Petrolio, la domanda mondiale cala per la prima volta dal Covid. Cosa cambia per Brent, Eni e le altre major?

Gerardo Marciano

15 Luglio 2026 - 19:14

L’IEA rivede al ribasso la domanda mondiale di petrolio. Analisi delle previsioni sul Brent e delle raccomandazioni degli analisti sulle principali compagnie energetiche.

Petrolio, la domanda mondiale cala per la prima volta dal Covid. Cosa cambia per Brent, Eni e le altre major?

Negli ultimi anni il mercato del petrolio ha dimostrato più volte quanto sia difficile formulare previsioni affidabili. Prima la pandemia, poi la ripresa economica, la guerra in Ucraina e, più recentemente, le tensioni in Medio Oriente hanno modificato in pochi mesi equilibri che sembravano consolidati. Ogni volta gli investitori hanno dovuto rivedere rapidamente le proprie aspettative, spesso inseguendo eventi che hanno inciso molto più della normale dinamica tra domanda e offerta.

Nelle ultime settimane è arrivato un nuovo elemento destinato ad alimentare il dibattito. L’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) ha infatti rivisto in maniera significativa le proprie stime, prevedendo per il 2026 una diminuzione della domanda mondiale di petrolio. Si tratta di un evento che non si verificava dal 2020, l’anno della pandemia, e che inevitabilmente ha riportato al centro dell’attenzione una domanda fondamentale: il ciclo rialzista del petrolio è ormai terminato oppure ci troviamo semplicemente di fronte a una pausa temporanea?

La risposta è molto meno scontata di quanto possa sembrare. Dietro il dato diffuso dall’IEA si nasconde infatti uno scenario estremamente articolato, nel quale convivono una domanda in rallentamento, una produzione ancora condizionata dalle tensioni geopolitiche, scorte inferiori alla media storica e previsioni degli analisti che continuano a essere molto differenti tra loro. Comprendere questi elementi è fondamentale non soltanto per valutare l’evoluzione del Brent nei prossimi trimestri, ma anche per capire quali grandi compagnie petrolifere potrebbero offrire ancora interessanti margini di crescita.

Il dato dell’IEA che ha sorpreso il mercato

La revisione pubblicata dall’IEA rappresenta una delle più importanti degli ultimi anni. L’Agenzia stima infatti che nel 2026 la domanda mondiale di petrolio possa diminuire di circa 1 milione di barili al giorno, registrando la prima contrazione annuale dai mesi più difficili della pandemia.

A prima vista il dato potrebbe sembrare incompatibile con un prezzo del Brent ancora superiore ai 75 dollari al barile. In realtà il contesto è molto diverso da quello del 2020.

Durante la pandemia il crollo dei consumi fu provocato dalla paralisi dell’economia mondiale. Oggi, invece, la revisione deriva soprattutto dalle difficoltà incontrate lungo la filiera produttiva e logistica del petrolio dopo le tensioni che hanno interessato il Medio Oriente e lo Stretto di Hormuz. Una parte della domanda non si è semplicemente materializzata perché il greggio e i prodotti raffinati non sono riusciti a raggiungere i mercati finali.

Questa distinzione è fondamentale. Non significa infatti che il mondo abbia improvvisamente bisogno di meno energia in maniera strutturale. Piuttosto, indica che gli shock sull’offerta hanno temporaneamente ridotto anche i volumi effettivamente consumati.

L’IEA continua inoltre a prevedere un recupero significativo nel 2027, quando la domanda potrebbe tornare a crescere di circa 2 milioni di barili al giorno. In altre parole, la flessione del 2026 viene interpretata dall’Agenzia come un evento eccezionale e non come l’inizio di una fase pluriennale di declino.

Perché IEA, OPEC ed EIA non vedono lo stesso mercato

Uno degli aspetti più interessanti dell’attuale scenario riguarda la notevole differenza tra le valutazioni dei principali organismi internazionali.

