Tim: torna lo spezzatino?

Raphael Raduzzi

09/09/2024

L’anadamento altalenante in borsa e i tanti nodi irrisolti fanno tornare alla ribalta l’ipotesi spezzatino per TIM: il governo starà a guardare?

Tim: torna lo spezzatino?

Dopo mesi, se non anni, di dibattiti ed ipotesi circa il destino di TIM lo scorso luglio sembrava essere stata posta la pietra finale di un lungo percorso.

L’operazione di cessione della rete primaria, cioè l’infrastruttura di rete fissa attraverso cui passano (praticamente) tutte le comunicazioni degli italiani, è infatti stata perfezionata proprio il primo luglio scorso dopo la benedizione del governo. Il passaggio ha previsto il conferimento in Fibercoop della rete, società in cui ha fatto ingresso Optics BidCo, società interamente controllata da KKR, il fondo americano presieduto dal generale Petraeus.

La questione è stata annosa ed ha visto contrapporsi interessi di ogni sorta: geopolitici, aziendali e lavorativi. Il principale antagonista dell’operazione è stato l’imprenditore francese Bollorè, che tramite la sua Vivendi detiene la maggioranza dell’azionariato di TIM. Il governo, dall’altro lato riesce a mettere uno zampino in Fibecoop tramite la Cassa Depositi e Prestiti. Infine, senza trascurare i sindacati (giustamente) preoccupati per i licenziamenti di massa, numerose terze parti hanno cercato di proporre piani alternativi.

Tra questi, la cordata del fondo Merlyn che proponeva come nuovo Amministratore Delegato Stefano Siracusa aveva lanciato quello che poi è passato agli onori della cronaca come l’opzione ‘spezzatino’. Cioè, la cessione non solo della rete, ma anche di gran parte delle attività rivolte ai consumatori e di partecipate estere come Tim Brazil. Insomma, parlare di cura dimagrante per far scendere il gravoso debito finanziario della società sarebbe stato un eufemismo perché di TIM sarebbe rimasto gran poco. L’opzione sembrava rimasta solo su carta.

Eppure, da qualche giorni investitori e giornali sembrano riportare in voga l’ipotesi termonucleare dello spezzatino. E questo per una serie di ragioni. In primis, l’andamento in borsa del titolo, mai ripresosi dal venerdì nero di marzo quando perse in un solo giorno oltre il 20%. E si che tra i numerosi annunci dell’AD Labriola di massicci acquisti azionari, o l’upgrade dell’agenzia di rating Standard and Poor’s qualcosa ci si aspettava. Peccato che quella stessa notizia, all’apparenza positiva, conteneva informazioni non troppo rassicuranti proprio sulle traiettorie del debito aziendale, ben al di sopra dei piani approvati in cda.

E ancora: la cessione di Sparkle – azienda del gruppo che gestisce una delle più ampie reti di telecomunicazioni tramite cavi sottomarini – al Ministero dell’Economia e delle Finanze che la giudica di interesse primario, in compartecipazione col fondo Asterion, si sta protraendo da mesi ormai. Senza citare la fusione tra Fibercoop e Open Fiber che se andasse a buon fine entro 30 mesi garantirebbe 2,5mld di incasso per TIM. Ma lo stato di ‘salute’ di Open Fiber è tale che Fibercoop ora in mano agli americani di KKR potrà aspettare anche oltre ed evitare di pagare TIM.
Insomma, nonostante la cessione della rete e le fanfare trionfalistiche i nodi al pettine sono davvero tanti. Ed ecco così rispuntare fuori l’opzione spezzatino. Che implicherebbe tra le altre cose ulteriori esuberi ed un danno reputazionale non da poco per il governo. Chissà: faranno qualcosa per evitare questa.