Tre colossi di Piazza Affari sui minimi: fine di un ciclo o occasione che in pochi vedono? La verità che nessuno racconta.
Negli ultimi dodici mesi sembrerebbe essersi consumato un cambio di casacca silenzioso a Piazza Affari, come se i protagonisti degli ultimi anni si fossero improvvisamente seduti in panchina, lasciando spazio a nuovi nomi. Un mercato che per anni è stato considerato il fanalino di coda d’Europa, sembrerebbe essersi trasformato in una delle piazze più redditizie del continente, capace di competere anche a livello globale.
Fra i titoli che hanno costruito questa narrazione, ce ne sono tre che da trend ascendente apparentemente inarrestabile hanno iniziato a scendere, lasciando molti trader spiazzati. Si tratta di un’occasione che in pochi starebbero leggendo nel modo corretto, oppure potrebbe essere l’inizio di qualcosa di più profondo per queste società italiane?
Ecco i 3 titoli che dovresti conoscere.
INWIT
INWIT è la società italiana che gestisce torri e infrastrutture per le telecomunicazioni, affittando spazio agli operatori mobili per antenne e ripetitori. Un modello di business considerato difensivo, simile a quello di un immobiliarista delle telecomunicazioni.
Dal 2016 al 2025 il titolo avrebbe messo a segno una crescita del 230%, un dato inusuale per una big cap di Piazza Affari. Fra le ragioni che potrebbero aver sostenuto questo percorso ci sarebbero la diffusione del 5G, la crescente esigenza degli operatori di condividere le infrastrutture per ridurre i costi, e un flusso di cedole costante che avrebbe attirato capitali orientati alla stabilità.
Da dopo il 2025, però, qualcosa potrebbe essersi inceppato. Il titolo avrebbe perso quasi il 50% dai massimi, un drawdown che potrebbe essere collegato a un contesto di tassi meno favorevole per le infrastrutture ad alto indebitamento, a possibili tensioni regolatorie sul settore delle telecomunicazioni, o a un riposizionamento generale degli investitori verso comparti percepiti come più dinamici.
Guardando i fondamentali, il P/E si attesterebbe attorno a 16x, mentre il rendimento da dividendo indicato da TradingView sfiorerebbe l’8,78%: un dato che per questa audience non sarebbe affatto trascurabile, anzi potrebbe rientrare fra i più redditizi dell’intero listino. A livello tecnico, l’RSI settimanale a 14 periodi si troverebbe sui minimi attorno a 30 punti, mentre il prezzo risulterebbe sui livelli più bassi dal 2019.
CAMPARI
Campari è il gruppo italiano storicamente legato al mondo degli spirits e dell’aperitivo, con un portafoglio di marchi che negli anni si sarebbe progressivamente ampliato attraverso acquisizioni internazionali.
Dal 2016 al 2025 il titolo avrebbe registrato un rialzo attorno al 1200%, una performance fuori scala anche per gli standard di Piazza Affari. Fra i possibili motori ci sarebbero l’espansione del portafoglio marchi, il fenomeno della premiumizzazione nel mondo degli spirits e la crescente domanda globale di prodotti legati alla cultura dell’aperitivo made in Italy.
Dopo il 2025, però, la correzione avrebbe superato il 40% dai massimi. Un ridimensionamento che potrebbe essere legato a un rallentamento dei consumi discrezionali, a effetti valutari sfavorevoli sui mercati esteri, oppure a costi di integrazione delle acquisizioni più pesanti del previsto.
I fondamentali mostrerebbero un P/E di 19x e un dividendo, secondo TradingView, dell’1,79%: non particolarmente distintivo ma comunque presente. Ed è proprio in fasi come questa, quando un titolo di qualità entra in un ciclo di ridimensionamento, che secondo un approccio in stile Warren Buffett le società del food & beverage potrebbero iniziare a diventare realmente interessanti, non quando tutti le acclamano, ma quando il mercato sembra averle dimenticate.
RACE
Ferrari è il produttore italiano di automobili sportive di lusso, un marchio che avrebbe costruito il proprio valore tanto sulla componente industriale quanto su quella di esclusività del brand.
Dal 2002 al 2025 il titolo avrebbe accumulato un guadagno vicino al 2500%, una traiettoria fuori dal comune anche per un mercato come Piazza Affari. Fra le possibili spiegazioni ci sarebbero il posizionamento di lusso assoluto, la produzione volutamente limitata che alimenterebbe un valore di scarsità, e la diversificazione verso merchandising ed esperienze legate al marchio.
leggi anche
Perché il crollo dell’indice Hang Seng potrebbe colpire anche i risparmiatori italiani ed europei
Dopo il 2025 il titolo avrebbe però ceduto oltre il 50% dai massimi. Un crollo che potrebbe essere ricondotto a un possibile rallentamento della spesa nel lusso, all’incertezza legata alla transizione verso l’elettrico e a segnali di raffreddamento della domanda in alcuni mercati asiatici.
I fondamentali indicherebbero un P/E di 36x e un dividendo dello 0,9%, anch’esso non distintivo ma presente. Anche in questo caso il titolo sembrerebbe trovarsi in una fase di possibile accumulazione su un potenziale minimo, anche se al momento le informazioni tecniche rilevanti apparirebbero limitate: il prezzo si troverebbe sotto la media mobile a 200 periodi, mentre l’RSI a 30 periodi si collocherebbe in una zona neutra.
In altre parole...
Chi guarda questi tre titoli oggi potrebbe trovarsi di fronte a due letture opposte, ed è difficile dire con certezza quale sia quella corretta. Potrebbe trattarsi di normali fasi cicliche che ogni grande azienda attraversa nel corso della propria storia di mercato, oppure di segnali che meriterebbero maggiore attenzione prima di qualsiasi decisione.
Non ci sarebbe alcuna fretta di agire, e nessuna urgenza dovrebbe mai sostituire un’analisi ponderata del proprio portafoglio. Il mercato tende a offrire più occasioni di quante se ne riescano a cogliere, e la pazienza resterebbe probabilmente lo strumento più sottovalutato tra chi investe con un orizzonte temporale reale.