Un colpo durissimo alla democrazia scuote la Romania e l’intera Unione Europea. Calin Georgescu, candidato “antisistema” e feroce critico della Nato, è stato escluso dalle elezioni presidenziali previste per maggio.
Una decisione choc, presa dall’Ufficio elettorale centrale (BEC), che ha fatto infuriare i suoi sostenitori e ha sollevato proteste anche oltreoceano, con l’amministrazione Usa che ha espresso il suo dissenso.
Ma il BEC non cede: le motivazioni ufficiali dell’esclusione, promettono, saranno rese note nei prossimi giorni.
Perché l’esclusione di Georgescu mina la democrazia in Europa
Georgescu, che aveva già vinto le elezioni presidenziali dello scorso anno prima che il risultato fosse annullato dalla Corte Costituzionale rumena per presunte irregolarità e interferenze straniere - attribuite, senza troppe sorprese, alla Russia, pur senza fornire prove circostanziali - era diventato il simbolo di una rivolta populista contro l’establishment politico-mediatico europeo.
La sua estromissione definitiva dalla corsa, annunciata lo scorso weekend, ha scatenato proteste non solo tra i suoi sostenitori, ma anche all’estero: l’amministrazione statunitense ha espresso disapprovazione, mentre il BEC ha promesso di rendere pubbliche le motivazioni ufficiali nei prossimi giorni. Un’attesa che, per molti, sa di formalità in un copione già scritto.
Taibbi: "Ue lontana dalla democrazia
La vicenda, tuttavia, va oltre i confini rumeni. Come scrive Matt Taibbi nel suo articolo “After Romanian Election Mess, The West’s Foundation is Crumbling”, pubblicato su Substack, l’esclusione di Georgescu segna «un momento cruciale nella storia dell’Unione Europea e della Nato». Taibbi paragona il caso rumeno alle battaglie legali contro Donald Trump negli Stati Uniti, definendolo “un modello di successo per la guerra legale” e una sorta di «rivoluzione colorata preventiva», dove il «dittatore» viene fermato prima ancora di prendere il potere. “Se la democrazia si riduce a chi prende più voti a meno che le sue idee non confliggano con gli obblighi Nato ed EU, allora l’Europa si è formalmente allontanata da qualsiasi definizione di democrazia come la intendiamo”, sottolinea il giornalista americano.
Peraltro, il caso Georgescu non è isolato. Solo pochi mesi fa, un’altra figura populista, Diana Iovanovici-Șoșoacă, era stata esclusa dalla corsa elettorale con motivazioni simili: il suo scarso attaccamento ai valori euro-atlantici e i suoi legami sospetti con la Russia. Per Georgescu, le accuse sono altrettanto pesanti: dalla promozione di idee “xenofobe” al presunto sostegno russo tramite una campagna virale su TikTok. Eppure, come nota Taibbi, anche ammesso che tali accuse siano fondate, “le democrazie si basano su chi ottiene più voti”, non su chi piace all’élite di Bruxelles o Washington.
Cosa non torna nelle accuse contro Georgescu
Innanzitutto, va detto secondo un’indagine condotta dall’agenzia fiscale rumena ANAF e riportata da testate come Politico ed Euronews, la campagna su TikTok che avrebbe sostenuto Călin Georgescu e «influenzato» così il voto di milioni di persone - tutto da dimostrare - durante le elezioni presidenziali rumene del 2024 sarebbe stata finanziata dal Partito Nazionale Liberale (PNL), un partito di centro-destra parte della coalizione di governo e noto per la sua posizione pro-UE e pro-NATO. Già questo basterebbe ad smentire le accuse di ingerenze russe, che avevano portato all’annullamento del primo turno delle elezioni da parte della Corte Costituzionale rumena. L’inchiesta ha rivelato che il PNL avrebbe pagato influencer e promosso hashtag attraverso una società esterna, Kensington Communication, con l’intento di influenzare il voto.
C’è poi il timing decisamente sospetto dell’inchiesta penale contro il candidato di destra che si è concentrata su sei presunti reati, tra cui «false dichiarazioni» e promozione di idee fasciste, legionarie, razziste o xenofobe, oltre al sostegno a un’organizzazione di carattere antisemita. Georgescu è stato fermato e interrogato il 26 febbraio in relazione a queste accuse.
L’ingerenza degli Stati Uniti (di Biden)
Lo scorso dicembre, il giornalista statunitense Lee Fang ha messo in luce come le posizioni di Georgescu abbiano suscitato forte preoccupazione nell’ex amministrazione Biden e nella NATO. La Romania, del resto, occupa una posizione strategica nello scacchiere internazionale, ospitando una futura mega-base dell’Alleanza Atlantica. Questo ruolo strategico cruciale ha spinto alcune organizzazioni non governative e think tank – finanziati da enti come Usaid, il National Endowment for Democracy (Ned) e il Dipartimento di Stato americano – a intervenire nel dibattito elettorale. Gruppi come GlobalFocus, Funky Citizens ed Expert Forum avrebbero così contribuito a costruire una narrazione artificiosa sull’ingerenza russa, nonostante l’assenza di prove che colleghino direttamente Georgescu a Mosca.
Ma le ingerenze non si fermano qui. Sempre secondo Fang, l’accusa di aver utilizzato account falsi su TikTok per ottenere consensi e diffondere “disinformazione” proviene dall’Association for Technology and Internet, un’organizzazione affiliata all’European Digital Rights (EDRi), che si autodefinisce “la più grande rete europea a difesa dei diritti e delle libertà online”. Tuttavia, a sollevare interrogativi sono i finanziatori di questa rete: tra questi spiccano nomi noti come la Open Society Foundations di George Soros, l’Omidyar Network di Pierre Omidyar (fondatore di eBay), la Ford Foundation e la MacArthur Foundation. Una costellazione di soggetti legati al mondo liberal occidentale che sembra aver avuto un interesse diretto nel contrastare la vittoria di Georgescu. La vicenda rumena appare quindi come il terreno di scontro di una guerra d’influenza molto più ampia e sofisticata, dove il vecchio establishment atlantista si scontra con la nuova amministrazione Trump e con la sua volontà di normalizzare i rapporti con la Russia.