La spending review è un disastro e non è servita a niente (o quasi)

Spending review: perché non è servita negli ultimi 10 anni. Un’analisi dei risultati.

La spending review è un disastro e non è servita a niente (o quasi)

Bilancio amaro per la spending review. La strategia di riduzione di spesa avviata dal ministro dell’Economia Padoa Schioppa durante il secondo Governo Prodi, nel lontano 2007, ha dato risultati deludenti.

L’ambizioso piano per rendere più efficiente il bilancio dello Stato ed evitare sprechi nella gestione delle risorse, ha perso la sua consistenza negli ultimi 10 anni.

Il passaggio da un governo all’altro, infatti, ha indebolito il progetto nazionale di tagli alle spese. Le commissioni incaricate si sono succedute in base all’esecutivo di turno, lasciando spesso incompiuto il lavoro svolto precedentemente.

La conseguenza, in termini numerici, è che la spending review garantirà tagli alla spesa pari a meno del 5% nel periodo 2014-2020. Il dato mette in evidenza che, probabilmente, la misura non è servita ad ottenere il miglioramento dei conti negli ultimi 10 anni.

Spending review: perché non è servita? I numeri

La revisione delle voci di spesa del bilancio di Stato nasce con gli obiettivi di migliorare i conti pubblici ed evitare l’uso inappropriato ed inefficiente di risorse.

Quando, dunque, è stata annunciata l’era della spending review circa 10 anni fa, l’idea era di concretizzare il risparmio statale attraverso la riorganizzazione delle voci di bilancio.

A distanza di un decennio, i dati hanno registrato un calo delle spese di Stato del 30% grazie all’attuazione del piano di revisione. Un numero considerato basso e trascurabile rispetto agli obiettivi fissati.

Nel periodo 2014-2020, su un totale di uscite statali di 870 miliardi di euro, il risparmio frutto della spending review sarà di 40 miliardi di euro, meno del 5%. Le risorse messe da parte, inoltre, sono state impiegate quasi sempre per favorire la copertura di altre misure, quindi, di altra spesa.

Negli anni più intensi per il lavoro di riduzione degli sprechi in bilancio (tra il 2014 e il 2017), i risultati sul risparmio statale sono stati di 29,9 miliardi di uscite ridotte. Una gran parte della somma, però, è servita per finanziare altre misure del governo Renzi in carica in quel periodo (come il bonus degli 80 euro).

Arrivando ai tempi più recenti, il primo esecutivo del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte aveva messo da parte il progetto di spending review, prevedendo soltanto una riduzione di spesa ordinaria di 1,4 miliardi di euro. A questi, si aggiungevano circa 2 miliardi di euro nella clausola “salva conti”.

L’attuale governo con la maggioranza PD-Movimento 5 Stelle, ha appena varato una manovra dal valore di 30 miliardi di euro, con la previsione di aumenti nella spesa statale per il 2020, 2021 e 2022 rispettivamente di 0,7 - 8,5 e 11,3 miliardi di euro.

La prospettiva di un risparmio di 4 miliardi di euro è legata a de-finanziamenti e a una nuova programmazione della spesa, piuttosto che al rilancio della spending review.

Revisione della spesa pubblica e ruolo dei governi

Il governo più convinto della necessità di un piano sistematico di spending review sembrava essere quello di Enrico Letta. Nel 2014, infatti, era stato nominato Cottarelli per preparare ed attuare un piano di riduzione di spesa a regime pari a 33, 6 miliardi di euro per il 2016.

Il lavoro, però, è rimasto incompiuto. L’esecutivo di Matteo Renzi ha continuato a sostenere gli obiettivi della revisione di spesa statale dando l’incarico a Yoram Gutgeld. I risultati raggiunti, come descritto, sono stati modesti.

Il governo Gentiloni nel 2018 ha previsto in manovra nuovi criteri per la definizione delle voci del bilancio statale, con la spending review considerata vincolante nella programmazione di spesa.

Il piano, però, si è di nuovo fermato con gli ultimi esecutivi di Conte. Il ministro dell’Economia Gualtieri ha comunicato che presto verrà istituita una nuova commissione per il lavoro di spending review.

Un annuncio, questo, che rivela l’incompiutezza della misura e uno scenario poco convincente sulla possibilità di ottenere riduzioni di spesa costanti e programmati.

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