Su quali Btp investire ora?

R. F.

28/09/2023

Alla luce delle prospettive su inflazione e tassi di interesse, ecco una selezione di Btp su cui investire nel caso si fosse avvezzi al rischio.

Su quali Btp investire ora?

La contrazione del credito per effetto del suo costo, innalzatosi violentemente in pochi mesi, produrrà una contrazione degli investimenti e dei consumi, e quindi dell’inflazione. E quindi i tassi di interesse sono destinati a scendere. Sia sul tratto a breve della curva dei rendimenti (perché le banche centrali abbasseranno i tassi ufficiali, invertendo il trend sino ad ora intrapreso) e sia sul tratto a lungo termine della curva (perché i mercati percepiranno aspettative inflazionistiche sensibilmente più basse).

Accadrà nella primavera-estate del 2024. E se i tassi di interesse saranno sensibilmente più bassi nel corso del 2024 allora vale la pena rischiare oggi, quando i tassi sono alti.

Per chi è avvezzo al rischio e può tollerare la volatilità dei bond in queste settimane, e quindi può permettersi di avere pazienza 6 o 9 mesi, ma anche per chi vuole godere di una rendita a tassi molto allettanti e non si preoccupa delle oscillazioni di prezzo perché detiene i titoli sino a scadenza (per es. le compagnie di assicurazione, o coloro che andando in pensione di questi tempi vogliono investire il loro TFR) personalmente suggerirei di acquistare titoli a lunga scadenza.

Ad esempio potete valutare questi titoli:

  • Btp 4,75% 1.9.2044 prezzo 94,90 rendimento a scadenza 5,20%
  • Btp 5% 1.9.2040 prezzo 98,80 rendimento a scadenza 5,20%
  • Btp 4.5% 1.10.2053 prezzo 88,95 rendimento a scadenza 5,30%

Prezzi e rendimenti al lordo della ritenuta fiscale del 12,5% rilevati il 28.9.2023 alle 14:00.

Non da ultimo ritengo utile approfittare della prossima emissione del Btp Valore ottobre 2028 a 5 anni la cui emissione partirà lunedì 2 ottobre e per due motivi:

  • è un titolo a 5 anni e oscilla meno nel prezzo sul mercato secondario perché ha una duration più corta dei Btp sopra elencati
  • ha le cedole trimestrali, e quindi ancora più utile per i cassettisti di cui parlavo in precedenza, alla ricerca di una rendita costante.

Secondo un rapporto dell’Institute of International Finance pubblicato martedì 19 settembre, il debito mondiale è aumentato di 10.000 miliardi di dollari nella prima metà del 2023, raggiungendo un nuovo record di 307.000 miliardi di dollari. Il calcolo comprende sia il debito pubblico degli Stati, sia il debito corporate aziendale e sia il debito privato dei consumatori persone fisiche.

Il nuovo sistema economico caratterizzato da alti tassi di interesse nella maggior parte dei Paesi industrializzati ha fatto aumentare il volume dei titoli da rinnovare a scadenza per i debitori e ha fatto impennare la cifra, rendendo l’attuale cumulo di debito di 100.000 miliardi di dollari superiore a quello di un decennio fa.

Il rapporto debito/PIL a livello mondiale si attesta ora intorno al 336%, in aumento rispetto al 334% del quarto trimestre del 2022, secondo il rapporto dell’IIF. Il rapporto aveva registrato sette trimestri consecutivi di calo, prima di riprendere la sua traiettoria ascendente nella prima metà del 2023.

I mercati maturi come gli Stati Uniti, il Regno Unito, il Giappone e la Francia sono stati responsabili di oltre l’80% dell’aumento del debito nella prima metà dell’anno, mentre la Cina, l’India e il Brasile hanno registrato l’aumento più pronunciato nei mercati emergenti.

Secondo l’IIF, il debito pubblico nazionale ha raggiunto “livelli allarmanti” in molti Paesi emergenti, uno stato che l’architettura finanziaria globale “non è adeguatamente preparata a gestire”. Ma qui si parla del debito pubblico dei governi, che si è ingrandito a partire dal 2020 per far fronte alla crisi del Covid-19. Il debito privato invece, quello dei consumatori, rimane “ampiamente gestibile” nei mercati maturi, secondo l’IIF, con il rapporto debito/PIL delle famiglie che scenderà al livello più basso degli ultimi due decenni, verso la seconda metà del 2023. Secondo l’ente finanziario, questo basso indebitamento delle famiglie dovrebbe dare ai consumi resilienza nel tempo, mantenendo alto il livello dei prezzi, e lasciando quindi spazio a ulteriori inasprimenti monetari da parte delle banche centrali, se l’inflazione continuerà a rimanere elevata.

