La paura di un’apocalisse torna ad agitare lo spirito del tempo. Non più solo tra i devoti del Vangelo secondo Giovanni ma anche nella cultura secolarizzata di massa, si diffondono varianti più o meno sofisticate di catastrofismo planetario. Tra i fatti che contribuiscono a diffondere il sentimento apocalittico, un posto di primo piano spetta certamente al cambiamento climatico causato da attività umane inquinanti.
Nonostante i tentativi delle lobby del petrolio di minimizzare il fenomeno, la grande maggioranza della comunità scientifica è ormai concorde nell’ammettere una significativa reattività delle temperature terrestri all’aumentare dell’anidride carbonica rilasciata dal sistema produttivo. Oltre una certa soglia di aumento della temperatura, risulta ormai assodato il rischio di una catastrofe climatica planetaria. Il problema scientifico, tuttora aperto, è che non vi è ancora concordia in merito alla crescita nel tempo della probabilità di un evento catastrofico generale. Il premio Nobel per l’economia ed esperto di temi ambientali William Nordhaus ha escluso che la minaccia sia imminente. Altri studiosi, di contro, avallano le previsioni più pessimiste e ritengono che un collasso climatico sia ormai prossimo.
Da Fridays for Future a Extinction Rebellion, fino a Ultima Generazione, i giovani ecologisti radicali prendono per buono solo lo scenario dell’apocalisse imminente, a loro avviso l’unico attendibile. Dal punto di vista della scienza si tratta indubbiamente di una posizione estrema, ma bisogna ammettere che essa rientra nel novero delle previsioni ammissibili.
Se dunque si riconosce la plausibilità scientifica del loro punto di vista emergenziale, diventa alquanto stupido contestare i giovani ecologisti per le provocazioni situazioniste con cui cercano di attirare l’attenzione dei media, dal blocco delle autostrade all’imbrattamento di opere d’arte. Quelle agitazioni potranno anche non piacere, ma se davvero siamo sulla soglia del baratro climatico sembra un po’ lezioso attardarsi su una questione di mera estetica politica.
Piuttosto, io credo che i giovani ecologisti possano esser criticati per una ragione in un certo senso opposta. Il limite principale della loro politica è che essi da un lato annunciano l’imminente apocalisse climatica, ma dall’altro sembrano accontentarsi di una facile redenzione, come ad esempio la proposta di cancellare i finanziamenti pubblici all’uso di combustibili fossili. Ben poca cosa: un po’ come tentare di spegnere un incendio con un annaffiatoio giocattolo.
Chiedo allora ai giovani ecologisti: se davvero siamo sull’orlo del precipizio climatico, perché lottate per ottenere solo riforme marginali? Se l’apocalisse è realmente alle porte, come potete lasciare sullo sfondo la critica dell’attuale modo di produzione capitalistico e la ricerca di un’alternativa generale di sistema? Potrei sbagliarmi, ma a me pare evidente che quanto più abbiate ragione sull’incombente catastrofe climatica, tanto più dovreste mostrare coraggio rivoluzionario. In fretta.