore nella regione potrebbero crescere del 35% l’anno fino al 2028, mentre la media globale viaggia intorno al 15%.

Dietro questi numeri c’è spazio di mercato ancora vergine. Nei Paesi del Golfo le fintech intercettano appena l’1-2% dei ricavi bancari, contro il 3-5% di piazze mature come Stati Uniti e Regno Unito. Non è solo entusiasmo degli investitori, quindi, ma un vuoto strutturale da riempire. La corsa, in MENA, ha ancora pista davanti.
L’Italia gioca un’altra partita. Da noi non c’è un sistema poco bancarizzato da conquistare, né una digitalizzazione che parte da zero. Le banche italiane sono ovunque, da decenni, dentro la vita di famiglie e imprese. Una fintech che voglia farsi largo non può limitarsi a rimpiazzare lo sportello: deve infilarsi in un campo già affollato di giocatori solidi. Eppure, sotto traccia, qualcosa si sta riassestando.

L’Osservatorio Fintech & Insurtech del Politecnico di Milano fotografa a fine 2025 un panorama di 485 startup attive, in calo rispetto alle 596 dell’anno prima. Numero alla mano, sembra una battuta d’arresto. Letto con più attenzione, racconta un consolidamento: meno aziende, ma in media più robuste. Nei primi dieci mesi del 2025 la raccolta si è fermata a 202 milioni di euro, in flessione del 19%, mentre i ricavi mediani sono saliti a 700.000 euro, dai 500.000 del 2024 e dai 350.000 del 2023. E quasi metà delle startup, il 46%, ha già raggiunto il pareggio di bilancio.

Il tratto che distingue l’Italia comincia a emergere proprio qui. Non un ecosistema in euforia, ma uno che sta provando a reggersi in piedi con le proprie gambe.

I punti di forza: ricavi veri, conti in ordine, specializzazione

Il merito principale delle fintech italiane è proprio l’ossessione, nuova, per la sostenibilità economica. In un mondo dove il capitale di rischio è diventato schizzinoso, avere una startup su due già al break-even non è un dettaglio. Vuol dire che una fetta consistente del settore non campa più di round, valutazioni gonfiate e promesse, ma di clienti paganti e modelli operativi più disciplinati.

È lo stesso passaggio che McKinsey osserva in MENA, dove dopo anni di crescita a tutta velocità l’attenzione si è spostata su efficienza, unit economics, fidelizzazione e margini. Con una differenza di contesto non da poco: là quel salto avviene su un mercato ancora in piena espansione, qui dentro un’arena più stretta e più regolata.
C’è poi una seconda carta italiana, la vocazione al B2B. L’indagine della Banca d’Italia sugli operatori fintech non vigilati descrive un tessuto fatto in larga parte di microimprese, concentrate al Nord e attive soprattutto nel business-to-business. Più della metà ha meno di dieci dipendenti.

Detta così suona come fragilità, e in parte lo è davvero. Ma il B2B può essere anche la strada più realistica per il fintech tricolore. Difficilmente l’Italia sfornerà nel breve periodo l’app per il grande pubblico capace di conquistare milioni di europei. Può però costruire aziende specializzate in pagamenti, regtech, compliance, open finance, embedded finance, scoring, automazione documentale e gestione del rischio, pensate per banche, assicurazioni e PMI. La forza, insomma, non sta nello spettacolo ma nell’incastro industriale.

AI e regtech: il terreno dove l’Italia può davvero incidere

Tra le aree più promettenti c’è l’intelligenza artificiale applicata ai servizi finanziari. Il Politecnico segnala che il 51% delle startup del comparto usa AI analitica e il 41% ricorre alla Generative AI. Tra gli operatori finanziari, però, domina la cautela: il 93% dei progetti di AI è disegnato per tenere basso il rischio dell’istituto.
Quel 93% dice molto sul tipo di innovazione che attecchisce in Italia. Non soluzioni spregiudicate o disruptive a ogni costo, ma strumenti che migliorano ciò che già esiste: assistenza clienti, analisi antifrode, antiriciclaggio, scoring creditizio, supporto alla consulenza, gestione documentale, controllo dei rischi, personalizzazione. Innovazione che lavora dentro i processi, non contro di essi.

Ed è in questa cornice che il regtech diventa uno dei filoni più ghiotti. La regolazione viene quasi sempre vissuta come una zavorra, ma può ribaltarsi in mercato. Più obblighi devono rispettare banche, intermediari, assicuratori e piattaforme digitali, più cresce la fame di soluzioni che snelliscano controlli, reporting, protezione dei dati e procedure antiriciclaggio. Non a caso l’indagine della Banca d’Italia ritrae un ecosistema ben consapevole del peso regolatorio, attento proprio a data protection, pagamenti e antiriciclaggio. Una nicchia poco appariscente per il grande pubblico, ma per questo più stabile e più difendibile.

Le debolezze: capitali scarsi, scala mancata, confini stretti

Il rovescio è altrettanto nitido, e parte dai soldi. Quei 202 milioni di euro raccolti nei primi dieci mesi del 2025, in calo sull’anno prima, dicono che il funding è il vero tappo. E infatti la sfida numero uno indicata dagli operatori è proprio trovare capitale. Nel fintech le idee brillanti non bastano: servono soldi per le licenze, per le competenze regolatorie, per la sicurezza, per le infrastrutture, per acquisire clienti e tenere insieme partnership con intermediari già affermati.

