In Italia si buttano ancora miliardi di euro di cibo. I dati più recenti, diffusi alla vigilia della Giornata mondiale dell’alimentazione, segnano un miglioramento ma non lasciano scampo.
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A casa, al supermercato, al ristorante, nelle mense scolastiche e persino in ufficio. Non c’è ambito del quotidiano esente dallo spreco alimentare; il cibo che avanza e che viene buttato nell’immondizia non è solo una questione etica e morale ma anche e soprattutto economica.
Il tema torna al centro dell’attenzione con la Giornata mondiale dell’alimentazione, che la FAO celebra ogni 16 ottobre in ricordo della propria fondazione. Il tema scelto per il 2026 è Innovare oggi per nutrire il domani, un invito a individuare soluzioni capaci di migliorare i sistemi alimentari e tutelare le risorse.
Sebbene nell’ultimo anno gli italiani siano stati più attenti a non sprecare, il costo complessivo del fenomeno resta ancora molto alto: secondo la rilevazione più recente, solo nelle case finiscono nella spazzatura alimenti per quasi 6,6 miliardi di euro. L’ultima stima sull’intera filiera, diffusa a febbraio 2026, superava i 13,5 miliardi di euro.
E la legge anti-spreco? È uno degli strumenti messi in campo per contrastare il fenomeno, ma c’è ancora molto da fare, anche perché l’Unione europea ha fissato per la prima volta obiettivi vincolanti da centrare entro il 2030.
Quanto costa lo spreco a una famiglia
I dati più aggiornati provengono dal nuovo rapporto dell’Osservatorio Waste Watcher International (campagna Spreco Zero, Università di Bologna), presentato a Roma lo scorso settembre, in occasione della 7ª Giornata internazionale di consapevolezza sulle perdite e gli sprechi alimentari istituita dall’Onu.
Il dato segna un miglioramento: per la prima volta la rilevazione registra meno di 500 grammi pro capite, con lo spreco domestico che si attesta a 493,7 grammi a settimana, l’11,2% in meno rispetto ai 555,8 grammi dell’agosto 2025.
Su base annua ogni italiano getta 25,74 chili di cibo, pari a circa 112 euro a testa. Tradotto sul bilancio domestico, in media: per una famiglia di tre persone il conto arriva a circa 336 euro l’anno, per una di quattro a circa 448 euro. Si tratta di valori indicativi, che variano in base alle abitudini di ciascun nucleo.
Il confronto con il passato aiuta a misurare i progressi. I primi test sullo spreco reale, condotti con i diari alimentari compilati da circa 400 famiglie tra marzo e dicembre 2017, indicavano quasi 37 chili a testa e 250 euro a famiglia. Le metodologie non coincidono, ma la direzione è evidente.
Il traguardo resta comunque lontano: secondo il parametro adottato da Waste Watcher per l’Obiettivo 12.3 dell’Agenda Onu 2030, che chiede di dimezzare lo spreco, ogni italiano non dovrebbe gettare più di 369,7 grammi a settimana.
La media, inoltre, nasconde differenze profonde: secondo la rilevazione di settembre, nel ceto popolare lo spreco sale a 622,1 grammi settimanali, il 26% sopra il dato nazionale.
«Chi ha meno, paradossalmente, spreca di più» ha scritto Andrea Segrè, direttore dell’Osservatorio, collegando il fenomeno all’impoverimento alimentare spinto dai prezzi.
Lo stesso rapporto, dedicato quest’anno al confronto con gli Stati Uniti, rileva che gli americani gettano circa 775,7 grammi di cibo a settimana, quasi 300 in più degli italiani.
I luoghi dello spreco
L’ambiente domestico resta il luogo dove lo spreco alimentare assume il peso più rilevante. Il rapporto Il caso Italia 2026, diffuso da Waste Watcher a febbraio per la Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare, stimava la filiera del cibo sprecato in 13,51 miliardi di euro (oltre 5,1 milioni di tonnellate), di cui 7,36 miliardi nelle case: più del 54% del totale. Il dato domestico è stato poi aggiornato a 6,6 miliardi dalla rilevazione di settembre, che non ha però ricalcolato gli altri comparti.