L’IEA ha assunto un approccio relativamente prudente, sottolineando i rischi di rallentamento della domanda e la possibilità che il mercato possa entrare in surplus nel corso del 2027 qualora la produzione tornasse rapidamente ai livelli precedenti alla crisi.

L’OPEC mantiene invece una visione decisamente più costruttiva. Secondo il cartello dei Paesi produttori, la crescita economica mondiale continuerà a sostenere i consumi energetici e la domanda di petrolio resterà robusta anche nei prossimi anni. Questa lettura è coerente con l’interesse dei Paesi esportatori a mantenere un mercato equilibrato e prezzi sufficientemente elevati.

Una posizione intermedia è quella della U.S. Energy Information Administration (EIA), che riconosce il rallentamento della domanda ma ritiene che le variabili geopolitiche possano continuare a esercitare un ruolo determinante nella formazione dei prezzi. L’EIA evidenzia inoltre come la ricostituzione delle riserve strategiche, svuotate durante le fasi più acute della crisi, possa rappresentare una fonte aggiuntiva di domanda nel corso dei prossimi trimestri.

Per un investitore questo significa una sola cosa: oggi non esiste uno scenario condiviso. Chi investe nel settore energetico deve quindi confrontarsi con ipotesi molto differenti sulla direzione futura del mercato.

Il rischio non è la domanda, ma il ritorno del surplus

Molti osservatori si sono concentrati esclusivamente sulla revisione della domanda. In realtà la variabile probabilmente più importante riguarda l’equilibrio complessivo tra produzione e consumi.

Nel 2026 il mercato dovrebbe continuare a registrare un deficit di offerta. Tuttavia, se le esportazioni dal Golfo Persico dovessero normalizzarsi e i produttori riuscissero a riportare rapidamente sul mercato milioni di barili oggi indisponibili, nel 2027 potrebbe emergere un surplus significativo.

Secondo le elaborazioni dell’IEA, l’eccesso di offerta potrebbe superare i 4 milioni di barili al giorno, uno dei valori più elevati degli ultimi anni.

Naturalmente questo scenario presuppone che non si verifichino nuove interruzioni geopolitiche. È proprio questo elemento a spiegare perché il Brent non abbia reagito con forti ribassi alla revisione della domanda.

Il mercato continua infatti ad attribuire un premio al rischio legato alla sicurezza delle forniture. Finché resteranno incerte le condizioni di navigazione nello Stretto di Hormuz e l’evoluzione del conflitto in Medio Oriente, il prezzo del petrolio continuerà a incorporare una componente geopolitica difficilmente quantificabile.

Cosa prevedono davvero gli analisti per il Brent

Se il dato dell’IEA ha riportato l’attenzione sulla domanda mondiale, le revisioni pubblicate dalle principali banche d’investimento raccontano un mercato molto meno pessimista di quanto si potrebbe immaginare.

La maggior parte degli analisti continua infatti a ritenere che il Brent possa mantenersi su livelli relativamente elevati anche nei prossimi trimestri. La ragione è semplice: il rallentamento della domanda viene compensato, almeno in parte, dall’incertezza sull’offerta.

Per comprendere meglio le aspettative del mercato è utile confrontare le principali previsioni pubblicate negli ultimi giorni, Tabella 1.

Tabella 1 Tabella 1 Previsioni sul Brent.

La differenza tra Barclays e Morgan Stanley è impressionante: quasi 21 dollari al barile, assumendo la quotazione di 75,8 $ del 10 luglio 2026.

Questo significa che il mercato non sta discutendo semplicemente se il petrolio salirà o scenderà di qualche punto percentuale, ma quale sarà il nuovo equilibrio tra domanda, offerta e rischio geopolitico.

Barclays continua a ritenere che il premio al rischio resterà elevato ancora per molti mesi. Morgan Stanley, al contrario, ritiene che il progressivo ritorno della produzione possa riportare il Brent intorno agli attuali livelli.

Il consensus Reuters si colloca esattamente a metà strada. Gli analisti ritengono infatti probabile un Brent mediamente compreso tra 79 e 84 dollari durante la seconda parte del 2026, uno scenario compatibile con un mercato ancora relativamente teso ma non più in emergenza.

