Ecco quanto resisterebbe l’Europa senza l’approvvigionamento di petrolio. Ci sono scorte a disposizione per un periodo limitato.
Una delle conseguenze più gravi che si stanno verificando dopo l’inizio della guerra in Iran, in seguito all’attacco degli Stati Uniti e di Israele, riguarda il fronte energetico. Come è noto, l’area del Golfo Persico è strategicamente fondamentale, soprattutto per le enormi risorse di petrolio che da questa regione ogni giorno attraversano lo stretto di Hormuz per raggiungere i Paesi occidentali.
Ed è proprio lo stretto di Hormuz ad avere un ruolo centrale nel conflitto. L’Iran, infatti, controlla questo passaggio largo solo pochi chilometri, attraversato ogni giorno, prima dello scoppio della guerra, da migliaia di navi che trasportavano petrolio e gas verso l’Europa e gli Stati Uniti. Con l’escalation militare, però, il traffico marittimo è stato fortemente limitato. Di conseguenza, centinaia di navi sono ferme nei porti in attesa di poter ripartire, ma molte compagnie evitano di salpare per il timore di attacchi. Il rischio è considerato troppo elevato.
La conseguenza immediata è che l’approvvigionamento di petrolio verso l’Europa inizia a ridursi. Questo fenomeno si riflette già sui mercati energetici: il prezzo del petrolio ha superato i 100 dollari al barile e, secondo alcune stime, potrebbe arrivare fino a 200 dollari se il blocco dello stretto dovesse continuare per diverse settimane.
Si è parlato anche del rischio che l’Iran possa minare l’area per impedire alle navi di attraversarla in sicurezza. Uno scenario che sarebbe particolarmente grave, perché renderebbe instabile la zona anche dopo la fine del conflitto. La bonifica delle mine potrebbe richiedere settimane o addirittura mesi, con il rischio di un blocco quasi totale delle forniture di petrolio provenienti da quell’area strategica.
Per cercare di gestire l’emergenza e contenere l’aumento dei prezzi energetici, già visibile anche alle pompe di benzina con il diesel che ha superato i due euro al litro nella modalità self service, i Paesi membri dell’Agenzia Internazionale dell’Energia hanno deciso di intervenire. È stato concordato il rilascio di 400 milioni di barili di petrolio dalle riserve strategiche, la più grande operazione mai realizzata dall’Agenzia, superiore persino ai 182 milioni di barili liberati dopo l’inizio della guerra in Ucraina.
Si tratta dell’utilizzo di circa un terzo delle riserve pubbliche disponibili, pari complessivamente a 1,2 miliardi di barili.
L’Italia rilascerà 10 milioni di barili di petrolio
In questo contesto anche l’Italia farà la sua parte, rilasciando quasi 10 milioni di barili di petrolio, per la precisione 9 milioni e 966 mila, pari a circa il 2,5% del totale messo a disposizione dai Paesi membri dell’AIE.
Si tratta di un primo passo per cercare di contenere l’emergenza, nella speranza che la situazione possa stabilizzarsi e tornare alla normalità nel più breve tempo possibile. Tuttavia fare previsioni è difficile e non è affatto irrealistico ipotizzare anche lo scenario peggiore, ovvero un blocco totale delle forniture di petrolio verso l’Europa.
Quando finiscono le scorte di petrolio
Quanto potrebbero resistere i Paesi europei senza petrolio? Nell’ipotesi più estrema, cioè quella di un blocco completo delle importazioni di petrolio verso l’Europa, i Paesi dell’Unione potrebbero resistere per circa 90 giorni. Il sistema di sicurezza energetica europeo, infatti, prevede la presenza di riserve strategiche in grado di coprire circa tre mesi di mancate importazioni. Tuttavia questa stima dipende da numerose variabili e, secondo alcune valutazioni più prudenti, l’autonomia reale potrebbe scendere anche a circa 60 giorni.
Nel complesso i Paesi dell’AIE dispongono di circa 1,2 miliardi di barili di scorte pubbliche di emergenza, a cui si aggiungono circa 600 milioni di barili detenuti dall’industria sotto obbligo governativo. In Europa le scorte complessive sono stimate tra i 900 milioni e il miliardo di barili.
Il Paese con le riserve più consistenti è la Norvegia, con circa 9 miliardi di barili, seguita dal Regno Unito con circa 1,5 miliardi. Seguono poi Romania con circa 600 milioni e altri Paesi come Danimarca, Spagna e Polonia.
L’Italia dispone invece di scorte comprese tra i 130 e i 140 milioni di barili, una quantità che la colloca tra i Paesi dell’Unione europea con livelli più bassi. Tuttavia il nostro Paese mantiene comunque riserve sufficienti per circa 90 giorni di mancate importazioni nette di prodotti petroliferi, in linea con gli obblighi previsti dalla normativa europea sulla sicurezza energetica.
La fine del petrolio in Europa, o una grave e permanente interruzione dell’approvvigionamento, innescherebbe una profonda crisi economica, logistica e sociale.
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