3 trucchi di Chiara Ferragni per salvare la faccia (e la società)

Claudia Cervi

28/04/2025

Dopo un bilancio disastroso, Chiara Ferragni ha cambiato strategia: aumento di capitale, pulizia dei conti e rilancio del brand. Ecco come prova a salvare holding e patrimonio.

3 trucchi di Chiara Ferragni per salvare la faccia (e la società)

Dopo mesi difficili, Chiara Ferragni ha messo in campo una strategia per provare a salvare ciò che resta del suo impero. Niente mosse eclatanti, nessuna difesa a spada tratta: la parola d’ordine è stata piuttosto «ripulire, consolidare e ripartire».
Il bilancio 2023 di Fenice srl, la società titolare dei suoi marchi, parla chiaro: 6,9 milioni di euro di perdite e un patrimonio netto negativo di 2,9 milioni. Numeri pesanti, che raccontano meglio di mille comunicati la crisi profonda in cui è piombato il mondo Ferragni.

Ma se c’è una cosa che Chiara ha dimostrato in questi anni è la capacità di trasformare i momenti più difficili in opportunità. E questa volta non fa eccezione: dietro il disastro contabile, si intravedono mosse precise per provare a voltare pagina. Torneranno i fasti (e il fatturato) del passato?

Con questi 3 trucchi, l’imprenditrice prova a salvare la faccia (e la società).

1) Sovrastimare le perdite in un solo anno

Il primo passaggio è stato il più doloroso ma anche il più efficace: caricare tutte le perdite sul bilancio 2023. L’amministratore unico Claudio Calabi ha esplicitamente dichiarato che il rendiconto “tiene conto di tutte le passività, potenziali ed effettive, sorte nel corso del 2024”, anticipando di fatto svalutazioni e rettifiche non ancora maturate al 31 dicembre. La conseguenza è un bilancio appesantito da oneri futuri, che contribuisce a generare una perdita complessiva di 6,9 milioni e un patrimonio netto negativo di 2,9 milioni.
Questa mossa ha portato a svalutazioni, contenziosi, buona uscita per il personale, chiusura anticipata della sede in via Turati: tutto è finito a bilancio.

Una scelta che a prima vista sembra controproducente, ma che ha una logica ben precisa. Scaricare ora tutte le passività consente di alleggerire i prossimi esercizi. Così, quando Fenice tornerà a registrare numeri positivi (se tornerà), sarà più facile mostrare una ripresa netta, scollegandosi simbolicamente dalla gestione precedente.

2) Aumentare il capitale per riprendere il controllo

Il secondo “trucco” contabile è l’aumento di capitale da 6,4 milioni di euro, approvato con il voto favorevole della stessa Ferragni (32,5%) e del socio Paolo Barletta (40%). Ferragni ha dichiarato la disponibilità a sottoscrivere l’intero aumento, anche per la parte non coperta dagli altri soci, segnalando così la volontà di blindare la sua presenza.

Questa mossa, però, ha irritato il socio Pasquale Morgese (detentore del 27,5%), contrario all’operazione e pronto a impugnare bilanci e delibere. Ma che di fatto permette a Ferragni, anche senza detenere la maggioranza assoluta, di rafforzare il controllo strategico su Fenice.

Con il supporto di Barletta, Chiara potrebbe trovarsi presto in una posizione di controllo pieno, anche senza detenere formalmente il 51%. La ricapitalizzazione non è quindi solo un’operazione di salvataggio tecnico, ma uno strumento per riequilibrare i rapporti di forza interni.

3) Separare le responsabilità e rilanciare l’immagine

Il terzo tassello della strategia riguarda la reputazione, dopo la vicenda dei pandori Balocco. Nel verbale dell’assemblea è emersa chiaramente l’intenzione di isolare i problemi legati al retail fisico, cioè ai negozi e alle attività commerciali dirette, dal cuore del business: l’immagine di Chiara Ferragni.

Fenice Retail, la controllata responsabile dei progetti fisici, verrà liquidata “in bonis”, cioè senza passare attraverso un fallimento formale. In pratica, un’ammissione implicita del flop, ma senza il peso giudiziario che avrebbe un fallimento classico.

Questa scelta consente di presentare le difficoltà come un problema circoscritto, esterno rispetto al brand personale. Non tutti però sembrano convinti. Morgese, ancora una volta, ha contestato l’operazione, sostenendo che certe svalutazioni siano state usate per coprire errori gestionali più profondi.

Il rischio, ora, è che si apra un contenzioso giudiziario, con una possibile azione di responsabilità contro gli ex amministratori.

L’arma in più: la holding Sisterhood

Nonostante la situazione sia molto complessa, Chiara Ferragni può contare su una struttura che, almeno sulla carta, le garantisce una protezione strategica importante: la holding Sisterhood srl.

Attraverso Sisterhood, Chiara controlla la totalità o la maggioranza di diverse società operative, tra cui Tbs Crew e la stessa Fenice. Un assetto di questo tipo ha diversi vantaggi: centralizza il controllo, protegge (entro certi limiti) il patrimonio personale dai rischi d’impresa e consente una gestione più efficiente dei flussi finanziari, anche sotto il profilo fiscale grazie al regime di participation exemption.

Non si tratta però di uno scudo totale. Se la governance non è strutturata in modo rigoroso, se non vengono rispettate l’autonomia patrimoniale e gestionale tra holding e controllate, il rischio che la persona fisica venga coinvolta nei problemi societari resta.

E le vicende degli ultimi mesi hanno dimostrato quanto, in un ecosistema costruito sull’immagine personale, i confini tra brand e individuo siano sempre più labili.