Il mercato sta sottovalutando il ruolo delle riserve strategiche?

Un elemento che riceve ancora poca attenzione riguarda le riserve strategiche.

Negli ultimi anni Stati Uniti e numerosi Paesi industrializzati hanno utilizzato una parte consistente delle proprie scorte per attenuare gli effetti delle tensioni sui prezzi.

Prima o poi queste riserve dovranno essere ricostituite.Secondo diverse stime, il riempimento degli stock strategici potrebbe richiedere diversi anni e rappresentare una domanda aggiuntiva nell’ordine di alcune centinaia di migliaia di barili al giorno.

Si tratta di una componente che non dipende dalla crescita economica, ma dalle decisioni dei governi.

Per questo motivo alcuni analisti ritengono che il mercato possa risultare meno debole di quanto suggeriscano le sole previsioni sulla domanda industriale.

Cosa stanno facendo gli analisti sulle grandi compagnie petrolifere

Se davvero il petrolio dovesse entrare in una fase di prezzi più contenuti, ci si potrebbe aspettare una raffica di downgrade sulle grandi compagnie.

È esattamente ciò che non sta accadendo.

Nelle ultime due settimane la maggior parte delle revisioni ha riguardato soprattutto i target price, mentre i giudizi sono rimasti prevalentemente positivi.

Questo significa che gli analisti stanno riducendo le aspettative sugli utili futuri senza però modificare in maniera sostanziale la valutazione relativa delle principali major.

Il messaggio è abbastanza chiaro.

Il settore potrebbe crescere meno rispetto a quanto ipotizzato alcuni mesi fa, ma continua a offrire società caratterizzate da bilanci solidi, elevata generazione di cassa e dividendi interessanti.

Eni continua a essere una delle preferite

Tra le società europee, Eni rimane una delle più apprezzate. JPMorgan ha recentemente confermato il giudizio Overweight, riducendo il target da 28 a 26 euro. Il taglio del prezzo obiettivo riflette un Brent atteso leggermente più basso.
Nonostante questo, il nuovo target implica ancora un potenziale rialzo di circa il 24% rispetto alle quotazioni considerate.

Il mercato continua infatti a riconoscere diversi punti di forza:

  • crescita della produzione;
  • esposizione al gas naturale;
  • sviluppo del GNL;
  • modello “satellite” che consente di valorizzare singoli business;
  • forte generazione di cassa.

Inoltre Eni presenta una delle politiche di remunerazione degli azionisti più interessanti del settore europeo, grazie alla combinazione tra dividendo e riacquisto di azioni proprie.

Shell convince grazie alla diversificazione

Shell continua a raccogliere numerosi giudizi positivi. Berenberg ha confermato la raccomandazione Buy con un target di 4.000 pence. Rispetto alle quotazioni considerate nell’analisi, il target implica un potenziale di circa il 32%, uno dei più elevati tra tutte le major europee.
Non è soltanto il petrolio a sostenere Shell. Il gruppo possiede infatti uno dei portafogli più diversificati del settore:

  • gas naturale liquefatto;
  • trading energetico;
  • raffinazione;
  • produzione petrolifera;
  • rinnovabili.

Questa struttura rende gli utili meno dipendenti dal solo prezzo del Brent rispetto ad altri concorrenti. Secondo diversi analisti, proprio questa diversificazione potrebbe consentire a Shell di attraversare con maggiore tranquillità una fase caratterizzata da prezzi del greggio meno elevati.

TotalEnergies punta sulla qualità degli utili

Anche TotalEnergies continua a ricevere valutazioni favorevoli. JPMorgan mantiene una raccomandazione positiva con un target price di 83 euro. Rispetto alla quotazione presa come riferimento, il margine di crescita è pari a circa il 21%. Il consenso degli analisti presenta valori molto simili.

Ciò che convince maggiormente non è tanto il potenziale teorico del titolo, quanto la qualità della generazione di cassa.

