Quando va in pensione chi lavora in part-time

Simone Micocci

25 Settembre 2026 - 11:19

A quanti anni va in pensione chi lavora con orario part-time? Attenzione al guadagno, può farti ritardare il pensionamento.

Quando va in pensione chi lavora in part-time

E se lavorare part-time comportasse un ritardo della pensione? No, il fatto di aver lavorato meno ore non c’entra, o almeno non direttamente. Il problema è soprattutto economico, e quindi contributivo.

Quando non si raggiunge la soglia minima fissata dalla legge, infatti, la copertura contributiva è solo parziale. Di conseguenza, anche se gli anni di lavoro sarebbero sufficienti per andare in pensione, la contribuzione effettivamente accreditata può essere inferiore.

Il punto è che un anno di lavoro non corrisponde sempre a un anno pieno di contributi. Tutto dipende dalla retribuzione percepita: se lo stipendio è troppo basso e non raggiunge il minimale previsto dall’Inps, le settimane riconosciute ai fini pensionistici vengono ridotte in proporzione.

È una situazione che può riguardare soprattutto chi lavora con orario part-time, dove la retribuzione è generalmente più bassa rispetto a un contratto full-time. E così può accadere che, pur avendo lavorato per molti anni, non siano state maturate tutte le settimane contributive necessarie per accedere alla pensione di vecchiaia, per la quale servono almeno 20 anni di contributi.

Ecco perché chi ha uno stipendio basso deve fare attenzione non solo all’importo futuro della pensione, ma anche al raggiungimento del diritto stesso. L’Inps ha aggiornato i valori validi per il 2026, chiarendo qual è la retribuzione minima necessaria affinché una settimana di lavoro venga riconosciuta come una settimana piena di contribuzione.

Pensione per chi lavora part-time

Partiamo dalla definizione che il diritto del lavoro dà al contratto di lavoro part-time, o a tempo parziale: si tratta di un contratto di lavoro subordinato caratterizzato da una riduzione dell’orario di lavoro rispetto a quello ordinario.

Con questa tipologia contrattuale il dipendente presta attività per un numero di ore inferiore rispetto al tempo pieno previsto dal Ccnl applicato. Questo comporta inevitabilmente delle conseguenze sullo stipendio, che risulta più basso rispetto a quello riconosciuto ai dipendenti impiegati full-time.

Solitamente ci sono due tipologie di contratto di lavoro part-time. Il più comune è quello orizzontale, nel quale la riduzione dell’orario riguarda ogni singola giornata lavorativa. Ad esempio, è part-time orizzontale il rapporto di chi lavora 4 ore al giorno per 5 giorni a settimana.

C’è poi il part-time verticale, nel quale l’attività viene svolta a tempo pieno, ma solo in determinati periodi. È il caso, ad esempio, del dipendente che lavora 8 ore al giorno, ma soltanto per alcune settimane del mese.
Ai fini pensionistici, tuttavia, non c’è differenza tra part-time orizzontale e verticale. L’articolo 1, comma 350, della legge n. 178 del 30 dicembre 2020, ha infatti esteso anche al part-time verticale il principio secondo cui il periodo di durata del contratto a tempo parziale è riconosciuto per intero ai fini dell’anzianità utile per il diritto alla pensione.

C’è però una condizione da rispettare: il lavoratore deve aver raggiunto il minimale annuo previsto.

La normativa prevede infatti che l’accredito contributivo pieno venga riconosciuto quando la retribuzione settimanale è almeno pari al 40% del trattamento minimo di pensione in vigore al 1° gennaio dell’anno di riferimento.

Non contano quindi soltanto le ore indicate nel contratto, ma soprattutto la retribuzione percepita. Se questa è troppo bassa, il periodo lavorato non viene riconosciuto per intero.

Quando il periodo di lavoro part-time è interamente riconosciuto ai fini pensionistici

Per il settore privato, i periodi di lavoro part-time vengono conteggiati al pari di quelli svolti full-time solo se viene rispettato il minimale Inps per l’accredito dei contributi.
Questo valore cambia ogni anno per effetto della rivalutazione delle pensioni. Di conseguenza, cambia anche la retribuzione minima necessaria per ottenere il pieno riconoscimento del periodo lavorato.

Nel dettaglio, per il 2026 il trattamento minimo di pensione è pari a 611,85 euro mensili. Di conseguenza, il minimale settimanale per l’accredito dei contributi è pari a 244,74 euro, mentre il limite annuo sale a 12.726,48 euro.

Se la retribuzione percepita è inferiore a questa soglia, il periodo lavorato non viene riconosciuto per intero, ma viene applicata una riduzione proporzionale delle settimane accreditate.

Prendiamo ad esempio un lavoratore con contratto part-time a 20 ore settimanali e retribuzione di 500 euro al mese, pari a 6.000 euro l’anno. In questo caso, un anno di lavoro non corrisponderà a 52 settimane di contributi.

La formula da applicare è la seguente:

Retribuzione annua percepita : minimale settimanale = settimane contributive riconosciute

Nel caso considerato avremo quindi:

6.000 : 244,74 = 24,51

A queste condizioni, per un anno di lavoro vengono quindi riconosciute circa 24 settimane contributive. Questo significa che, per arrivare ai 20 anni di contributi richiesti per la pensione di vecchiaia, potrebbe essere necessario lavorare molto più a lungo rispetto a chi ha una retribuzione sufficiente per ottenere l’accredito pieno.

Come aumentare i contributi per il lavoro part-time

Ci sono però due strumenti che permettono di valorizzare i periodi di lavoro part-time anche quando la retribuzione percepita è inferiore al minimo richiesto.

Il primo è il riscatto dei periodi di lavoro part-time, mentre il secondo è il versamento dei contributi volontari per coprire la parte mancante. Si tratta di operazioni onerose, ma che possono diventare necessarie quando, senza integrazione, non si riesce a raggiungere il requisito contributivo minimo per la pensione.

Pensione e lavoro part-time: cosa cambia per l’importo dell’assegno

Il lavoro part-time incide anche sull’importo della pensione, soprattutto per la quota calcolata con il sistema contributivo.

Con questo sistema, infatti, l’assegno dipende dal valore delle retribuzioni percepite e dai contributi effettivamente versati. Di conseguenza, uno stipendio più basso comporta un montante contributivo inferiore e, quindi, una pensione futura più leggera.

Nel lavoro dipendente, il montante contributivo cresce in base ai contributi versati, pari generalmente al 33% della retribuzione. È evidente quindi che lunghi periodi di part-time, soprattutto se accompagnati da retribuzioni basse, possono incidere in modo significativo sull’importo finale dell’assegno.

Il problema è meno rilevante per le quote di pensione calcolate con il sistema retributivo, applicabile ai periodi antecedenti al 1996 o, in alcuni casi, al 2001. In quel caso il meccanismo di calcolo è diverso e non dipende direttamente dal montante contributivo accumulato.

Attenzione però, perché un assegno troppo basso può incidere anche sul diritto alla pensione. Per chi rientra interamente nel sistema contributivo, infatti, non sempre basta aver compiuto 67 anni e maturato 20 anni di contributi.

Per la pensione di vecchiaia contributiva è necessario che l’assegno raggiunga almeno il valore dell’Assegno sociale, che nel 2026 è pari a 546,24 euro al mese. Un traguardo che, in presenza di lunghi periodi di part-time e retribuzioni basse, può non essere così scontato.