Io non ne sono convinto. Non sono d’accordo con le conclusioni dell’IIF.

Non penso che l’inflazione continuerà ad essere elevata sui livelli attuali (3,7% in USA e 5,2% in area euro, dati relativi ad agosto 2023), visto che la rigida politica monetaria delle banche centrali in tutto il mondo sta iniziando proprio ora a dare i suoi effetti. Mutui più cari, prestiti più cari, finanziamenti alle imprese per gli investimenti più cari. Insomma, dato che la crescita di una economia, sia domestica che globale, è data dalla crescita del credito (più la crescita della produttività), una diminuzione dell’offerta di credito da parte del sistema bancario alle imprese e alle famiglie porterà meno consumi e meno investimenti.

Con un aumento della disoccupazione.

Le pressioni sui prezzi quindi sono destinate a ridimensionarsi ancora. Non solo i prezzi dei beni e servizi, ma anche i prezzi delle materie prime, compreso il petrolio che ha raggiunto dei massimi relativi proprio in questi giorni, con il Brent a 96,5 dollari/barile.

Siamo solo agli inizi di un processo di disinflazione voluto dalle banche centrali (è il loro mestiere, ovviamente) e ben presto i rialzi dei tassi ufficiali finiranno, poiché le stesse banche centrali potranno affermare che il risultato di un’inflazione al 2% è stato raggiunto.

Anche a costo di una recessione a livello globale.

Intendiamoci, non è che le banche centrali hanno come obiettivo di politica monetaria una recessione.

Tutt’altro. La Fed addirittura ha il doppio mandato del contenimento dell’inflazione al 2% accanto ad un obiettivo della piena occupazione. Ma la priorità per le banche centrali è l’abbattimento dell’inflazione sino al livello target del 2%, anche a costo di una recessione, poiché l’inflazione in questo momento è vista come male peggiore per l’economia e quella conseguenza di una (breve) recessione è vista come male minore.

Un altro segnale del processo di disinflazione in atto è dato dal crollo della offerta di moneta, cioè dal crollo della crescita della massa monetaria M2.

La M2 è un fattore molto importante nel determinare l’inflazione futura.

Negli USA, la M2 è la stima della Federal Reserve degli Stati Uniti della massa monetaria totale, che comprende tutti i contanti che le persone hanno a portata di mano più tutto il denaro depositato in conti correnti, conti di risparmio e altri strumenti di risparmio a breve termine come i certificati di deposito.
Una definizione molto simile la dà la BCE in ambito europeo.

In che rapporto sono M2 e inflazione? Nel grafico Bloomberg sottostante ho messo a confronto il tasso di crescita annualizzato della massa monetaria M2 (linea gialla) con l’andamento della inflazione negli USA (linea bianca) dal 2016 ad oggi.

Crescita annuale di M2 (linea gialla) e inflazione (linea bianca) in USA dal 2016 al 2022 Crescita annuale di M2 (linea gialla) e inflazione (linea bianca) in USA dal 2016 al 2022 Fonte: Bloomberg

Attualmente il tasso annuale di crescita di M2 è addirittura negativo (minimo al -4,5% a marzo 2023) da un massimo di espansione realizzato a febraio 2021 del +27% annualizzato e l’inflazione si sta adeguando conseguentemente, ma con un ritardo temporale di circa 14 mesi: infatti il picco della inflazione segue il picco della crescita M2 del febraio 2021, ma solo al giugno 2022 con un +9.1%.

L’inflazione quindi si adegua al tasso di crescita di M2 ma non subito, ci vuole più di un anno.

È ragionevole quindi attendersi che, anche se la crescita di M2 rimanesse negativa al -4,5% per i prossimi mesi, l’inflazione convergerà verso il 2% nella primavera-estate del 2024. Cioè circa 14 mesi dopo il picco minimo di M2. Ci vuole tempo. Ma l’inflazione scenderà, eccome se scenderà. Discorso simile per l’area euro.

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