Si aggancia a questo il problema della taglia. Un ecosistema di microimprese può essere creativo quanto vuole, ma fatica a crescere. Le società piccole sono veloci e flessibili, però campano spesso su pochi clienti, hanno una forza commerciale ridotta, faticano ad attirare talenti e rischiano di doversi vendere prima di aver espresso il proprio potenziale.

Resta infine il nodo dei confini, forse il più serio. Solo il 32% delle startup del settore serve almeno un altro Paese europeo, e appena il 2% dei ricavi arriva dall’estero, pur con un 79% che dichiara l’intenzione di internazionalizzarsi. Nel fintech la scala è tutto, e restare prigionieri del mercato domestico significa crescere poco, risultare meno appetibili per gli investitori e trasformarsi in prede facili per chi è più grande. Aprirsi, però, non è una passeggiata: vuole capitale, muscoli commerciali, adattamento alle regole locali e una proposta di valore che funzioni anche fuori da casa.

Ha senso pensarci come settore su cui investire?

La tentazione di chiederselo è forte. Settore in crescita, aziende più mature, AI che apre spazi nuovi: perché non guardarci come terreno di investimento? La risposta merita prudenza. Sì, può essere interessante, ma non è né semplice né omogeneo. Dire «investo nel fintech italiano» rischia di non voler dire nulla, perché sotto quell’etichetta convivono mondi diversissimi: pagamenti, credito digitale, insurtech, regtech, wealthtech, open banking, embedded finance, AI finanziaria, software per intermediari, piattaforme per PMI.

C’è poi un ostacolo pratico. Gran parte di queste fintech non è quotata, quindi per il risparmiatore privato l’accesso diretto è spesso precluso. Le porte d’ingresso passano semmai da fondi di venture capital, fondi specializzati, piattaforme di equity crowdfunding, società quotate con esposizione alla digitalizzazione finanziaria, banche che si comprano la tecnologia o grandi gruppi europei del comparto.

E qui torna la parola che McKinsey ripete come un mantra: selezione. Nemmeno nei mercati più scatenati basta guardare alla crescita. Bisogna capire se l’azienda ha ricavi sostenibili, costi di acquisizione sotto controllo, capacità di trattenere i clienti, un vantaggio tecnologico difendibile, competenze regolatorie, un management all’altezza e margine per crescere. In Italia questi paletti pesano ancora di più: una fintech che cresce in un mercato meno generoso deve dimostrare una disciplina superiore, generare ricavi veri e non solo utenti, presidiare una nicchia precisa e avere una strategia credibile per andare a braccetto con banche, assicurazioni o imprese.

Dove può nascondersi più valore

Le aree più promettenti sono quelle in cui l’Italia gioca sui propri punti fermi. Il B2B fintech per banche e assicurazioni, intanto, con soluzioni che limano costi, automatizzano controlli e alzano l’efficienza. Poi il regtech, perché la complessità normativa genera una domanda che non si comprime facilmente. Quindi l’embedded finance per le PMI, che parla la stessa lingua del tessuto produttivo italiano. E infine l’AI applicata a rischio, compliance, credito e consulenza, a patto che nasca con governance e protezione dei dati in cima ai pensieri.

Più scivoloso il consumer puro. Lanciare una nuova app finanziaria per le masse vuole marketing, fiducia, capitale e scala, e in Italia la pressione di banche, neobank europee e colossi digitali rende la salita ripida. Non impossibile, ma riservata a pochi.

C’è un ultimo canale da tenere d’occhio, quello delle acquisizioni. Se le fintech italiane restano piccole ma tecnologicamente valide, in molte finiranno nel mirino di banche, assicurazioni, software house o gruppi europei. Per fondatori e primi investitori può essere un buon affare. Ma è anche la spia di un rischio di sistema: l’Italia rischia di produrre innovazione senza riuscire a tenersi i propri campioni.

Una crescita a basso volume, ma non a basso valore

Il fintech italiano non ha la potenza di racconto della MENA. Non ne ha i tassi di crescita attesi, non ne ha i capitali, non ha ancora una pattuglia di campioni internazionali. Sarebbe però miope archiviarlo come roba di contorno.

Il settore sta cambiando pelle, e lo fa in silenzio. Le startup diminuiscono ma i ricavi salgono, l’euforia lascia spazio ai conti in pareggio, lo storytelling cede il passo alla ricerca di sostenibilità. Una metamorfosi meno fotogenica, certo, ma probabilmente più sana.

Il vero interrogativo non è se questo fintech possa crescere. È se saprà fare il salto di scala. Per riuscirci servono capitali più profondi, alleanze più solide con banche e assicurazioni, una vera apertura europea e la capacità di trasformare il know-how tecnologico in piattaforme esportabili. Chi guarda al comparto con interesse dovrebbe tenerlo a mente: non si compra «a tema», si studia una società alla volta, un modello alla volta. E le realtà che valgono non saranno per forza le più visibili, ma quelle che risolvono problemi concreti del sistema, abbattendo costi, migliorando la compliance, sfruttando meglio i dati e cucendo servizi finanziari dentro processi che già esistono.

È la stessa morale che esce dal report McKinsey. La stagione del fintech facile, gonfiato dal solo entusiasmo per il digitale, è alle spalle. Ne comincia una più severa, dove a fare la differenza sono scala, redditività, fiducia e capacità di esecuzione. Per l’Italia può essere una condanna o un’occasione, a seconda di come la si gioca: smettere di rincorrere la moda e costruire, finalmente, un fintech meno sgargiante ma cucito addosso alla sua economia reale.