Negli ultimi anni TotalEnergies ha investito con decisione nel GNL, settore destinato probabilmente a beneficiare ancora della crescente domanda europea di gas naturale. A questo si aggiungono dividendi elevati e una politica di buyback che continua a sostenere gli utili per azione.

Chevron ed Exxon: più prudenti, ma ancora solide

La situazione delle due principali compagnie americane è leggermente diversa. Su Chevron le revisioni hanno interessato soprattutto i target price. JPMorgan vede un obiettivo di 190 dollari, pari a un potenziale di circa il 9%, mentre Morgan Stanley mantiene un target di 210 dollari che implica un margine superiore al 20%.

Exxon Mobil continua invece a essere considerata una delle società più efficienti del settore. I target recentemente aggiornati oscillano tra 155 e 170 dollari.

Rispetto ai prezzi di mercato, il potenziale varia indicativamente tra il 13% e il 24%, a seconda della banca considerata. Entrambe le società presentano bilanci molto solidi. La crescita produttiva in Guyana e la disciplina negli investimenti continuano a rappresentare due importanti elementi di sostegno. Tuttavia, rispetto alle grandi compagnie europee, risultano leggermente più sensibili a eventuali ribassi del prezzo del greggio.

BP resta la scommessa più complessa

BP rappresenta probabilmente il caso più difficile da interpretare. Alcuni analisti continuano a vedere un interessante potenziale di recupero. Altri hanno invece ridotto sia i target price sia le stime sugli utili.

La società sta attraversando una fase di profonda riorganizzazione e il mercato attende di verificare la capacità del management di ridurre il debito e migliorare la redditività. Per questo motivo BP continua a presentare un profilo rischio/rendimento più elevato rispetto alle altre major considerate.

Quali società soffrirebbero maggiormente con un Brent a 70 dollari?

Una domanda sempre più frequente riguarda l’impatto di un eventuale ribasso del petrolio. Non tutte le compagnie reagirebbero allo stesso modo.

In linea generale:

  • Shell e TotalEnergies appaiono relativamente più difensive grazie al peso del GNL, del trading e della raffinazione.
  • Eni potrebbe beneficiare della crescente importanza del gas naturale e della diversificazione del proprio portafoglio.
  • Chevron ed Exxon resterebbero solide, ma vedrebbero probabilmente una maggiore pressione sulla crescita degli utili.
  • BP risulterebbe la più esposta, soprattutto qualora il calo del Brent si accompagnasse a una riduzione dei margini di raffinazione.

Lo scenario cambierebbe completamente con un Brent stabilmente sopra i 90 dollari. In quel caso tutte le major vedrebbero un incremento della generazione di cassa, ma le compagnie con maggiore esposizione all’upstream, come Exxon e Chevron, potrebbero beneficiare di un’accelerazione ancora più marcata degli utili.

Più che sul petrolio, gli analisti stanno scommettendo sulla qualità

L’impressione che emerge analizzando le raccomandazioni pubblicate nelle ultime settimane è piuttosto chiara. Gli analisti non stanno acquistando il petrolio. Stanno acquistando società capaci di produrre utili elevati anche se il petrolio dovesse smettere di salire.

È una differenza sostanziale rispetto a quanto accadeva pochi anni fa, quando gran parte delle valutazioni dipendeva quasi esclusivamente dalle aspettative sul Brent.

Oggi il mercato premia soprattutto la disciplina finanziaria, la qualità degli investimenti, la diversificazione e la capacità di generare cassa lungo tutto il ciclo delle materie prime.

Ed è probabilmente proprio questo il messaggio più importante che arriva dalle ultime revisioni degli analisti. Anche in uno scenario caratterizzato da una domanda mondiale in rallentamento, le grandi compagnie energetiche continuano a offrire opportunità molto differenti tra loro. Comprendere quali modelli di business siano maggiormente resilienti potrebbe risultare più importante che cercare di indovinare se il Brent quoterà 75, 80 o 90 dollari tra sei mesi.