L’unione dei mercati dei capitali in Europa: la Commissione rilancia una (ennesima) nuova agenda

La Commissione ha presentato una nuova agenda di rilancio del progetto di unione dei mercati dei capitali quale pilastro della ripresa economica post-Covid

L'unione dei mercati dei capitali in Europa: la Commissione rilancia una (ennesima) nuova agenda

La Commissione rilancia il progetto di unione dei mercati dei capitali, avviato nel 2015 con l’obiettivo di integrare i mercati finanziari europei, promuovere la competitività dei suoi attori a livello internazionale e diversificare i canali di finanziamento all’economia reale al di fuori dei tradizionali canali del credito bancario dominanti nel Continente.

La nuova agenda di Bruxelles si propone di abbattere le barriere ancora esistenti alla creazione di un effettivo mercato europeo dei servizi finanziari, declinando le vecchie priorità in base alle nuove sfide dettate dalla crisi pandemica, dal cambiamento climatico e dall’economia digitale.

L’unione dei mercati dei capitali viene così presentata come tassello chiave negli sforzi dell’UE a sostegno della ripresa economica, come quadro di riferimento dell’agenda per la finanza sostenibile in base agli obiettivi del Green Deal e per lo sviluppo della finanza digitale. Il tutto sullo sfondo del prossimo divorzio definitivo con il Regno Unito, che rende più urgente la costruzione di un hub finanziario europeo in grado di competere con la City di Londra.

Le premesse della nuova agenda rimangono le stesse, insieme ai suoi limiti e rischi: tornare a promuovere lo sviluppo della finanza, dei suoi mercati e attori, come strumento di crescita e stabilizzazione economica, in sostituzione di politiche fiscali espansive e redistributive da parte pubblica.

Che i mercati finanziari possano guidare la ripresa post-Covid e il futuro integrazione economica europea appare però tutt’altro che scontato, sia per i rischi insiti nella finanzia strutturata – come la crisi del 2007-08 ha mostrato -, sia per le divergenze crescenti fra gli Stati Membri in termini di competitività che i mercati tendono ad accentuare.

Nuove priorità, vecchie idee

Il progetto di unione dei mercati dei capitali è stato presentato nel febbraio del 2015come risposta alla debole e diseguale ripresa economica fra gli Stati Membri dell’Unione nel contesto delle perduranti vulnerabilità delle banche dell’euro-periferia e dei bassi profitti di tutto il settore bancario europeo nel confronto internazionale.

L’assunto di base dell’iniziativa rientra appieno nel paradigma di politica economica che ha caratterizzato la risposta europea alla crisi finanziaria dal 2008 in poi: intervenire sul lato dell’offerta, stimolando gli investimenti del privato e la competitività degli attori di mercato come canale primario per garantire la crescita.

In quest’ottica una delle cause maggiori della ripresa lenta e sempre più asimmetrica fra gli Stati Membri dell’Unione è stata individuata nella scarsa offerta di credito da parte di un sistema finanziario basato sull’intermediazione bancaria. Che il problema della crescita potesse essere legato al lato della domanda e delle politiche necessarie a sostenerla passava ancora una volta in secondo o terzo piano.

Nella lettura della Commissione, quindi, banche e società di investimento nell’UE necessitavano di politiche in grado di promuoverne attivamente la redditività e competitività come premessa per riaprire i canali del credito verso imprese e famiglie, nel contesto di tassi di interesse bassi o negativi (con il programma di Quantative Easing varato proprio nel gennaio del 2015 dalla BCE) e dei più stringenti requisiti regolamentari introdotti dopo la crisi e di una scarsa redditività.

Liberare le potenzialità e risorse dei mercati dei capitali tornava così ad essere una priorità strategica nell’ottica di una maggiore integrazione finanziaria dell’UE e differenziazione dei canali di credito a complemento dei prestiti bancari. L’agenda dell’unione dei mercati dei capitali si proponeva e si propone ancora di dare nuovo impulso allo sviluppo della finanza strutturata (in primo luogo con le cartolarizzazioni), dei mercati azionari, dei capitali di rischio e dei fondi pensione, come strumento di politica economica strategico per ampliare gli investimenti del settore privato, mantenendo intatti i vincoli alla spesa pubblica per gli Stati membri sanciti dalle politiche di austerità.

L’unione dei mercati dei capitali si basa così sull’assunto dell’insufficienza dell’intervento pubblico: ma un’insufficienza indotta dai vincoli di bilancio imposti a livello europeo, che legittima e promuove i mercati come fonte primaria di finanziamento dell’economia.

La nuova agenda

Nelle parole del vice-presidente della Commissione, Dombrovskis, la “crisi portata dal coronavirus ci impone di proseguire il nostro lavoro per la creazione di un’unione dei mercati dei capitali con maggiore urgenza”, dal momento che “la forza della nostra ripresa economica dipenderà in maniera a cruciale dal buon funzionamento dei mercati dei capitali e dall’accesso a nuove opportunità di investimento da parte di imprese e cittadini”.

Abbattere le rimanenti barriere all’integrazione e sviluppo dei mercati finanziari nell’UE assume una nuova priorità, secondo la nuova agenda della Commissione, per accelerare e sostenere il piano europeo di ripresa post-Covid e per supportare il raggiungimento degli obiettivi UE nell’ambito della transizione ecologico e della trasformazione digitale.

Come evidenziato nel comunicato di Bruxelles, “il finanziamento sui mercati sarà la linfa vitale a sostegno della ripresa e della futura crescita sul lungo periodo”.
L’integrazione dei mercati dei capitali viene indicata come decisiva anche nel contesto del Recovery Plan UE, proprio perché favorirà lo sviluppo di mercati finanziari liquidi da cui la Commissione dovrà reperire le risorse necessarie al fondo per la ripresa. In base alla premessa che le “risorse pubbliche non saranno sufficienti”, lo sviluppo dei capitali finanziari sarà cruciale nei piani di Bruxelles anche per garantire i 350 miliardi di investimenti previsti nel Green Deal europeo per accelerare la conversione dell’economica in senso eco-sostenibile e raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni pari al 55% entro il 2030.

Già al centro dell’agenda di medio termine dell’unione dei mercati di capitali nel 2017, la promozione del settore Fintech, cioè delle tecnologie finanziarie e della finanza digitale, torna come obiettivo prioritario della Commissione nel quadro più ampio della strategia UE per la promozione dell’economia digitale. Insieme alla nuova agenda per i mercati dei capitali, infatti, la Commissione ha presentato un dettagliato piano di iniziative per incentivare lo sviluppo delle tecnologie finanziarie, a partire dai crypto-assets e dall’accesso e sfruttamento dei dati finanziari. Lo sviluppo della finanza digitale riveste un ruolo primario nel sostegno alla redditività e competitività delle banche, accompagnando e promuovendo la sua ristrutturazione e snellimento del personale, già avviato con le decine di migliaia di esuberi da parte delle grandi banche negli ultimi anni.

Le sedici iniziative e proposte normative che sostanziano la nuova agenda della Commissione in base alle nuove priorità puntano così a rilanciare la crescita e competitività dei mercati finanziari UE in un confronto internazionale sempre più difficile, con la prossima separazione definitiva della City di Londra dal Continente. Voltando pagina rispetto all’approccio adottato dopo la crisi finanziaria del 2007-08, adesso i regolatori europei puntano esplicitamente a promuovere gli attori di mercato europei “a livello globale”, come chiave per rendere la finanza europea competitiva di fronte al nuovo competitor internazionale d’oltremanica.

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