Nella stima di febbraio il resto si divideva tra grande distribuzione, con quasi 4 miliardi, perdite in campo per 1,29 miliardi (+30,9% in un anno, per effetto della pressione climatica sulle produzioni) e industria, con oltre 862 milioni.
Nella classifica dei cibi più sprecati svettano frutta fresca (22,2 grammi a settimana), verdura fresca (20,6 g) e pane fresco (19,6 g), seguiti da insalata (18,8 g) e cipolle, aglio e tuberi (17,2 g). Sempre secondo il rapporto di febbraio, si spreca di più al Sud (591,2 grammi settimanali) e al Centro (570,8 g) che al Nord (516 g), mentre il divario generazionale è netto: 799 grammi per le famiglie della Generazione Z, appena 352 per quelle dei Boomers.
Va meglio fuori casa: 8 italiani su 10 al ristorante consumano tutto o portano via gli avanzi. Il 93% riceve dal cameriere il contenitore per il cibo rimasto e in sei casi su dieci la proposta arriva direttamente dal ristoratore.
Come ridurre lo spreco e risparmiare sulla spesa
Le cause principali sono organizzative: cattiva conservazione (38% dei casi), dimenticanza (33%) e sovra-acquisto (28%).
Sprecare meno non è una rinuncia, anzi: la prevenzione parte da un’efficienza domestica capace di proteggere il reddito familiare. Le contromisure più efficaci partono proprio da qui:
- spesa pianificata: controllare dispensa e frigorifero prima di uscire e diffidare di confezioni maxi e offerte non necessarie, che alimentano il sovra-acquisto;
- frigorifero ordinato: prodotti in scadenza ad altezza occhi e avanzi in contenitori trasparenti, secondo la logica della challenge #FrigoTrasparente promossa da Spreco Zero;
- priorità ai deperibili: consumare per primi gli alimenti a rischio e congelare ciò che non si riesce a mangiare in tempo;
- lettura corretta delle etichette: la dicitura da consumarsi entro indica un limite di sicurezza, mentre da consumarsi preferibilmente entro segnala il termine minimo di conservazione, oltre il quale il prodotto integro e ben conservato può perdere qualità ma non diventa automaticamente pericoloso;
- family bag e doggy bag: chiedere sempre di portare a casa il cibo avanzato al ristorante.
Tra le app anti-spreco, lo Sprecometro, sviluppato dall’Università di Bologna per la campagna Spreco Zero, aiuta famiglie, scuole e imprese a misurare il proprio spreco. Dal 2026 è affiancato dal Donometro, piattaforma per la gestione e la donazione delle eccedenze con cui bar e piccoli esercenti possono cedere l’invenduto agli enti del Terzo Settore.
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La legge
I risultati ottenuti fino ad oggi sono legati soprattutto a una maggiore coscienza individuale, ma un ruolo lo gioca anche la legge anti-spreco, la legge n. 166/2016 nota come legge Gadda, che favorisce la donazione del cibo in eccesso per finalità benefiche.
Il provvedimento prevede semplificazioni burocratiche e misure fiscali per favorire le cessioni gratuite a fini solidaristici, nel rispetto delle condizioni e degli adempimenti stabiliti dalla normativa. I Comuni possono inoltre prevedere riduzioni della TARI per le attività che donano le eccedenze. Può donare qualsiasi soggetto economico (esercizi commerciali, supermercati, ristoranti, imprese), anche prodotti che hanno superato il termine minimo di conservazione, purché l’imballaggio sia integro e la conservazione adeguata. La Legge di Bilancio 2018 ha poi esteso i benefici ad altre categorie di beni.
Sul fronte europeo, la direttiva (UE) 2025/1892, in vigore dal 16 ottobre 2025 e da recepire entro il 17 giugno 2027, fissa un obiettivo distinto e meno ambizioso di quello Onu: entro il 31 dicembre 2030 gli Stati membri dovranno ridurre lo spreco del 10% nella trasformazione e produzione alimentare e del 30% pro capite nel complesso di distribuzione, ristorazione e famiglie, rispetto alla media annua del triennio 2021-2023.
Articolo revisionato da Emanuele Di Baldo il
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