Chi compra azioni SpaceX dopo un +19% e un –16% sta facendo una scommessa che non tutti i portafogli possono reggere. C’è però un’alternativa: dal 7 luglio SpaceX entrerà nel Nasdaq100 a poche settimane dall’IPO record da 85,7 miliardi. Chi possiede QQQ o altri ETF sul paniere avrà automaticamente una frazione del titolo, con un peso inferiore all’1%.
Sul mercato entreranno 4,3 miliardi di dollari di acquisti obbligati tra il 6 e il 7 luglio, secondo una stima di JP Morgan. Centinaia di ETF saranno costretti a comprare il titolo senza poter negoziare il prezzo.
Qui la scelta si divide nettamente. Chi vuole solo speculare su SpaceX e credere che il flusso ETF del 6 luglio possa gonfiare il prezzo (come accade con le IPO), compra l’azione prima e la vende la sera del 6 luglio. È trading speculativo. Se invece l’idea è quella di comprare con un orizzonte di lungo termine, con l’ETF, il timing cambia poco e anche il prezzo.
Cosa succede il 6 luglio
SpaceX oscilla con veemenza da quattro settimane: è rumore. Ma il 6 luglio il rumore diventa strutturale, considerato il flottante ristretto con cui la società è entrata in Borsa. Musk controlla la maggioranza, l’IPO ha aggiunto liquidità ma non disperso il controllo. Quando 4,3 miliardi di ordini a mercato arrivano su un flottante che vale 88 miliardi (il 4% della cap), significa voler comprare il 5% della liquidità disponibile, in poche ore, su una società di tre settimane.
Quando i desk degli ETF inizieranno a piazzare ordini per far entrare il titolo nel Nasdaq 100 ci sarà uno squeeze di liquidità. Il prezzo sale perché non ci sono venditori.
Una società che perde soldi quotata a 2.100 miliardi di dollari
SpaceX non ha ancora bilanci consolidati. Ha promesse, brevetti, contratti governativi e il nome di Elon Musk. Quando è entrata in Borsa il 12 giugno il prezzo IPO era 135 dollari. Oggi oscilla intorno a 160, con una capitalizzazione superiore a 2.100 miliardi di dollari, più di Meta.
Il confronto è impietoso. Meta ha 3 miliardi di utenti, genera 120 miliardi di ricavi l’anno, ha margini netti del 30%, produce 40 miliardi di utili annuali. Ha un’infrastruttura hardware consolidata, data center in cinque continenti e un cash flow prevedibile.
SpaceX ha solo promesse. Starlink, come rete satellitare globale, ha un potenziale enorme, stimato 1.000-2.000 miliardi di dollari. Ma non è ancora redditizio. I contratti governativi sono reali. Ma SpaceX era privata fino al 12 giugno e il mercato non ha un anno di bilanci pubblici su cui basarsi. Il progetto di Marte è una visione.
Quello che il mercato sta pagando ora è la possibilità che Starlink diventi l’infrastruttura internet globale. Che i costi di lancio crollino. Che le missioni militari si moltiplichino e, soprattutto, che Musk riesca a fare quello che promette.
Il rischio, tuttavia, non è solo quello di aspettare che Starlink produca risultati. Il problema è che il prezzo di SpaceX potrebbe rimanere gonfiato per cinque anni perché il flottante è al 4% e nessuno può vendere facilmente.
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